Cogne, Garlasco, Perugia. Il processo mediatico corre parallelo a quello giudiziario, per talvolta sovrapporsi ad esso nell’immaginario di molti. Un effetto “collaterale” prodotto dalla consuetudine, sempre più diffusa sia sulle reti pubbliche che su quelle private, di riproporre sul piccolo schermo i fatti delittuosi oggetto di indagine da parte dell’autorità giudiziaria. Con ricostruzioni presentate come verosimili remake di omicidi e atti di violenza, telefonate carpite dalle intercettazioni e reinterpretate in studio da valenti attori, e plastici che riproducono in miniatura la scena del delitto, col sangue – finto per fortuna – sulle scale e le sagome dei protagonisti del dramma, vittime e carnefici, in scena per l’ennesima volta sul teatrino della tv. Dei veri e propri “processi – spettacolo” che dal prossimo 30 giugno – udite udite - non avranno più spazio nei palinsesti televisivi.
A deciderlo sono le stesse emittenti radiotelevisive (Rai, Mediaset, Frt–Federazione Radio Televisioni, Telecom Italia Media, Aeranti Corallo) che insieme agli organismi di rappresentanza dei giornalisti (Fnsi, Odg), su invito dell’Agcom, l’Autorità Garante per le Comunicazioni, hanno siglato l’accordo per un Codice di Autoregolamentazione sull’informazione giudiziaria. Una normativa che impone un rigore nuovo all’informazione in tema di vicende giudiziarie, vincolando la trattazione dei casi di cronaca nera e giudiziaria ad un approccio che combini il rispetto del diritto “alla dignità e alla riservatezza delle persone” con la tutela del “diritto alla libertà di espressione” e con “la necessità di piena esplicazione del diritto di cronaca”. Nel mirino soprattutto i processi sotto forma di fiction, che secondo il presidente dell’Autority Corrado Calabrò costituiscono “uno svigorimento e screditamento del processo, un fuorviamento dell’opinione pubblica, e non escludo anche un condizionamento delle parti in processo”.
Un duro colpo per la tv degli ascolti, certamente, che molto investe sulla dimensione del mistero e dell’intrigo e pone l’accento sui fatti contraddittori, sui dettagli macabri, sugli elementi “di colore” capaci di suscitare la curiosità del pubblico, come sul vissuto emozionale dei protagonisti, di sicura presa sull’uditorio in studio e casa. Ma certamente anche un gesto di civiltà da parte degli operatori della comunicazione, che stavolta hanno scelto di dare priorità alla persona e non all’audience. Una “svolta necessaria” nella comunicazione – ha spiegato il Presidente Calabrò - perché su questo tema non si poteva procedere con un atto d’autorità”. Sul carattere dell’autodisciplina si è soffermato anche Mauro Nanni, di Telecom Italia Media, sottolineando “la piena condivisione e la volontà di piena applicazione di questo codice”, e soddisfazione è stata espressa anche dal presidente della Rai, Paolo Garimberti, che si è detto “contento dell’accordo raggiunto”, e da Fedele Gonfalonieri, al vertice di Rti, che nella condanna dei processi show ha riconosciuto un “giudizio imparziale”.
“Il Codice – spiega un comunicato dell’Agcom - trova fondamento nei diritti, garantiti dalla Costituzione, di libertà di espressione del pensiero da un lato e di rispetto dei diritti della persona dall’altro, riconoscendo la necessità di piena esplicazione del diritto di cronaca degli operatori dell’informazione e, nello stesso tempo, l’inderogabile dovere di rispettare nell’esercizio di tale funzione informativa, i diritti alla dignità, all’onorabilità e alla riservatezza delle persone.”
Frutto di 18 mesi di lavoro, il codice entrerà in vigore appunto il 30 giugno, chiamando le emittenti al rispetto dei seguenti orientamenti: “curare che risultino chiare le differenze fra documentazione e rappresentazione, fra cronaca e commento, fra indagato, imputato e condannato, fra pubblico ministero e giudice, fra accusa e difesa, fra carattere non definitivo e definitivo dei provvedimenti e delle decisioni nell’evoluzione delle fasi e dei gradi dei procedimenti e dei giudizi”. Sarà loro compito anche “diffondere un’informazione che, attenendosi alla presunzione di non colpevolezza dell’indagato e dell’imputato, soddisfi comunque l’interesse pubblico alla conoscenza immediata di fatti di grande rilievo sociale quali la perpetrazione di gravi reati”. Un compito che gli operatori della comunicazione dovranno svolgere avendo cura di “adottare modalità espressive e tecniche comunicative che consentano al telespettatore un’adeguata comprensione della vicenda, attraverso la rappresentazione e la illustrazione delle diverse posizioni delle parti in contesa, tenendo ponderatamente conto dell’effetto divulgativo ed esplicativo del mezzo televisivo che, pur ampliando la dialettica fra i soggetti processuali, può indurre il rischio di alterare la percezione dei fatti”. E non è tutto perché al momento di “dar voce” alle parti in causa giornalisti e conduttori dovranno “rispettare complessivamente il principio del contraddittorio delle tesi, assicurando la presenza e la pari opportunità nel confronto dialettico tra i soggetti che le sostengono – comunque diversi dalle parti che si confrontano nel processo - e rispettando il principio di buona fede e continenza nella corretta ricostruzione degli avvenimenti”. Tra i loro compiti l’Agcom ricorda anche l’impegno a “controllare, nell’esercizio del diritto di cronaca, la verità dei fatti narrati mediante accurata verifica delle fonti, avvertendo o comunque rendendo chiaro che le persone indagate o accusate si presumono non colpevoli fino alla sentenza irrevocabile di condanna e che pertanto la veridicità delle notizie concernenti ipotesi investigative o accusatorie attiene al fatto che le ipotesi sono state formulate come tali dagli organi competenti nel corso delle indagini e del processo e non anche alla sussistenza della responsabilità degli indagati o degli imputati”. In ultimo i comunicatori sono tenuti a “non rivelare dati sensibili, o che ledano la riservatezza, la dignità e il decoro altrui, ed in special modo della vittima o di altri soggetti non indagati, la cui diffusione sia inidonea a soddisfare alcuno specifico interesse pubblico”.
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