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| Diritti: ĢIl mio film su Marzabotto č un inno alla paceģ |
| Nelle sale da giovedì l’intenso e poetico «L’uomo che verrà» Diritti: «Racconto la guerra vista da una bimba» «La mia protagonista pur scioccata dalla violenza ha una lucidità unica sulla realtà che la circonda». Di Alessandra De Luca dal sito di Avvenire del 20/1/2010 |
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L’uomo che verrà , ovvero la guerra vista con gli occhi di una bambina. Una bambina ammutolita dallo shock di aver visto morire il fratellino in fasce, ma portatrice di uno sguardo capace di interrogarsi con lucidità sulla realtà che la circonda, regolata dalla logica, spesso assurda, degli adulti.
Giorgio Diritti, che per oltre un anno ha inchiodato il pubblico alle poltrone delle sale cinematografiche con Il vento fa il suo giro, ha trionfato all’ultimo Festival di Roma vincendo non solo il Marc’Aurelio d’argento della giuria, ma anche il premio del pubblico e quello della Meglio Gioventù assegnato da ragazzi compresi tra 16 e 25 anni. Per non parlare dell’ottima accoglienza ricevuta dalla critica. Distribuito da Mikado il prossimo venerdì, L’uomo che verrà rievoca la strage di Marzabotto (in realtà una serie di eccidi compiuti dai nazisti nella zona tra Marzabotto e il Monte Sole tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944) nella quale morirono 770 persone, soprattutto donne, bambini e anziani, per denunciare la follia della guerra e l’orrore subito dalle persone sovrastate da eventi più grandi di loro. Per fare tutto ciò il regista (che ha sceneggiato il film con Germano Maccioni, autore del documentario Lo Stato di eccezione. Processo per Monte Sole 62 anni dopo presentato nel 2008 al Festival di Venezia) racconta come una comunità di contadini veda sconvolti i propri ritmi e riti quotidiani, mentre i partigiani, lontano da ogni postuma mitologia, sono, come ricorda il regista, «ragazzi anche un po’ sprovveduti che però credevano in qualcosa». Recitato in emiliano antico da Alba Rohrwacher («ha la sensibilità e i lineamenti giusti per il film»), Maya Sansa («ho pensato a lei sin dall’inizio») e Claudio Casadio («è l’uomo fiaba per eccellenza e assomiglia a un albero») affiancati da attori non professionisti, il film è orchestrato da una regia rigorosamente tesa a restituire verità a volti, corpi, luoghi, tempi e fatti. Una storia di altri tempi? Niente affatto. Basti pensare che il processo per la strage, cominciato nel 1955 e poi archiviato, è stato riaperto, dopo il ritrovamento di alcuni preziosi documenti, nel 2005 per concludersi solo nel 2008 con dieci ergastoli in contumacia e sette assoluzioni. Più attuale di così si muore. «La fine del processo – spiega Diritti – rappresenta il primo riconoscimento pubblico del dolore dei sopravvissuti.
L’uomo che verrà nasce proprio dal desiderio di restituire dignità alla morte di tante persone e ricordare che chiunque di noi, anche oggi, potrebbe essere quel cittadino con i carri armati nel cortile di casa. Mi piace pensare che questo film possa rendere più consapevoli le persone su quanto sia necessario lavorare per la pace, riflettere sull’assurdità dei conflitti e sulle conseguenze delle ideologie. E vorrei che un giorno la guerra fosse ricordata come un’antica barbarie, proprio come oggi facciamo con il cannibalismo». Per scegliere volti, costumi e luoghi adatti regista e troupe si sono affidati alle fotografie degli anni Quaranta custodite nella Cineteca di Bologna, mentre alcuni testi sulla vita rurale di allora sono stati fondamentali per ricostruire le abitudini dell’epoca e le gerarchie dei rapporti tra le persone. «Un grosso aiuto – dice ancora il regista – è arrivato però dagli stessi anziani del luogo e dalla loro memoria che ci ha permesso, ad esempio, di ricostruire minuziosamente le case e gli oggetti del tempo. E non è stato facile scovare visi non accarezzati dal benessere e dalla cosmesi moderna, ma segnati dal vento, dal sole e dalla fame». Sono ormai leggenda invece gli aneddoti sulle reazioni dei più anziani alla vista degli attori che indossavano uniformi tedesche. Diritti: «Molti persone si sono presentate al casting per dare il proprio contributo a un progetto che ritenevano importante per la propria vita e per la memoria dei propri cari. Ma spesso alla vista dei costumi nazisti sono riaffiorate antiche angosce e tensioni che hanno scatenato aggressività verso i poveri attori. La ferita è dunque ancora aperta, me ne ero accorto già anni fa intervistando una trentina di partigiani e sopravvissuti alla strage. Ma alcuni di questi sono stati capaci di trasformare rabbia e dolore in voglia di testimoniare».
Il regista: «Spero che questo lavoro renda più consapevoli le persone su quanto sia necessario lavorare perché simili stragi non esistano mai più»
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