Sull’ultimo numero speciale di Famiglia Cristiana dedicata alla 42ª Giornata mondiale delle Comunicazioni è apparso una intervista al dott. Paolo Landi, docente di Comunicazione e mercato al Politecnico di Milano e Direttore delle Comunicazioni della Benetton. Sono rimasto francamente sorpreso dalle posizioni del professore che, in sostanza, come sintetizza il testo di F.C. dice che occorre “evitare il piccolo schermo,ed evitarlo soprattutto ai bimbi fino ai 12 anni, perché la TV si è ridotta a una continua televendita camuffata da programma, ad una mercificazione neanche più occulta. Insomma la televisione va buttata perché tutto quello che vi entra diventa merce da vendere’.
Se per certi versi la posizione un poco estrema del professore può essere condivisa, essa però non convince del tutto, perché mi pare del tutto impraticabile e finisce con l’estinguersi in un auspicio più che essere capace di avviare un metodo generatore di indicazioni. Astenersi dal consumo televisivo, compreso quello pubblicitario, infatti, a chi può essere chiesto e a quali condizioni? In Italia ormai la media del consumo televisivo dei minori si sta stabilizzando attorno alle 4 ore giornaliere e sta per diventare la terza attività dei bambini, mentre per gli adulti lo è già da qualche anno.
E’ realistico pensare che sia sufficiente raccomandare di non guardare o addirittura prescriverlo per ritenere i minori affrancati dalla pubblicità e dalla deriva commerciale della TV e così essere salvi da tutte le nefaste conseguenze?
Purtroppo credo di no. Non dovremmo più camminare per la strada dove siamo circondati da cartelli pubblicitari o vietare la lettura di Topolino e evitare qualsiasi pagina del web…
L’indicazione di Landi mi pare più pregnante quando invita i genitori ad indignarsi per il poco rispetto con cui tutti siamo trattati come teleutenti.
Scorciatoie improbabili e autoassoluzioni ipocrite a parte, il tema dell’educazione al consumo consapevole e critico dei media non è certo nuovo, anche se ha bisogno di diventare patrimonio del tessuto sociale e non riserva accademica.
Penso alle parole di Don Milani che diceva ‘solo chi sa leggere e scrivere è libero!’, ed oggi, leggere e scrivere significa anche saper decodificare un messaggio, capire un linguaggio che usa parole non scritte, interpretare immagine, capire presupposti, insomma coltivare senso critico, etico ed estetico, di fronte alle miriadi di immagini virtuali che ci circondano.
Altre sono le prospettive aperte dalle parole del Papa in occasione della 41° giornata mondiale delle comunicazioni sociali, quando dice: ‘il rapporto tra bambini, media ed educazione può essere considerato da due prospettive: la formazione dei bambini da parte dei media e la formazione dei bambini per rispondere in modo appropriato ai media. Emerge una specie di reciprocità che punta alla responsabilità dei media come industria e al bisogno di una partecipazione attiva e critica dei lettori, degli spettatori e degli ascoltatori. Dentro questo contesto, l’adeguata formazione a un uso corretto dei media è essenziale per lo sviluppo culturale, morale e spirituale dei bambini.”
Credo che risulti del tutto ovvio che ai genitori ed agli educatori, insegnanti compresi, spetti un ruolo del tutto speciale nell’impresa di aprire il senso, il buono ed il pericoloso, l’utile ed il superfluo del mondo tecnologico in cui i propri figli e studenti crescono.
Una indagine recente svolta da Marisa D’Alessio , insegnante di Ecologia dello sviluppo presso la Facoltà di Psicologia 1 alla Sapienza di Roma, rivela quali siano le reazione dei genitori di fronte alla fatidica domanda ‘posso guardare la tv?’
Il 32% non si fa troppi scrupoli e generalmente e anche un poco sbrigativamente, permette. Il 23%, stuzzicato dalla domanda, cerca di porre qualche regola all’uso dei media. Per esempio, solo se i compiti sono finiti, solo se smetti di litigare con tua sorella….Il 5% si sente incaricato di definire la dieta del consumo televisivo, per cui definisce la quantità temporale (solo un’ora, solo dopopranzo…) o la specificità dei programmi ammessi (cartoni, documentari…). Il gruppo che reagisce più scompostamente si suddivide in quelli che si sentono minacciati dalla richiesta e fiutano il pericolo in agguato: l’8% dei genitori sente incombere un nemico più forte di loro, sente che un argine sta per rompersi e si approssima il naufragio, non sa che fare, ma si sente in grande difficoltà, vive la richiesta dei figli come un tradimento affettivo e una insidia educativa costante. L’altro gruppo, che conta un significativo 22%, per le stesse ragioni del precedente, agisce con mosse d’anticipo: attiva quello che si chiama controllo indiretto. Nasconde il telecomando, collocala tv in luoghi inaccessibili, installa congegni con password ecc.
Non si accorge (?) che il figlio ruba la visione della tv dei nonni o a casa dell’ amico!
Credo che la varietà delle risposte qui evocate, si spieghi efficacemente con un’altra serie di dati, che illustrano le convinzioni dei genitori circa la distribuzione delle responsabilità in ordine a ciò che la TV diffonde.
Secondo il 41% dei genitori, sono i produttori che devono fare attenzione a cosa diffondono, mentre solo il 37% ritiene che devono essere i genitori a proteggere i loro figli, il 12 % crede che debba intervenire lo Stato a tutelare i Minori, mentre un bel 10% è convinto che nessuno deve intervenire, poichè è bene che i bambini imparino da soli come è fatto il mondo.
Forse i figli non chiedono più ai propri genitori perché ne hanno perduto la stima o più semplicemente non sono credibili perché non sono capaci di coerenza tra le richieste fatte ai figli ed i comportamenti messi in atto! Significativa la voce di una mamma:
Le domande, così come la confidenza, restano solo se l’autorevolezza è riconosciuta e la fiducia in chi è stato interpellato e in ciò che potrà essere detto non è stata scalfita.
Tra i ragazzi e le ragazze che conosco serpeggia invece un certo rancore verso i propri genitori, colpevoli, secondo loro, di non essere credibili.
Non hanno stima degli adulti perché non hanno motivi sufficienti per averne. Troppe volte hanno sperimentato la solitudine di fronte alle piccole o grandi questioni della loro esistenza, hanno sperimentato l’inconsistenza e la malizia degli adulti, il loro egoismo a tratti sfacciato e menefreghista, hanno dovuto subire ricatti e sono diventati prezzo di rivincite.
L’assenza delle domande pone quindi la questione del rapporto generazionale, della qualità di questo rapporto, della sua significatività.
Forse sarebbe interessante ricordarci che mantenere questa domanda nei nostri figli significa nutrire la nostra responsabilità nei loro confronti,evitando tutte quelle scorciatoie verso la deresponsabilità educativa, incitata da chi ha desiderato e poi prodotto ‘la morte del padre’.
Molte volte un genitore, su queste questioni che riguardano la tecnologia, la comunicazione di massa, internet, il digitale, si sente impreparato: non occorre essere un pedagogista o un ingegnere per essere un buon padre ed una buona madre. Ciò che non dobbiamo fare è ritrarci o peggio sottrarci al nostro ruolo di adulti. Saremmo complici di chi ha immaginato una umanità di orfani, senza adulti, senza esperienze con cui leggere e rileggere il proprio presente, senza un passato su cui edificare un futuro. C’è una pagina pregnante di Marisa D’Alessio:
‘se volessimo rappresentare graficamente il possibile rapporto tra l’adulto ed il bambino, in generale e nel preciso caso della Tv, potremmo distinguere tre posizioni di partenza.
Nella prima l’adulto ed il bambino sono pari e per ciò li rappresentiamo uno accanto all’altro.
Nella seconda l’adulto è davanti: ha un progetto per il bambino, ha la responsabilità della sua educazione, è più grande e gli fa strada.
Nella terza il bambino è davanti all’adulto. E’ ritenuto naturalmente tecnologico e precede l’adulto.
Di fronte alle nuove tecnologie l’adulto non si riconosce competente nello specifico e rinuncia addirittura ad elaborare e sostenere il progetto educativo. E/o si convince che il bambino non ne ha bisogno…Perciò quell’adulto lascia andare il bambino avanti da solo.
Questo atteggiamento si riferisce ad una ipotesi ottimistica che non di cura di considerare l’angoscia ed il pericolo di cui sarebbero caricati i bambini.
Personalmente escludo l’idea ce i bambini e gli adulti siano pari, né di fatto, né di fronte ad una realtà virtuale.
…i due non sono pari nella responsabilità e nel progetto educativo che vede l’adulto davanti al bambino per proteggerlo e per illuminargli il percorso.
A mio parere oggi come ieri la posizione dell’adulto rispetto al bambino è ancora di responsabilità e protezione davanti agli ostacoli e alle difficoltà.
Il ruolo genitoriale ha anche un altro obiettivo, rendere il bambino critico e sempre più autonomo…’
Forse non conosceremo tutte le novità dell’informatica o della telefonia, ma qualcosa della vita la conosciamo! E’ qui che possiamo aiutare i nostri ragazzi a trovare la loro strada. Se è vero che la tecnologia è l’aria che tutti noi respiriamo, è altrettanto vero che soprattutto loro hanno bisogno di capire verso dove si va con questa tecnologia, cosa si vuol raggiungere, che umanità stiamo costruendo.
L’entusiasmo delle novità va sempre stemperato in qualche nota di sana disillusione. Forse il gioco delle generazioni nasconde questo tesoro prezioso: giovinezza, maturità e vecchiaia si tengono per mano e mentre l’una trascina l’altra frena, l’una sogna mentre l’altra vede.
Guai se le foglie volessero fare a meno delle radici o se le radici smettessero di cercare il cielo con le foglie!
Noi adulti dobbiamo stare al nostro posto: davanti ai nostri figli, non per ostacolarne o chiuderne il cammino, ma per affrontare per primi le intemperie, per cercare di interpretare fatti, offrire loro tutto ciò che noi già sappiamo.
Prenderci cura del domani dei nostri figli significa anche ritornare al gusto delle domande che ci mettono in difficoltà, perché ci provocano al pensiero, alla nostra responsabilità, ai nostri compiti.
Un figlio che domanda è una mano tesa.
Anche nella semplice domanda ‘posso guardare la TV?’ stanno molte questioni che riguardano il nostro ruolo di genitori, il modo con cui stiamo al fianco dei nostri figli, le responsabilità che ci prendiamo decidendo, almeno inizialmente, per loro.
Ecco infatti che, se sfruttiamo questa domanda, può nascere un itinerario di educazione alla responsabilità ed alla libertà anche per i nostri figli.
Certo avremmo anche altri spunti per far questo, ma se per educazione intendiamo la promozione armonica di una persona nella realtà e nel momento storico in cui si trova a crescere, non è possibile che i genitori di oggi ignorino la TV, il cinema, i fumetti, la pubblicità perché tali linguaggi entrano molto precocemente nell’esperienza quotidiana dei bambini.
E’ come dire che il campo dei media è oggi il terreno ordinario per un progetto educativo.
Infatti inizialmente noi daremo loro le nostre indicazioni, i nostri giudizi, la nostra risposta. Poi cercheremo di farli pensare e riflettere affinché essi stessi siano in grado di dare la loro giusta risposta.
Chiedere ai propri figli: ‘perchè vuoi vedere la TV?’, oppure ‘cosa c’è da vedere?’ o ancora ‘cosa ti è piaciuto di quello che hai visto?’, ‘ti sembra un buon disegno?’, ‘questo personaggio cosa ti sembra?’sembrerà poca cosa, ma ciascuna di queste ulteriori domande avvia dialoghi ben oltre l’occasione che li ha generati e, lentamente, ma progressivamente, porta luce anche nella giovane intelligenza e coscienza.
Educare alle ragioni per cui si fa una cosa o si vede una trasmissione, educare a scegliere ciò che serve tra tutto ciò che è disponibile, educare al giudizio estetico, culturale ed etico di ciò che passa in TV, non è operazione né impossibile, né semplice, ma soprattutto non è cosa inutile.
E’ invece il frutto di un’opera paziente, semplice e costante, condotta quotidianamente. E’ il rapporto educativo che non ama scorciatoie, improvvisazioni. Ama invece le domande che aprono altre domande, alla ricerca della chiarezza e dell’equilibrio.
Il flusso televisivo 24 ore su 24, lo scorrere continuo di immagini sul nostro televisore può essere un ostacolo alla crescita della consapevolezza, allo sviluppo di quella prima domanda che, abbiamo visto, può aprirsi ad altre per condurre ad una vera opera di formazione e di educazione all’uso dei media.
Spegniamo il televisore quando nessuno lo guarda. Aiutiamo i nostri ragazzi a farci la prima domanda. Non ritiriamoci dietro un frettoloso ‘si’ o un superficiale ‘no’. Facciamo anche noi le nostre domande. Iniziamo un cammino.
Il Card. Martini lo scrisse molti anno fa in un testo che ancora oggi pare in grado di avviare questo cammino verso un modo nuovo di vivere il rapporto con i media e soprattutto capace di invitare gli adulti a prendersi carico della questione. Scriveva Martini ne il Lembo del Mantello:
Io vorrei avere con te un rapporto giusto. Non vorrei né chiuderti a chiave in un armadio e nemmeno essere teledipendente; non vorrei avere con te un rapporto di assuefazione come può avvenire per il fumo, il gioco, l’alcool, ma nemmeno ignorarti. Vorrei evitare questi due estremi (…) e nemmeno finire tra coloro che ti considerano un’invenzione diabolica.
Aiutare i nostri ragazzi a capire che la vita è più vasta della TV, anche se ha tanti canali, che parlare con un adulto vero è molto meglio che stare ad ascoltare quelli finti della TV, che vivere in diretta la propria vita è più interessante che assistere in differita a quella degli altri, questo e molto altro ancora debbono fare gli adulti.
Un’ esperienza ricca di alternative e di proposte aiuta a ridimensionare il ruolo, altrimenti predominante del mondo virtuale.
Il recente Direttorio CEI sul tema della comunicazione al cap IV ricorda:
Le case stanno diventando sempre di più una piccola centrale di media: radio, tv, stereo…I Genitori devono essere preparati a convivere con i media e ad educare i loro figli perché sappiano interagire in modo competente, critico, eticamente responsabile (…) Ai genitori, e in generale alle persone adulte nella famiglia tocca farsi carico di una responsabilità in gran parte nuova: attrezzarsi culturalmente per comprendere i linguaggi dei media, imparando a distinguere gli influssi negativi da quelli positivi, sottraendo loro potere (…) occorre riappropriarsi del ruolo attivo di utenti capaci di valutare, ancor più favorire un clima in cui crescere autonomamente nei giudizi e nelle scelte.
Proviamo a chiederci e a chiedere quali sono gli elementi in gioco nella programmazione televisiva di questi anni rivolta a preadolescenti ed adolescenti. Dopo un’ analisi dei palinsesti pomeridiani e serali sia delle TV generaliste come la RAI o i canali Mediaset, sia nelle programmazioni di TV specificatamente a target giovanile come MTV, emergerebbe un quadro che si potrebbe sintetizzare come segue: - la TV ti ascolta e ti accetta per quello che sei… - con la TV socializzi la tua fatica di vivere, i tuoi problemi…e ti vengono offerte vie di uscita alla tua portata - puoi dire quello che vuoi di questi adulti retrogradi e in ritardo su tutto - nei Videoclip trovi non solo musica,ma…immagini per sognare, atmosfere da vivere, mondi da esplorare… - non chiamiamole Telenovelas, ma Grande Fratello per spiare senza veli se gli altri sono come te… - ti offro modelli di comportamento o rinforzo nei processi di identificazione con prospettive esistenziali mediocri, sganciate da valori autentici, poggiate sulla soddisfazione immediata o su solleticazioni istintuali… - la TV ti cattura in un mondo di pari, dove non c’è vero confronto generazionale, ma una rete di emozioni forti, condivisione di strade possibili, esplorazione di mondi alternativi
Ovviamente sommario, l’elenco non evidenzia solo aspetti allarmanti. Mette in luce anche la pretesa della TV ed in genere dei mezzi di comunicazione di sostituire le figure di riferimento genitoriale. Non perché le voglia sempre e coscientemente eliminare, ma più spesso perché si insinua nel vuoto lasciato da genitori evanescenti, assenteisti o più semplicemente distratti.
Si tratta dunque di sfatare l’ idea, del tutto scontata, che la TV sia “io” a guardarla.
In realtà anche la TV mi guarda.
Anzi essa mi studia, è attenta ai miei veri o presunti bisogni, cerca strade possibili per corrispondere alle mie attese ed in definitiva per farsi sentire e percepire come alleata buona. La nostra domanda allora dovrebbe essere puntualmente riformulata anche nel modo seguente: ‘posso essere guardato dalla TV?’.
Guardare ed essere guardato sta certo nel gioco delle parti di una qualsiasi relazione sociale, ma ci pare importante sottolineare questa dualità di prospettive, per non cadere nell’ingenuo tranello di pensare che nel rapporto con la tecnologia, il protagonista sia solo chi utilizza.
In effetti questo discorso vale per tutti gli accessi mediati dalla tecnologia: le carte di credito, per fare un esempio altro, sono utilissime a chi le utilizza, ma altrettanto utili per chi, attraverso esse segue, studia e conosce le abitudini di consumo ed il tenore di vita del suo possessore.
Forse diventa necessario iniziare a chiederci quale idea ci siamo fatti della TV, del suo mondo, dei suoi occhi e delle sue intenzioni.
Quando eravamo piccoli andavamo a vedere se dentro la TV , ma dietro il video, ci fossero quegli uomini e donne che apparivano piccoli davanti e ci figuravamo che un giorno o l’altro li avremmo visti sbucare. Ora con gli schermi piatti e le TV appiccicate al muro non è più possibile questa indagine ai giovani consumatori, ma rimane loro la stessa nostra domanda: chi sono e dove vivono questi uomini e donne della TV? Che cosa è , in realtà, il mondo della TV?
La TV è un’ industria culturale consapevole e come tale si muove tra bilanci, linee editoriali, quote di mercato e di pubblico, interessi e intenzioni a volte ideologiche o al servizio di gruppi di potere. Dare credito a questa cruda realtà, non significa mostrificarla, ma semplicemente svelare l’identità di chi ci sta di fronte. Meglio sempre sapere con chi bisogna confrontarsi che illudersi con una fiaba rassicurante.
D’altro canto nessuno si scandalizza se scopre che un giornale appartiene a Tizio ed un altro a Caio, se uno rappresenta gli interessi e la visione del mondo di questo gruppo e l’altro di quell’altro.
La TV è stata molto abile a celare questa sua matrice, complice anche la sua storia, il suo accreditarsi come altro rispetto a tutti i mezzi fino ad allora conosciuti, il suo fascino incantevole che ci ha fatto sempre rispecchiare in lei .
Ma alla luce della battaglia attorno alle legge Mammì degli anni ottanta, alle vere e proprie lotte di potere di oggi per il controllo della stanza dei bottoni televisivi, l’incantesimo si è rotto e lentamente abbiamo fatto i conti con ‘mamma TV’, scoprendo aspetti che avevamo sottovalutato. Ora non cerchiamo più gli omini dietro il video, ma chi siede in Consiglio di amministrazione, chi è Direttore generale, chi firma i TG, chi è proprietario della rete.
E’ molto importante aiutare i ragazzi in questa scoperta della verità, andando oltre le dissimulazioni con cui abilmente la TV cerca di sviarci.
Per questo sono utili quei percorsi di media education che perseguano l’obiettivo di condurre i ragazzi ad un contatto meno scontato con la produzione televisiva, ad un consumo più monitorato, che li guidino all’analisi dei testi televisivi che consumano, percorsi che li aiutino ad entrare dentro e dietro la telecamera per fargli toccare con mano la realtà della produzione televisiva, i linguaggi ed i codici mediali, le numerose competenze necessarie, i tempi, i luoghi, le metodologie, le professionalità in gioco, gli strumenti, le figure dirigenziali, insomma, il mondo di una rete televisiva, piccola o grande che sia.
Avere più consapevolezza di tutto questo aumenta il nostro grado di libertà e ci confermerà nel sano desiderio di insegnare ai nostri figli a chiedere il permesso per guardare ed essere guardati dalla TV.
Un sociologo americano, Allan Bloom ha ben descritto quanto troppo spesso accade anche nelle nostre case:
In famiglia le persone mangiano insieme,giocano insieme, viaggiano insieme, ma non pensano insieme. Quasi nessuna famiglia ha una vita intellettuale di qualche tipo, tanto meno è capace di permeare i vitali interessi dell’esistenza”.
In un contesto deprivato aumenta vertiginosamente il rischio della sudditanza e di un consumo di media senza senso. Gli studiosi di comunicazione sociale sottolineano questo rischio della acriticità dello spettatore che progressivamente diviene integrato, cioè incapace di distinguersi da ciò che viene rappresentato. Con una efficace vignetta si era rappresentata la situazione con un personaggio che al posto della testa aveva…un televisore. Forse è vero che la riuscita di un’opera artistica, qualunque essa sia, sta nell’attirare dentro di sé colui che vi assiste o sta davanti: chi non è stato completamente catturato da un tramonto o da un quadro o da una recitazione o da un…programma TV?
Questo scopo, annullare le differenze tra schermo o palcoscenico e platea, è perseguito programmaticamente anche attraverso la tecnologia applicata all’audio e al video avvolgenti di molte sale cinematografiche ed ora anche nelle case grazie al dispositivo di home theatre generando l’impressione di essere dentro la scena, nel cuore dell’azione.
Altrettanto programmaticamente lo stesso obiettivo è perseguito dalle scenografie degli studi di registrazione televisivi, dal muoversi tra il pubblico dei conduttori o degli ospiti, dalla scomparsa delle scrivanie nei TG, dall’indugiare della telecamera su primi e primissimi piani, riproducendo e imitando in studio la situazione di casa, in cucina come in salotto o la situazione tra amici, sul muretto o al bar o, come nel caso del ‘Grande Fratello’ o ‘L’isola dei famosi’ facendo vivere insieme persone come se la telecamera non ci fosse.
Così qualcuno ha potuto parlare della TV come di una finestra sul mondo, cioè come di uno strumento che scompare per portare in casa il mondo così come è, la realtà così come essa si presenta agli occhi, senza alcuna mediazione.
Il fatto è che questa finestra sul mondo non esiste e tutto è, invece, rappresentazione e, spesso, finzione o comunque punto di vista sulla realtà.
Nel bellissimo volume di Dario Edoardo Viganò intitolato ‘I sentieri della comunicazione’ è presente un interessante capitolo che tratta del rapporto tra tecnologia e antropologia. La tesi principale è che ogni invenzione tecnologica produce effetti sull’antropologico. In queste pagine Viganò ricorda il giudizio severo che Platone diede, nel Fedro, dell’invenzione della scrittura:
‘…una cosa è la potenza creatrice di arti nuove, altra è giudicare qual gradi di danno e di utilità esse posseggano per coloro che le useranno. E così ora tu, per benevolenza verso l’alfabeto di cui sei inventore, hai esposto il contrario del suo vero effetto. Perché esso ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria, perché, fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più all’interno di se stessi, ma dal fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria, ma per richiamare alla mente. Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l’apparenza perchè essi, grazie a te, potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno di essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti’ ( in D.E. Viganò, I sentieri della comunicazione, Rubettino 2003, pagg. 89 -90).
E’ evidente che si tratta di sottolineare che il vero interrogativo sta nel cosa ne fa l’uomo di questa o di quella scoperta.
Diventeremo allora ‘consumatori accorti’ di televisione, anzi, con una espressione che ci piace, diventeremo negoziatori, cioè spettatori che consapevolmente si pongono il problema di cosa vogliono chiedere alla Tv, cosa si aspettano da essa, come intendono discutere di ciò che hanno visto e ascoltato.
Sarà possibile solo allora iniziare seriamente a parlare di etica del consumatore mediale.
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