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Adolescenti, meno genitori più Facebook
Dossier sui social network di Avvenire del 18/12/09. I ragazzi che trascorrono più di tre ore davanti alla tv o al computer hanno comportamenti trasgressivi in percentuale superiore ai coetanei che adottano una «dieta mediatica» più razionale. È l’indagine presentata dalla Società italiana di pediatria. Articoli di  Paolo Lambruschi;  intervista alla psicologa torinese Anna Oliverio Ferraris e all’educatore Aldo Bertelle, direttore ed educatore della cooperativa Arcobaleno.
 Ritratto della generazione del social network, quella sempre connessa che ormai comunica con il mondo dalla cameretta e fa veri e propri surf multimediali tra internet e tv. Però chi trascorre più di tre ore giornaliere davanti al monitor e allo schermo tende a mettere in atto comportamenti trasgressivi. E preferisce ascoltare gli amici su Facebook, nuovo « muretto » virtuale dove trovarsi dopo la scuola, che non la famiglia. È il quadro, con luci ed ombre, dei preadolescenti italiani tracciato dal rapporto annuale della Società Italiana di Pediatria in un’indagine presentata oggi a Pisa, svolta su un campione di studenti delle medie inferiori.
L’indagine certifica che i nostri teenager hanno una perfetta padronanza delle nuove tecnologie. Se nel 2000 solo quattro su dieci dichiaravano di avere un computer in casa e il 5% di aver navigato su internet, oggi ad avere un pc è il 97% dei ragazzi, dei quali oltre il 54% possiede una postazione in stanza e il 51% si collega tutti i giorni.
Soprattutto, incontra gli amici e cerca nuove conoscenze su Facebook, fenomeno dell’anno tra gli under 14. Oltre la metà degli alunni delle medie ha aperto infatti una propria scheda sul social network. Altro dato interessante, circa l’ 80% degli intervistati è un frequentatore abituale di YouTube, dove uno su cinque ha inviato un suo filmato. Inoltre il 41% ha attivato un blog, un sito personale nel quale inserisce soprattutto foto e musica. Chi non è in rete non esiste, sembra essere lo slogan.
La ricerca segnala anche i comportamenti a rischio in crescita proporzionale all’uso prolungato del computer. Un giovanissimo su tre dichiara ad esempio di parlare di sesso su Facebook e uno su cinque ha dato il proprio numero di telefono a sconosciuti. Ma tra chi trascorre più di tre ore in connessione, le percentuali salgono rispettivamente al 45 e al 37%.
Torna poi a crescere, in termini di ore quotidiane, il consumo televisivo, agevolato anche dalle tecnologie che facilitano l’interconnessione. Riguarda un quarto del campione. E questi, è l’allarme della ricerca, tendono a mettere poi in pratica comportamenti negativi come desiderare quel che si vede negli spot ( 27%) e l’indifferenza di fronte alla violenza ( 51%). L’overdose mediatica provocherebbe infatti una propensione maggiore ad accettare razzismo e bullismo. Cifre ancora basse, ma in crescita con l’aumento della fruizione di web e tv. Ad esempio, un modesto 3,5% considera i bulli « in gamba » , tuttavia la percentuale sale al 5 tra chi supera le tre ore davanti alla tv e al 10% tra chi le trascorre sui social network. Un quinto, inoltre, « in alcuni casi » giustifica il razzismo, percentuale che sale al 27,6% tra gli assidui del web.
Tra i comportamenti a rischio per la salute, cresce la percentuale di fumatori, bevitori e utilizzatori di droghe. Un ragazzo su tre fuma sigarette, percentuale che sale al 43% tra gli internauti incalliti. L’ 8% degli adolescenti ( nel 2008 era il 6,4%) fa uso di cannabis, ma tra gli ipercollegati la percentuale raddoppia. Il 40% beve vino e il 50% birra, con un aumento di 7 punti tra chi esagera con web e tv.
E la famiglia che influenza ha sui surfisti dei social network? Secondo il 70% le regole dei genitori sono adeguate, ma un terzo non le rispetta, percentuale che sale al 43% tra gli assidui di Internet. Facebook strumento di ribellione? Semmai l’influenza genitoriale viene ritenuta minore di quella che gli stessi adolescenti considerano ragionevole. Aumenta invece il ricorso agli amici su Facebook dal 44% al 50%. Dato che fa riflettere.
Anna Oliverio Ferraris
Per la studiosa il rischio è che i giovanissimi evitino i libri e smettano così di approfondire «In rete slogan e semplificazioni attirano i teenager».

Attenti alle manipolazioni della mente da social network. Per la psicologa torinese Anna Oliverio Ferraris, che a gennaio pubblicherà un libro sull’argomento, i rischi dell’overdose da Facebook e tv sono molto più seri di quanto pensiamo.
Allarme, dunque?
Non ancora, perché le percentuali segnalate dalla ricerca di chi utilizza troppo il computer e la tv sono ancora basse. Tuttavia è innegabile che dalla propria postazione in cameretta i giovanissimi di oggi possano andare in tutto il mondo in un attimo mentre accendono la tivù e ascoltano la musica. E questo esercita un fascino enorme a quell’età perché soddisfa il desiderio di onnipotenza e di libertà. Tuttavia questo surf multimediale abitua la mente a stare in superficie, a non approfondire nulla nelle relazioni interpersonali come nelle idee.
E che spesso comporta dei grossi rischi..
È innegabile, oggi internet è uno strumento dove si può trasgredire con maggiore facilità. Nei più giovani cercare amici è naturale. Qualche anno fa si scendeva in strada, oggi si sta sempre più in rete e si cercano amicizie su Facebook. E questo può essere rischioso perché il web attira anche i pedofili. Per quanto riguarda la sessualità, poi, la pornografia, anche quella pedofila è oggi alla portata di tutti. I giovanissimi non vanno perciò lasciati soli nei social network perché, oltre ai brutti incontri, rischiamo di far acquisire loro una visione violenta del sesso, privata delle componenti di amore e dolcezza e degradante per la donna.
Condivide l’allarme razzismo e bullismo tra chi naviga troppo lanciato dalla ricerca?
Si, sui social network circolano opinioni semplificate della realtà e slogan anche violenti contro i diversi che tradizionalmente sono prediletti dagli adolescenti. In questo caso chi cerca un’identità e non vuole distinguersi dalla maggioranza, tenderà ad adeguarsi e a tollerare tutto. Anche qui, i rischi di manipolazione della mente sono elevati.
E la famiglia?
Purtroppo è in difficoltà. Non tutti hanno le competenze e i mezzi per capire cosa accade sui social network. Per quanto riguarda la tv, i genitori sono a loro volta figli di un modello scadente di televisione commerciale che non si pone finalità educative. Non sempre riescono loro stessi a distinguere tra programmi buoni e scadenti e perciò non sanno educare i figli alla visione critica del piccolo schermo. Oggi, tra l’altro, si legge meno di dieci anni fa, a cominciare dai bambini si sta perdendo l’abitudine ad approfondire. Occorre ripartire da qui, dall’abitudine alla lettura, dal dialogo e dal ragionamento che spiega la complessità, dal rapporto personale. Allora internet e la tv vengono usati in modo responsabile e tornano ad essere strumenti di comnnicazione.
(P. Lam.)
Aldo Bertelle
«Non rinunciamo a vigilare e ad ascoltare. Indichiamo la responsabilità personale e il sacrificio. Agli adulti chiedono autorevolezza»

L o chiamano speleologo dell’anima. Lui, Aldo Bertelle, direttore ed educatore della cooperativa Arcobaleno, preferisce definirsi contadino, nel senso di seminatore, come deve esserlo ogni formatore. Dalle sue montagne di Feltre passano centinaia di persone, bambini, ragazzi, educatori, oratori per incontrarlo nella sua comunità educante per ragazzi a rischio.
I dati della ricerca non la sorprendono?
No, mi pare che descriva bene il panorama di questa nuova generazione che ormai preferisce il rapporto virtuale a quello personale. Dal mio osservatorio, in comunità, incontro anche quelli con due o tre anni in più e i bambini dai nove anni in su. E mi pare che anche loro siano così, ormai il mutamento portato dalla tecnologia è irreversibile, fa parte del loro vissuto quotidiano e gli educatori, la scuola, la famiglia e la parrocchia devono attrezzarsi.
Troppa Internet e tv fanno male, detto così sembra banale..
Proibire non serve a nulla, lo sappiamo. Anche se poi con l’uso eccessivo crescono i comportamenti a rischio. Se mi chiede cosa fare, dico tornare in strada. Nel senso che vanno riscoperte le relazioni personali, soprattutto in famiglia. Bisogna che gli educatori usino le orecchie e gli occhi.
In che senso?
Non bisogna rinunciare a vigilare e ad ascoltare, bisogna dare regole di comportamento ed essere presenti. Lo dice anche l’indagine, cala l’autorevolezza. I genitori spesso concedono tutto o scendono a compromessi anche sulla navigazione in internet nella speranza di controllare i figli e conservare buoni rapporti. Ma non è quello che i giovani vogliono dagli adulti. Meglio tornare a insegnare ai ragazzi valori quali la responsabilità personale e il sacrificio. La costanza per raggiungere un obiettivo, ad esempio, quanti la insegnano ancora ai bambini? Eppure la gioia autentica si prova raggiungendo un obiettivo con la fatica. La tv e il web non ti fanno vedere la vita com’è, nel mondo virtuale è tutto facile. I rapporti umani non sono autentici, non ci sono gli sguardi, i contatti.
Ma cosa chiede la generazione di Facebook?
I giovanissimi esprimono sempre domande alte e cercano autenticità. A quelli che incontro chiedo sempre chi sono e nessuno sa rispondermi, non gli raccontano più la propria storia. Ma se non sai chi sei, come puoi sapere dove andrai? Su Facebook non ti spiegano queste cose.
Spegnere Internet o la tv, allora?
No, perché sono strumenti utilissimi che non serve demonizzare, ma neppure ci va costruita attorno la quotidianità famigliare. Almeno la metà di quelli che vedo ricordano solo che mamma e papà gli ha chiesto come stanno. Tutto qui. La terra si ribella quando viene arata dal contadino, ma per seminarla occorre faticare. (P. Lam.)
 
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