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Shoote
Un film dal discreto intrattenimento, ma niente di più. Di Gianluca Arnone

Corno d’Africa. Il marine Bob Lee Swagger (Mark Wahlberg), è un cecchino infallibile capace di colpire ad incredibili distanze. Mimetizzato su un altopiano, insieme a un compagno che raccoglie i dati, uccide qualunque nemico gli capiti a tiro. Poi succede un imprevisto, la controparte aumenta pericolosamente di numero, sgancia perfino un elicottero con mitragliera che falcia l’amico, mentre il resto del commando americano si dà alla fuga lasciando vigliaccamente il nostro eroe a sbrigarsela da solo. Non sappiamo come, ma lo ritroviamo in perfetta salute in una baita nelle montagne americane, sdegnosamente solo (come un cane, con un cane) e totalmente sfiduciato dal sistema Paese che aveva fino a ieri difeso con onore (sul desk troviamo anche un pericoloso dossier sull’11 settembre). Si è ormai ritirato da una vita vissuta pericolosamente, e non ha nessuna intenzione di tornarci. Ma siccome l’eroe è buono, e non può essere diversamente, ecco che ci ricasca: una squadra specializzata della Cia capitanata dal diabolico colonnello Fitzsimmons (Danny Glover) gli commissiona un incarico estremamente delicato: dovrà sventare un sicuro attentato al Presidente degli Stati Uniti che un cecchino “segreto” ha pianificato alla perfezione.  Ovviamente è una trappola e il nostro bellimbusto si ritrova ad essere il ricercato numero uno d’America.Sulla scia della recente idiosincrasia del cinema a stelle e strisce verso le istituzioni del proprio Paese in generale e verso i Sevizi Segreti in particolare, ambedue imputati delle peggiori malefatte e delle più eclatanti bugie (l’esperienza irachena ha evidentemente lasciato il segno sul grado di fiducia dei cittadini americani), Antoine Fuqua torna al cinema d’azione (dopo il riuscito Training Day e il deludente King Arthur) con un thriller (fanta?)politico più muscolare che corrosivo, che frustra il senso di giustizia dello spettatore solo per poterlo meglio glorificare nella spietata strategia di vendetta messa in atto dal suo protagonista.  E da questo punto di vista Shooter (“Cecchino”) funziona, Fuqua sa infondergli la giusta tensione, le scene d’azione sono ben costruite, il montaggio serrato e il cast asseconda  alla perfezione l’assunto, a cominciare dai micidiali pettorali di Walhberg e dall’eroe per caso Michael Peña, agente dell’FBI con passato da imbranato. L’ideologia reazionaria del giustiziere impastata di nichilismo barbaro (per non dire dell’involontario spot alle armi su cui la macchina da presa più volte indugia e si compiace) rimanda alla memoria certo poliziesco americano degli anni Settanta (da I tre giorni del condor, sul quale Shooter opera un ricalco complottista al filone Giustiziere della Notte, Callaghan e Braccio Violento della legge, con i quali condivide la determinante assiologica); i riferimenti più immediati sono però all’ultimo cinema americano da Syriana a The Good Shepherd, prodotti che mettono deliberatamente alla berlina politica e spionaggio degli Stati Uniti d’America, con alcune differenze decisive: rispetto al contorto Syriana, il film di Fuqua è un corpo diafano, superficiale, del tutto derivativo (come abbiamo detto), messo a confronto con il rigorosissimo (e un po’ noioso) lavoro storiografico di De Niro invece, Shooter risulta ovviamente dozzinale, psicologicamente tagliato con l’accetta, risibilmente  manicheo. A regista e produttori insomma interessa l’azione e nient’altro, e pertanto non ci vanno troppo sul sottile. Per cui non facciamolo neppure noi e prendiamo questo prodotto per quello che è: un film già visto, ma che ancora diverte.

 
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