Quando accosta le cose che ama, Benigni diventa un altro. Il suo sguardo si sperde chissà dove, il respiro si fa spezzato, perfino la voce gli riesce diversa. Smette di essere quella di sempre, scomposta e sbilenca - come scomposto e sbilenco è sempre stato il suo corpo matto di giullare - e si sforza, facendosi grave, di accordarsi per prima, tra tutti gli altri strumenti di cui un attore dispone, all’altezza di quello che esprime. Perché da qualche tempo, ormai, quando Benigni porta in pubblico ciò che ama di più – o meglio, quando dona al pubblico ciò che ama di più («ora vi faccio un regalo» è la frase che rivolge sempre più spesso alle platee) -, il suo discorso si propone di misurarsi con qualcosa di enorme, di spropositato, di pauroso e incantevole insieme. Insomma di formidabile. Soprattutto per chi, nella vita, ha scelto come mestiere quello – assurdo, difficile – di far ridere gli altri. Ora, il punto è proprio questo: quando Benigni parla delle cose che ama, di far ridere gli altri non gli interessa più. O meglio, gli interessa fino a un certo punto. Fino al punto, cioè, in cui, oltre ad aver adattato il suo corpo alle più sperticate figure (permanentemente dissonanti, invasive, oltreché del tutto ingovernabili), sovrapposto al suo volto le smorfie più impensate, assolto l’usato mandato di canzonare i potenti e muovere contro a tutto ciò che non gli piace, Benigni dà l’impressione di smettere di essere un comico e si mette nientemeno a parlare dell’amore assoluto o, addirittura, della bellezza. Quest’”altro” Benigni lo si vede da vicino se recita la Commedia: minuto, quasi immobile, quasi sperduto, come leggesse le terzine per la prima volta, si mostra atterrito dalla loro sprofondante vertigine e cerca di riprodurle così come sono. Come fosse un ragazzino che assista ad un prodigio e lo voglia illustrare a qualcuno, si scorda di tutto e si limita a dire. Ma questo suo dire meravigliato ed assorto non è che l’altra faccia di ogni sua più vorticosa azione performativa, il risvolto maturo di un consolidato atteggiamento critico verso il reale che mira adesso a contrapporre alle brutture, prima solo fragorosamente sbeffeggiate, quel che di più alto e sublime – l’arte, il pensiero, l’amore - l’uomo è capace di dare.
E’ soprattutto quest’altro Benigni, questo Benigni della maturità, che ne La tigre e la neve veste i panni di Attilio De Giovanni, poeta bislacco e distratto che improvvisatosi medico si precipita nell’Iraq dei nostri giorni travolto dalla guerra, e riesce, impedimento dopo impedimento, a salvare dalla morte sicura la donna che ama (Nicoletta Braschi, naturalmente), caduta in coma dopo il crollo di un edificio.
Diciamolo pure senza esitazioni: scritto dall’attore-regista assieme al consueto Vincenzo Cerami, La tigre e la neve è tutt’altro che un film perfetto. La breve sintesi, appena tratteggiata, della vicenda narrata, del resto, lascia intravedere fin da subito che riuscire a rendere compiuto ed equilibrato un film come questo appare tutt’altro che semplice. Benigni articola il proprio racconto attorno a temi dolentissimi ed atroci – non una guerra immaginaria, astratta o archetipica, ma quella attualissima e vera dell’Iraq di oggi –, ma non riesce mai a cogliere, o meglio dà l’impressione di non volersi mai preoccupare di cogliere in profondità il tragico carico di realtà che la rappresentazione non può non chiamare in causa, finendo assai spesso per smorzare l’asperità delle situazioni o degli eventi evocati in una gamma di toni compresi tra l’elegiaco e il farsesco.
Le macerie di Baghdad, i feriti gravi o gravissimi negli ospedali fatiscenti, l’inaccessibilità delle risorse più elementari, farmaci compresi, i campi minati, gli atti di sciacallaggio tra le rovine, i carri armati, le divise, i posti di blocco americani non assumono mai una reale consistenza testimoniale, ma, sovrapponendosi gli uni agli altri in un’indistinta, sfocata raffigurazione della guerra, sembrano limitarsi ad alimentare un congegno narrativo piano e lineare, efficacemente orientato verso il coup de thêatre finale, e tuttavia in definitiva meccanico e monocorde, in cui è stranamente difficile perfino rintracciare i tratti tipici della scrittura di Cerami, generalmente capace di conferire al racconto strati e sottofondi e aperture.
Si potrebbero indicare ulteriori difetti, ulteriori storture esibite dal film, ma non servirebbe a cogliere il senso profondo, il nocciolo duro del discorso de La tigre e la neve.
Quello che qui ci pare importante rilevare è che, come già si accennava, il Benigni di questo suo ultimo lavoro è lo stesso Benigni che legge Dante: oramai da qualche tempo solo secondariamente interessato alla possibilità di muovere al riso ed invece letteralmente rapito dall’idea di ricercare, di rintracciare la bellezza e di opporla caparbiamente, in una tensione puramente ideale, all’orrore, di indicare, come ha scritto Calvino, «chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio», Benigni resta superficiale e schematico nell’analisi ma onesto e sincero nelle intenzioni, semplice e schietto nella sua non negoziabile urgenza di utopia, sempre autenticamente capace di suscitare emozioni insieme delicate e profonde. In questo presente così livido e cupo, saturo in ogni sua parte di ogni tipo di bruttura, è importante, ci viene fatto di dire così, sapere che qualcuno, che ha il privilegio di rivolgersi a un pubblico immenso, fa, nel modo più umile ed elementare possibile, delle belle cose: sia quando prende in prestito la parola del più grande dei poeti, sia quando, come in questo caso, racconta una storia impossibile in cui ogni gesto che compie è un atto d’amore, ed in cui costruisce, momento dopo momento, la propria versificazione elementare ed ingenua.
Le citazioni di versi celebri che percorrono La tigre e la neve, è vero, fanno sorridere, ma non suonano mai false o inopportune, così come la scelta di assegnare ai personaggi del film nomi o cognomi di scrittori e poeti famosi.
Benigni non è un grande poeta, è una meravigliosa maschera comico-elegiaca che, una volta scoperta la vertigine della poesia, non perde un istante per tentare a suo modo di ricordare quanto la poesia non cessi di esserci necessaria. Probabilmente non è molto, ma ci basta e ci spinge ad essere, una volta di più, dalla sua parte.
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