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«Videocracy», gli italiani vittime della tv docufilm
Il regista E­rik Gandini chiama « docu­mentario creativo » il suo film “Videocracy - Basta apparire”, che è stato presentato al Festival del cinema di Venezia per la Settimana Internazionale del­la Critica. Di Giacomo Vallati dal sito di Avvenire del 4/9/2009.

Da qualche tempo al cine­ma va di moda un genere che, sulla scia di forti contrapposizioni politiche, dà voce alla cosiddetta « militanza ideologica » . È il documentario.
  O meglio: il documentario ’a te­si’; costruito cioè a tavolino, per dimostrare – sotto la parvenza di una dimostrazione oggettiva – una tesi in realtà precostituita. Contraddicendo, insomma, il genere stesso, che al contrario dovrebbe ’ documentare’ un fe­nomeno in modo imparziale. E­rik Gandini lo chiama « docu­mentario creativo » : e difatti il suo Videocracy - Basta apparire ( presentato da questo regista i­talo- svedese ieri a Venezia, per la Settimana Internazionale del­la Critica) nel tentativo di dimo­strare che « Silvio Berlusconi ha creato un binomio perfetto, ca­ratterizzato dall’unione fra poli­tica e intrattenimento televisi­vo » , è alla prova dei fatti molto poco « documentario ». Pur par­tendo da non originali ma in larga parte condivisibili consi­derazioni sul gusto spesso va­cuo e volgare di molti program­mi delle tv commerciali, non riesce alla fine ad approfondire in maniera davvero soddisfa­cente e originale il tema annun­ciato. Peggio: nel tentativo di farlo, dà ampio spazio proprio a quei criti­cabili per­sonaggi che hanno contribui­to al sud­detto im­barbari­mento.
  E che perfino in quest’occasione – che pure vorrebbe stigmatizzarli – fedeli al motto «parlate pure male di me, purché ne parliate », sono ben lieti di dare il peggio di sé: il manager Lele Mora, che si vanta della suoneria del pro­prio cellulare, con Faccetta nera,
 le svastiche e le croci celtiche, o l’agente fotografico Fabrizio Co­rona, che si definisce « un nuovo tipo di Robin Hood, che ruba ai ricchi per dare a sé stesso ». Per non dire della scena (palese­mente ricostruita e quindi fasulla) di Mora che, da­vanti alla tv, si scandalizza per le smanie di protagonismo di Co­rona che va a pavoneggiarsi a Garlasco. È semmai su un altro versante che Videocracy potreb­be risultare interessante, e me­no sospetto d’inquinamento.
  Sulla documentazione dei gua­sti che la cultura edonistica e superficiale delle tv commercia­li ha provocato nei nostri giova­ni.
  Come in Ricky, o­peraio del Nord-est, che alimenta quella « fabbrica delle illu­sioni » partecipando a tutti i provini di tutti i reality show che ci sono in circo­lazione. O come le persone qualunque che sgomitano per fare una foto accanto a Fabrizio Corona, co­me una volta si sarebbe sgomi­tato davanti ad un eroe sportivo o ad un grande attore. Alla fine, insomma, ci si trova con un la­voro a metà. Non abbastanza profondo per indagare davvero l’annunciato binomio « caratte­rizzato dall’unione fra politica e intrattenimento televisivo » e non abbastanza originale per ri­sultare un interessante opera­zione cinematografica, pur con la sua valenza militante. Rai e Mediaset hanno rifiutato gli spot del film. E in questo modo gli hanno dato un ulteriore valo­re politico. Ne valeva davvero la pena?
 Alla Settimana Internazionale della Critica il lavoro di Erik Gandini. Un atto «politico» di accusa alle tivù commerciali che però non va in profondità.
 
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