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Media - L’educazione dei bambini e la violenza televisiva
Opinioni & Commenti - Edizione del 25/3/2007. Di Maria Grazia Biasi 

“Il rapporto tra bambini, media ed educazione può essere considerato da due prospettive: la formazione dei bambini da parte dei media e la formazione dei bambini per rispondere in modo appropriato ai media . Emerge una specie di reciprocità che punta alle responsabilità dei media come industria e al bisogno di una partecipazione attiva e critica da parte dei lettori, degli spettatori e degli ascoltatori. Dentro questo contesto, l’adeguata formazione ad un uso corretto dei media è essenziale per lo sviluppo culturale, morale e spirituale dei bambini”. Così scrive Benedetto XVI nel messaggio per la XLI Giornata mondiale delle comunicazioni sociali del prossimo 20 maggio. Uno dei temi oggi più discusso dalla letteratura scientifica, dalla cronaca, dalla politica e dall’opinione pubblica a proposito del rapporto tra minori e Tv è quello della violenza trasmessa attraverso i mezzi televisivi. Ne parla approfonditamente Sandro Montanari in un articolo “Violenza televisiva e minori” pubblicato su La Parabola , rivista di studi e ricerche sulla comunicazione, trimestrale dell’Aiart, diretto da Luca Borgomeo. L’autore del saggio, pubblicato sul numero di febbraio, spiega due diversi tipi di studi condotti in materia di violenza televisiva: il primo esamina la quantità e i contenuti del concetto di violenza televisiva; il secondo approfondisce gli effetti che tale violenza genera negli spettatori. Uno studio condotto in America lascia supporre che alla fine delle scuole elementari (siamo intorno ai dieci anni di età), un ragazzo abbia assistito tramite la Tv “a ottomila omicidi e centomila atti di violenza”. Secondo Montanari diventa necessario riflettere non più sulla violenza nei media , ma sulla violenza dei media ossia la forma che la “logica televisiva” conferisce al gesto violento attraverso le inquadrature, i primi piani e tutto ciò che genera immediata reazione nello spettatore. Quali gli effetti sul minore? Il primo è quello che induce ad assimilare atteggiamenti violenti e a riproporli. Montanari cita poi l’effetto “vittima” che porta la persona “a sviluppare sentimenti di ansia, paura e diffidenza nei confronti del mondo reale e ad accettare più facilmente misure repressive della violenza” e poi l’effetto “spettatore” di chi si mostra indifferente “nei confronti della violenza subita, nella vita reale, dagli altri”. Se le ricerche condotte finora hanno dimostrato come la Tv entri in relazione con i minori e ne influenzi i processi di crescita, il problema allora assume un valore bioetico che mette in gioco scelte e responsabilità tali da influire “sulla costruzione del benessere dell’infanzia e dell’adolescenza”. In questo sono chiamate in causa le famiglie, le istituzioni e le agenzie di socializzazione al fine di “garantire alle nuove generazioni il diritto ad uno sviluppo quanto più armonioso e sereno possibile”.

 

 
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