Ha, delle fiction agiografiche ormai divenute "stile" nella nostra tv, i pregi e i difetti, Pane libertà di Alberto Negrin, proposto da Raiuno domenica e lunedì. Perché una fiction biografica diventa per necessità agiografica, quando descrive personaggi che si riconducono positivamente alla memoria popolare: seguendo con rigore cronologico " e, per opposto, con ormai consueti rimandi al passato " le vicende di cui i protagonisti sono stati coinvolti e nelle quali hanno agito. Riassunti spesso fedeli sino allo zelo, in cui poco può agire la fantasia degli sceneggiatori, accusati perfino, a volte, di esorbitare dal rigore dei dati e di "inventare", come la creatività suggerisce. La vita di Giuseppe Di Vittorio, ricordato dopo cinquant’anni dalla morte ai tanti giovani che, è stato dimostrato, ignorano chi sia stato, è narrata con appassionata fedeltà, spesso enfatizzando, soprattutto nella prima parte, che appare ispirata da Silone e dal suo Fontamara, passioni e slanci, dolori e tragedie, con un linguaggio popolare rievocante tempi e ambienti. Vita privata e azione politica si sono intrecciate con toni accesi: l’affollarsi delle situazioni ha reso necessaria una narrazione frammentata in "episodi" e "ritratti", efficaci dal punto di vista emotivo ma monotoni nell’economia della fiction. Non sono mancati momenti toccanti, che la accorata recitazione di Pierfrancesco Favino ha reso con coinvolgente efficacia: ma i dettagli sulle vicende più ampiamente politiche " l’esilio in Russia, il contrasto con Togliatti " sono stati condensati in rapidi accenni. E ci sono state, oltre a immagini-simbolo che resteranno nella memoria, anche caratterizzazioni di maniera, semplificazioni e stereotipi (il prete alla tavola del barone, per esempio), che trovano giusta collocazione, tuttavia, in una storia volutamente semplice che si indirizza a un pubblico ampio e vario.
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