HOME  |  CONTATTI CHI SIAMO  |  ATTIVITA’  |  TV  |  INTERNET  |  CELLULARI - VIDEOGIOCHI  |  NEWS  |  DIBATTITO
 
     
 
NEWS
Saggi Pagina 47 di 130 | << | >>
• Eventi
• Riviste AIART
• La Parabola
• Il Telespettatore
• Recensioni libri
• Comunicati Stampa
• Rassegna Stampa
• Il 5 per MILLE
• Saggi
• Rapporti sulla comunicazione
 
Iscriviti alla newsletter ISCRIZIONE NEWS LETTER
Invia questa pagina ad un amico INVIA QUESTA PAGINA
Cerca nel sito CERCA NEL SITO
 
 
Per la libertà di stampa l’Italia è in serie B?
Limitazioni, concentrazioni di proprietà e poca autonomia per i giornalisti. Nelle classifiche stilate da due autorevoli organizzazioni internazionali che analizzano il settore dei media, ci troviamo ancora fra le nazioni “parzialmente libere”. Di Francesco Giacalone 
Qual è lo stato di salute dell’informazione in Italia? Se ne parla ormai da anni e la questione, man mano che ci si avvicina al problema, diventa sempre più complessa. Cerchiamo di fare chiarezza. Innanzitutto per approfondire l’argomento non possiamo che puntare l’attenzione sulle classifiche stilate da due organizzazioni internazionali: Reporters sans frontières e Freedom House. La prima è stata fondata nel 1985 e si compone di diverse sezioni nazionali: Austria, Belgio, Canada, Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia, Svizzera. Sono infatti migliaia i giornalisti iscritti a Report sans frontières nei diversi Paesi poiché l’organizzazione difende la libertà di stampa in tutto il mondo, a prescindere dalle ideologie politiche.
La Freedom House è invece una fondazione che riceve tradizionalmente buona parte del proprio finanziamento dal governo statunitense. Visitando il sito dell’associazione si nota chiaramente che l’obiettivo che si pone è quello di essere “una chiara voce per la democrazia e la libertà nel mondo”. L’organismo di governo della Freedom House è composto principalmente da personaggi provenienti dall’area conservatrice e probabilmente per questo motivo le principali critiche all’organizzazione sono tradizionalmente giunte “da sinistra”. Tra le sue attività la fondazione pubblica annualmente un rapporto sulla libertà di stampa nel mondo (Freedom of the Press) e ormai come sappiamo da tempo l’Italia risulta in graduatoria fra i Paesi solo parzialmente liberi. Ma quali sono i criteri di giudizio che ci collocano mestamente al 73° posto fra Benin, Israele e Tonga?
Il rapporto sulla libertà di stampa copre 195 Paesi. Sostanzialmente vengono poste a una serie di esperti e studiosi di comunicazione delle domande relative a tre aree: ambito legale, politico ed economico. La categoria legale esamina leggi e regolamenti che possono influenzare la stampa e l’inclinazione del governo a usare tali leggi per influenzare il modo in cui i media operano.
La categoria politica cerca invece di valutare il livello di controllo del governo sui media: vengono considerati fattori come l’indipendenza editoriale dei media, sia quelli statali sia quelli privati, e l’esistenza di intimidazione verso i giornalisti da parte dello Stato o altre organizzazioni. La categoria economica infine guarda a fattori come la concentrazione proprietaria dei mezzi di comunicazione e l’esistenza di meccanismi discrezionali per distribuire pubblicità governativa o sussidi pubblici.
Siamo, dunque, penultimi tra le nazioni dell’Europa Occidentale; solo Italia e Turchia sono parzialmente liberi, tutti gli altri Paesi dell’Europa Occidentale risultano “liberi”.
In genere i critici affermano che l’organizzazione è troppo vicina agli interessi degli Stati Uniti e troppo influenzata da personalità di orientamento repubblicano, eppure anche negli anni in cui erano noti i buoni rapporti fra il presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi e l’ex presidente George W. Bush, la Freedom House ha chiaramente segnalato una situazione d’emergenza nel nostro Paese.
Anche Report sans frontières per stilare la propria classifica riguardante 175 paesi, realizza un questionario che, riferendosi all’arco temporale di dodici mesi si sofferma su una serie di indicatori utili per valutare la situazione della libertà. L’attenzione è focalizzata su un insieme di problematiche: capacità di critica e di inchiesta della stampa, sulle pressioni economiche, aggressioni, minacce, censure, pressioni, perquisizioni contro i giornalisti e sul grado d’impunità di cui godono gli autori di queste violazioni. Il questionario tiene conto anche del quadro giuridico (sanzioni dei reati di stampa, monopolio di stato in certi domini, controllo dei media), del grado d’indipendenza dei media pubblici, nonché della libertà di circolazione dell’informazione su internet. Il rapporto fornisce ancora una volta un quadro sconfortante, con situazioni che peggiorano in vari Paesi e l’Italia passa dal 44° al 49° posto. Le cause principali di questo risultato sono da attribuire a vent’anni di amministrazione politica fallimentare, alla controversa legge Gasparri del 2003, alla capacità del primo ministro di influenzare il servizio di trasmissione pubblica Rai, oltre ad un conflitto di interessi ormai da anni denunciato.
I criteri utilizzati da Freedom House e Report sans frontières, secondo molti giornalisti, restano comunque opinabili. Nel sistema radio televisivo pubblico, l’alternanza tra governi di centrodestra e centrosinistra ha portato comunque a ondate di nomine in diverse testate e reti televisive. Il balletto dei direttori, dovuto alla cosiddetta lottizzazione della Rai, è storicamente esistito, ma mai come in questo momento ha portato alla guida dei principali Tg nazionali dei giornalisti filogovernativi. Dall’altra parte vengono costantemente mosse delle critiche alle trasmissioni di approfondimento come Ballarò di Giovanni Floris e AnnoZero di Michele Santoro vicine all’area dell’opposizione.
Lo strapotere della Tv nei confronti della carta stampata ha inoltre allargato il problema: in particolare in un Paese come il nostro in cui la televisione invade costantemente il territorio delle idee e dei modelli in cui riconoscersi, sia i giovani che gli adulti subiscono passivamente i messaggi che arrivano dal piccolo schermo. La crisi storica dei giornali che costantemente perdono appeal nei confronti della Tv non deve somigliare ad una battaglia persa in partenza. Si può combattere. In primo luogo bisogna andare incontro alle esigenze dei lettori e poi il calo di vendite e pubblicità nei giornali è la questione da risolvere. La risposta della carta stampata dovrebbe essere quella di declinare il “marchio” della testata in vari modi e su diversi media. Dai blog su internet con cui il lettore possa direttamente interagire con l’autore di un articolo o di un servizio, oppure con l’apertura alla Tv o alla radio in rete, attraverso trasmissioni in stretto collegamento con l’edizione cartacea. Ma perchè il ‘brand’ di questa o quella testata diventi o continui a rappresentare un’attrattiva o una garanzia per l’utente, bisogna investire sulla qualità, sull’autorevolezza e sulla novità. Gli editori devono fare la loro parte non pensando solo al profitto immediato ma alla qualità dei giornalisti che assumono e alla loro formazione. Se un giornalista non ha la preparazione adeguata o non sa muoversi correttamente all’interno “nuovo mondo mediatico” l’obiettivo della qualità è tristemente destinato a smarrirsi. Nel saggio di Karin Deutsche Karlekar, la ricercatrice che ha guidato lo studio della Freedom House, ritroviamo particolari sottolineature dei cambiamenti avvenuti in Italia nell’ultimo anno, rilevando le motivazioni della regressione della libertà di stampa. La studiosa annota che l’Italia è scivolata nella categoria parzialmente libera a causa dell’aumentato utilizzo dei tribunali e delle leggi sulla diffamazione per limitare la libertà di parola, delle aumentate intimidazioni fisiche ed extralegali nei confronti dei giornalisti, sia da parte della criminalità organizzata che da parte di gruppi politici estremisti, e preoccupa la concentrazione della proprietà e la conseguente influenza sui media. La decisone del premier di agire per vie legali contro testate importanti come Repubblica e L’Espresso non può non suscitare apprensione e allarme in quanti ritengono che misure di questo genere – assunte per di più da chi riveste la più alta responsabilità politica e istituzionale del Paese – finiscono per mettere in discussione gli spazi di autonomia e di libertà di opinione e di stampa in Italia. Un clima così pesante e una serie di atti legislativi o di proposte di legge (come quella sulle intercettazioni) che tendono a limitare fortemente il ruolo e il lavoro dei vari soggetti del giornalismo non può che peggiorare la situazione. Secondo Enrico Paissan, vicepresidente nazionale dell’ordine dei giornalisti, è indispensabile che l’informazione possa dare una rappresentazione permanente della vita del Paese, nella pluralità dei punti di vista e di tutte le rappresentanze sociali e culturali e ne racconti liberamente i successi e i problemi.
 
web project & design: adecom www.aiart.org