HOME  |  CONTATTI CHI SIAMO  |  ATTIVITA’  |  TV  |  INTERNET  |  CELLULARI - VIDEOGIOCHI  |  NEWS  |  DIBATTITO
 
     
 
TV
Famiglia e TV Pagina 302 di 303 | << | >>
• Famiglia e TV
• Rassegna TV
• Indagini, rapporti, Auditel
• Monitoraggio e spot
• Cinema e teatro
• Storia del Cinema
 
Iscriviti alla newsletter ISCRIZIONE NEWS LETTER
Invia questa pagina ad un amico INVIA QUESTA PAGINA
Cerca nel sito CERCA NEL SITO
 
 
Per una televisione capace di svolgere una missione sociale

Il testo dell’intervento svolto dal dott. Piero Damosso, vice caporedattore del TG1, al convegno organizzato dall’Aiart di Firenze sul tema “Dalla TV alla società: per una comunicazione responsabile”.

Nel 2005, secondo lo studio di Eurodata tv-Worldwide, pubblicato dal quotidiano francese Le Monde, continua ad aumentare il tempo medio trascorso davanti alla televisione. Sono dati mondiali che ci indicano con efficacia il fenomeno della globalizzazione televisiva. La media mondiale è di circa 3 ore al giorno. Un tempo che, anche se di pochi minuti, continua a crescere. 

Perché si sta cosi’ a lungo davanti alla tv? Spesso per svagarsi e divertirsi, giochi e reality show, catturano una buona fetta dell’audience…. Se consideriamo la classifica dei programmi più visti troviamo al primo posto la fiction, soprattutto telefilm a episodi, con il 44 per cento; gli spettacoli di varietà con il 38 per cento, mentre l’informazione arriva al 18 per cento. I film raggiungono il 16 per cento del pubblico mondiale.

Il Giappone è il Paese dove si guarda di più la tv (5 ore e 11’ al giorno), seguito dagli Usa (4 ore e 31’). In Asia la media è sulle 2 ore e 34’ (il Pakistan, uno dei Paesi dove la media è più alta, siamo a 3 ore e 17’). In Europa, con 3 ore e 15’, il dato si mostra stabile,mentre cresce quasi ovunque nel mondo. In Medio oriente in Libano la media è 3 ore e 37’,in Israele 3 ore 17’…3 ore e 17’ anche nell’Africa del Sud,e anche per i latino-americani 3 ore e 16’… 

Dunque, nel mercato della globalizzazione televisiva stiamo vivendo una profonda trasformazione tecnologica, che ha cambiato anche molto il modo di lavorare (pensiamo alla velocità  dei tempi di produzione, una buona parte dei servizi dei telegiornali viene completato dopo la messa in onda della sigla,e questo per dare al pubblico,un servizio sempre più accurato,verificato e completo)…ma questa globalizzazione della tv è anche e soprattutto caratterizzata, pur con le diversità locali e le eccezioni tematiche e generaliste, da una certa uniformità di produzione di contenuti,pensiamo alle fiction e ai reality che fanno il giro del mondo, ai format venduti o copiati, e tutto questo si accompagna con un processo di concentrazione di reti televisive, testate, case editrici e cinematografiche,in stretta connessione spesso con grandi imprese. Non a caso si parla di gigantismo mediatico.       

Nella classifica dei  50 maggiori gruppi mondiali dell’audiovisivo, spiccano gli Stati Uniti, che con 17 compagnie coprono da sole il 60 per cento del mercato mondiale. E ai primi tre posti troviamo gruppi americani. 

Ora,di fronte a questa realtà televisiva globale, che tipo di comunione si può realizzare? Il messaggio del Papa ci invita a guardare con realismo i media, perché potenzialmente in grado di facilitare la comunicazione, la comunione, la cooperazione…anche se, osserva Benedetto XVI, “ogni giorno verifichiamo che l’immediatezza della comunicazione non necessariamente si traduce nella costruzione di collaborazione e comunione all’interno della società”.

Ritornando alla grande lezione di McLuhan, sempre piu’ il mezzo è il messaggio, sono cioè i messaggi a fornire l’identità di un programma, di una testata, di una rete televisiva, i messaggi che trasmettono valori e disvalori, la pace, il dialogo,l’amore che si dona per gli altri e che dà senso alla vita, ma anche la contrapposizione amico-nemico, la violenza, la guerra. Sempre più il mezzo-messaggio può condizionare e influenzare i comportamenti, le scelte individuali e collettive, la morale e il costume di un popolo. La televisione negli ultimi anni è diventata ancora di più il luogo della politica, dello scontro e del confronto fra partiti, leaders, punti di vista; ma non solo: è la piazza dove si pubblicizzano opzioni etiche, gusti, consumi, scelte culturali, e il luogo dove ci si guarda e ci si spia con un’attenzione forte al privato-personale e alle proprie aspettative rispetto alle dinamiche affettive, di carriera,o dei soldi. Pensiamo al fenomeno dei reality,che da un lato sembra in declino (la fiction don matteo ha infatti superato il grande fratello),ma continua a conquistare settori di pubblico in tutto il mondo (il reality britannico Strictly Come Dancing è in testa agli ascolti in sette dei 64 paesi esaminati nella classifica mondiale che abbiamo citato all’inizio, ed e’ un mix tra gara di ballo e reality di personaggi famosi,anche se non più di primissimo piano). A questo dobbiamo aggiungere che molti programmi ora si possono vedere su internet o sul telefonino, mezzi che sviluppano l’interconnessione e quindi c’è la possibilità per tutti, anche per i minori praticamente, di realizzare video,magari pornografici,metterli in rete e ricavarci del denaro, attraverso ad esempio la ricarica della scheda telefonica. C’è, a questo proposito, un’inchiesta della procura di Milano in corso. Ma l’ampliamento dei mezzi di comunicazione non ha messo in scacco la tv, che come dimostrano le ultime ricerche, anche in italia fa registrare una crescita di pubblico. 

Insomma, la caratteristica più evidente di questa realtà dei media è l’ambiguità. E il Papa ci fa riflettere efficamente su questo aspetto: “I mezzi della comunicazione sociale sono una grande tavola rotonda per il dialogo dell’umanità, ma alcune tendenze al loro interno possono generare una monocultura che offusca il genio creativo, ridimensiona la sottigliezza del pensiero complesso e svaluta la peculiarità delle pratiche culturali e l’individualità del credo religioso. Queste degenerazioni – continua il papa- si verificano quando l’industria dei media diventa fine a se stessa, rivolta unicamente al guadagno, perdendo di vista il senso di responsabilità nel servizio al bene comune”. 

Quali sono allora le condizioni perché i media diventino risorse incisive e apprezzate per costruire una civiltà dell’amore,aspirazione di tutti i popoli,come dice il papa?
O
ccorrono regole, non si può pensare che la comunicazione sociale debba essere unicamente affidata al mercato o a strumenti di rilevazione degli ascolti,solo quantitativi, e basati su un campione,dove per forza di cose 8-10 mila persone rappresentano decine di milioni di persone. “In quanto servizio pubblico – scrive il papa -,la comunicazione sociale esige uno spirito di cooperazione e corresponsabilità, con una scrupolosa attenzione all’uso delle risorse pubbliche e all’adempimento delle cariche pubbliche, compreso il ricorso a norme di regolazione e ad altri provvedimenti o strutture designate a tal scopo”. 

Ma le regole sono condizione necessaria ma non sufficiente. Scrive ancora il papa: “Illuminare le coscienze degli individui e aiutarli a sviluppare il proprio pensiero non è mai un impegno neutrale”. I media rete di comunione,allora, richiedono – in particolare - una cultura, una nuova cultura condivisa,  che coinvolga innanzitutto le classi dirigenti dei media e le loro proprietà, fondata su una comunicazione responsabile e sulla relazione, fondamento etico della comunicazione. Una nuova cultura che diventi statuto dell’impresa, base della sua responsabilità sociale, garanzia dell’autonomia, della libertà e della responsabilità dei giornalisti e degli operatori dei media. 

Mi spiego meglio riferendomi ad un lavoro sulla tv che ho curato e che ha coinvolto espressioni qualificate dell’associazionismo laico e cattolico ( “Speciale Tv. La missione sociale della televisione”,a cura di P.Damosso, Carocci, Roma,2005). E’ un manifesto di idee,progetti,proposte di format e di servizi giornalistici,di contenuti televisivi,partendo dal proprio specifico. E’ nato un programma per una  tv,con una forte missione sociale. Per una tv che sceglie come metodo l’alleanza tra società civile, operatori, imprese e istituzioni, e indica come strumenti la formazione,la partecipazione e,in particolare,la co-progettazione di programmi e palinsesti. Per una tv veramente aperta alla società,dove la missione sociale si realizza nella difesa del primato della persona, nel sostenere la famiglia e la scuola,nel promuovere la coesione sociale e l’inclusione dei soggetti deboli, nel rafforzare la cittadinanza attiva,la responsabilità civica e una democrazia più partecipata, nel promuovere il pluralismo politico e culturale, nell’alfabetizzazione ai nuovi linguaggi informatici,e nella distribuzione delle conoscenze, nella promozione dei diritti e del lavoro,nella promozione della salute e della ricerca, nella tutela efficace dei bambini e dei minori, nel migliorare la qualità di vita degli anziani,nella lotta al disagio e alle dipendenze, nell’umanizzazione delle carceri,nella salvaguardia dell’ambiente e del pianeta, nella difesa dei diritti umani, nel favorire una maggiore apertura all’europa,e all’interdipendenza, nel promuovere la pace,il dialogo tra culture e religioni,e l’integrazione degli immigrati,la solidarietà internazionale e il divario tra nord e sud del mondo, nel contrastare il declino di civiltà e promuovere un nuovo umanesimo della fraternità, nell’elevare lo spirito di tutti comunicando bellezza,speranza, verità,significato, amore. 

Ma perché tutto non resti un’elaborazione teorica,occorre che presto possa partire un tavolo di lavoro fra tutte le associazioni interessate e le reti televisive, per provare a tradurre questi valori in una programmazione di proposte e progetti operativi. Alcuni format ci sono, devono essere valutati,discussi,approfonditi,ma sono una buona base di partenza. Ma l’impronta del terzo settore, che rappresenta uno straordinario patrimonio civico di umanità,responsabilità, donazione, volontariato, cultura democratica, ci spinge ad una frontiera culturale,che può essere molto utile per il mondo autoreferenziale della tv. Davanti all’incompiutezza dei principi della libertà e dell’eguaglianza, va emergendo, come segno di contraddizione in un mondo diviso e lacerato da guerre e terrorismi, il paradigma della fraternità,declinato in interdipendenza, dialogo, relazione. Lo si indica come principio ricostruttivo per la crescita di una democrazia sostanziale e partecipativa del bene comune, per fondare una nuova governance mondiale, per lo sviluppo sostenibile e integrale, per globalizzare la solidarietà, per un modello di impresa socialmente responsabile,per ritessere il rapporto tra i generi e le generazioni,per la tenuta e l’unità della famiglia,per l’inclusione e la coesione sociale,per l’integrazione dei  popoli migranti,per il dialogo tra le religioni e la pace;per una nuova laicità evitando derive relativistiche e alla ricerca di un’etica pubblica condivisa. E così anche per la comunicazione. La comunicazione, di cui la tv resta un mezzo, non può essere separata dalla comunità di persone a cui si riferisce. E allora la comunicazione si fonda sulla relazione solidale tra le persone,sulla cultura del mutuo aiuto,sulla gratuità,sulla centralità della persona e sulla cura dell’altro. Emanuel Levinas scrive che comunicare è rendere il mondo comune. Tale affermazione parte da una riflessione che fonda la comunicazione su un “tu”, su un “altro”, sul riconoscimento di un altro da me. Emilio Rossi sostiene che “comunicare presuppone già un sia pur embrionale riconoscimento inter-soggettivo, comporta un patto minimale se non altro al non inganno, racchiude un germoglio di gratuità, di generoso traboccamento in vista di condivisione”. Allora,con questo respiro, la comunicazione è sguardo fuori di sé, è atto tra-scendente, antidoto all’iperindividualismo e all’ipersoggettivismo,all’autocentramento. “L’altro mi altera” dice Umberto Galimberti. Questo riconoscimento dell’altro è anche disvelamento di se stessi e rivelazione reciproca di un orizzonte nuovo, di una sintesi più alta: la relazione all’altro è l’amore. In questo senso,continua Galimberti, ogni atto di comunicazione è “ rischio, capacità di superare la sua autosufficienza intransitiva  nella speranza di accedere a quel vertice morale che è la comunicazione vera, aldilà di quella finta comunicazione a cui ci obbliga la nostra cultura della funzionalità e dell’efficienza”.In questa partita sempre aperta,tra l’io e l’altro, sta oggi molta parte del segreto di una comunicazione più adeguata al tempo presente. Convivere, saper vivere insieme, queste le sfide di una comunicazione responsabile che non ha paura delle identità, ma scommette sul dialogo, combatte, e limita la violenza e il male, e cerca di prevenire i conflitti nati anche dall’impazzimento delle pluralità. 

Sono semi di una cultura di comunione che possono incidere profondamente nei media, una cultura di dialogo e di rispetto per la persona e per il pubblico che a volte i giornalisti-testimoni pagano con la vita. Negli ultimi 15 anni sono stati 1500 i giornalisti uccisi nel mondo. 25 quest’anno. 42 i giornalisti rapiti in Iraq dall’inizio del conflitto. 

Ma c’è un’altra questione, a livello di cultura dell’informazione, che va posta. Rispetto al ruolo e alla trasmissione della realtà fornita dai telegiornali credo sia venuto il momento di chiedersi. I criteri di notiziabilità con cui si scelgono e si selezionano le notizie, con cui si decidono di realizzare i servizi, sono ancora validi?

Uno dei criteri dei criteri, ad esempio, è sempre stato la vicinanza del luogo dove si svolge il fatto,ma oggi non si può prescindere dall’interdipendenza. Tutto ci riguarda,nessuno può dire: non nel mio cortile. Le vicende dei territori italiani, dove non mancano i conflitti. E le guerre,anche quelle più lontane. Tutto è in movimento alla luce della globalizzazione economica e finanziaria,dell’interconnessione telematiche,dei flussi migratori e delle informazioni,delle reciproche dipendenze europee e mondiali. L’altro,in una parola, è anche diventato più vicino. 

Un altro criterio della notizia è quello della novità.Lo dice la parola stessa: news. Ma può accadere che anche a causa della velocità delle notizie,la cronaca intesa solo come espressione di novità,tenda a prevalere sulla realtà e sullo sforzo interpretativo,che dovrebbe essere proprio del giornalista. E così il rischio, a volte, è quello di assistere ad un caos informativo senza intelligibilità. L’antidoto è il recupero della memoria,come recupero della storia,ma anche come riflessione sull’identità,come approfondimento. 

Esiste poi il criterio di drammaticità: si va dai grandi mali dell’umanità ai delitti. Qui ci si deve confrontare con il criterio di sostenibilità. E’ sostenibile una tv che di fronte alle grandi questioni planetarie aiuti a compiere il passaggio dal vedere al pensare e dal pensare all’agire. E’ sostenibile l’informazione che vada oltre il singolo caso straziante,inspiegabile, folle e aiuti a rintracciare il senso ultimo di un fatto, facendo spazio alla speranza perché si può limitare e vincere il male con il bene. Esiste pur sempre il potere inerme dell’amore,capace di cambiare la vita delle persone e di trasformare realtà che, a volte, sembra impossibile modificare. Ma davvero nulla è impossibile: e qui si sperimenta come la speranza di un Dio vicino possa rendere più completa e vera l’informazione, qui si sperimenta come la stessa questione di Dio non possa essere relegata, anche se efficamente nei servizi di cronaca sul Papa o nell’ambito dell’informazione religiosa, la questione di Dio è questione che suscita domande e  attraversa tutti i campi dell’agire umano. 

La conflittualità è un altro grande criterio di notiziabilità, da sempre, profondamente legato a quello della drammaticità. Ma questo criterio di rappresentazione della notizia deve fare i conti con le volontà di dialogo, di mediazione,di costruzione della pace e della convivenza, e anche della riconciliazione e del perdono. Enfatizzare lo scontro,la faziosità,l’aggressività, anche su di un piano locale, significa banalizzazione del male, prevalenza della contrapposizione amico-nemico, violazione delle regole minime di rispetto delle persone, significa rischiare di incentivare sensimenti di odio e di vendetta,senza aggiungere nulla in termini di comprensibilità della notizia. A questo proposito va ricordata la carta per l’interdipendenza varata recentemente a Montepulciano in un seminario da un gruppo di associazioni laiche e cattoliche che hanno invitato a eliminare dai testi e dalle immagini televisive ogni riferimento che possa determinare razzismo o offesa per culture, religioni, etnie. 

Infine,il criterio di notiziabilità   del progresso. Ma qual è la concezione di progresso che sta dietro la nascita di un servizio o la selezione di una notizia? Il progresso scientifico? O anche lo human interest, tutto quello che riguarda l’interesse dell’uomo. Oggi la cultura scientifica sta sviluppando un intervento creativo sull’uomo e sulla natura . Ora di fronte alle nuove sfide della bioetica, non ci si può non interrogare sull’etica del limite basata sul principio di precauzione, e su quello dell’indisponibilità della vita. Inoltre, la responsabilità di cercare la verità ci porta inevitabilmente a confrontarci con il relativismo di posizioni culturali per cui anche la morale viene ricondotta,in un modo o nell’altro alla tipologia del calcolo, al conteggio del rapporto tra effetti sfavorevoli o favorevoli di un’azione. Allora il bene in sé e il male in sé rischiano di non essere più riconoscibili e si adotta come principi di orientamento dell’azione la riuscita pratica, il successo, il profitto economico, la convenienza. Così può avvenire che si lega la verità al consenso: quello che passa in tv rischia di essere vero per il semplice fatto che è condiviso dal pubblico, ma ne siamo poi così sicuri? Mentre la voce fuori dal coro, l’dea non conforme perde molta della sua rilevanza e non viene riconosciuta nella sua validità. 

Dunque, il primato della responsabilità degli operatori, la priorità dei contenuti, la capacità di creare convivenza, riconoscimento, dialogo fra identità, culture, religioni, etnie, territori, la libertà e autonomia di informazione,la ricerca appassionata della verità. Tutto questo può generare reti di comunione fra giornalisti,all’interno di una stessa redazione, come fra associazioni professionali, e nella società fra operatori della comunicazione e associazionismo e terzo settore. Tutto questo può generare nuovi format, rubriche di storie, tg tematici capaci di rappresentare la vita come esperienza di rapporti, come rinuncia al nulla, come capacità di amare,nella ricerca e nel dialogo con il Dio dell’alleanza.

 
web project & design: adecom www.aiart.org