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Gli ottanta anni della “Rivista del cinematografo”

Un’importante iniziativa editoriale diventata un punto di riferimento della critica cinematografica italiana. Un articolo del Presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo e Consulente ecclesiastico dell’Aiart. Di Dario E. Viganò

Interrogare una microstoria, per ripensare una storia più grande. Rileggere il lungo percorso di una rivista di cinema e ritrovare in trasparenza non soltanto i lineamenti, le prospettive, gli intenti di quell’orizzonte strutturato che è la cultura cattolica italiana, ma più in generale i materiali per riosservare forme ed evoluzioni della cultura cinematografica del nostro paese. Nero su bianco. Le politiche per il cinema negli ottant’anni della «Rivista del cinematografo» ricostruisce e attraversa la storia della «Rivista del cinematografo», attraverso una disamina critica volta a restituire il senso di un percorso editoriale che è a tutt’oggi il più lungo fra quelli delle riviste del settore. Elena Mosconi, docente di Storia e critica del cinema presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, curatrice del volume, ha coordinato il lavoro di cinque giovani studiosi, docenti e ricercatori di diverse università italiane, che hanno analizzato la storia della pubblicazione, ricostruendone i legami con la realtà contingente e le differenti posizioni critiche che nel corso degli anni essa ha saputo ospitare. L’articolata vicenda della rivista è stata interrogata in modo rigoroso, senza indulgere in facili celebrazioni: uno sguardo obiettivo ha tenuto conto dei contesti storici e delle posizioni individuali, tentando di lavorare su dati, fatti, documenti, così come il tempo ce li ha restituiti. Leggendo Nero su bianco ci si confronta allora con la ricostruzione di una realtà editoriale molto più complessa di quanto non si potrebbe supporre: come la posizione della Chiesa nei riguardi del cinema si è evoluta nel tempo, così è successo alla «Rivista del Cinematografo», che da semplice strumento di raccordo fra parroci e revisori dei film è divenuta nel corso dei decenni un punto di riferimento della critica cinematografica italiana. Sulle sue pagine si sono alternati nomi importanti, italiani e stranieri e anche in ragione di questo, non sempre le posizioni espresse sono state in accordo le une con le altre, ma è stato spesso proprio dal confronto, anche acceso, tra punti di vista, che di cinema si è discusso e ragionato con serietà e con partecipazione nel corso degli anni.

Naturalmente, come è del resto prevedibile quando ci si misuri con realtà tanto longeve, il percorso della «Rivista» ha vissuto periodi tra loro anche molto diversi ed ha espresso esiti differenti, ha avuto momenti di difficoltà, ha infine saputo rendere salda la propria vita editoriale, sempre tentando di costituire per i propri lettori un luogo di approfondimento e di conoscenza di quello strumento comunicativo di grande fascino ma anche di grande complessità che è il cinema. Talvolta ha faticato ad accordare le proprie posizioni e i propri giudizi sulle espressioni forse più inattese e imprevedibili di quella complessità, come nel caso del difficile momento di valutazione del neorealismo italiano, tardivamente riconosciuto nella sua grandezza e soprattutto nella sua capacità di veicolare valori e sentimenti che in molti casi risalivano ad un generale umanesimo cristiano. Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta si è poi pienamente avviato un percorso importante di trasformazione, che dal tentativo di operare sul film per moralizzarlo e indirizzarne la produzione, ha condotto a un sempre più articolato lavoro di educazione alla visione e al confronto, volto a fornire ai lettori/spettatori le conoscenze necessarie a valutare l’artisticità delle pellicole, sancendo il riconoscimento definitivo del cinema come prodotto culturale. E ciò fino ai decenni più recenti, in cui lo sforzo di alimentare una multiforme cultura del dialogo caratterizza la rivista e la impegna tutt’oggi, richiedendole quotidianamente la più grande passione e la più grande dedizione. Una cultura del dialogo che ebbe un momento davvero cruciale durante la direzione di Sergio Trasatti, che tutti gli uomini di cultura (cattolici e non cattolici) ricordano con grande rimpianto e che sono felice di ricordare. In un momento importante nella storia della rivista, nel primo editoriale della direzione Trasatti, si leggeva:

«In queste pagine cercheremo di contemperare l’esigenza di aprire un rispettoso dialogo con tutte le forze operanti nello spettacolo e nell’informazione con il dovere di non rischiare affievolimento di identità. Sulla scorta dell’attività svolta dall’Ente dello Spettacolo in questi ultimi anni, siamo fiduciosi che ciò non sia soltanto possibile, ma anche auspicabile. Terremo d’occhio i valori spirituali e i valori umani. Parleremo di giustizia, di pace, di libertà, di solidarietà, di rispetto per la verità, di responsabilità e di coscienza. Cercheremo nel mondo dello spettacolo bagliori, frammenti, riflessi di questi valori in cui crediamo. Provocheremo, su questo terreno, quanti dimostreranno sensibilità all’ascolto e al confronto».

E’ attorno a queste parole che, quotidianamente, la «Rivista del cinematografo» intende continuare ad improntare il proprio quotidiano cammino. Un cammino iniziato ottanta anni fa e che oggi un volume ricostruisce nella sua interezza. Il mio augurio è che con esso appassionati, storici, critici, lettori vecchi e nuovi, possano rivisitare un frammento importante della storia della cultura cinematografica italiana.

 
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