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| Offerta televisiva e codici di regolamentazione |
| La televisione, pur avendo perso la centralità degli scorsi decenni, continua a rappresentare il primo gradino delle competenze mediatiche dei più giovani. La facilità di accesso e la natura di intrattenimento che caratterizzano il mezzo televisivo fanno sì infatti che quest’ultimo stabilisca con il pubblico minorile un rapporto del tutto particolare, anche se non più esclusivo. Di Camilla Rumi dalla rivista dell’Aiart La Parabola. |
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Offerta televisiva e codici di regolamentazione - Camilla Rumi |
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Offerta televisiva e codici di regolamentazione
di Camilla Rumi
1. Introduzione
Il rapporto intrattenuto dal mezzo televisivo con la particolare fascia di utenti rappresentata dai minori sembra costituire, ormai da diversi anni, un ambito privilegiato di riflessione degli studi sulle comunicazioni di massa. La persistenza di tale dibattito, il più delle volte dominato da visioni apocalittiche dirette a sottolineare con apprensione l’impatto negativo che questo medium avrebbe sulla crescita morale e psicologica delle nuove generazioni, poggia su presupposti di ordine diverso. In primo luogo, la televisione, pur avendo perso la centralità degli scorsi decenni, continua a rappresentare il primo gradino delle competenze mediatiche dei più giovani che, soltanto con il progredire dell’età, affiancano al consumo televisivo l’utilizzo di mezzi e linguaggi più complessi. La facilità di accesso e la natura di intrattenimento che caratterizzano il mezzo televisivo fanno sì infatti che quest’ultimo stabilisca con il pubblico minorile un rapporto del tutto particolare, anche se non più esclusivo.
La consistente letteratura sul tema è motivata anche dalla forte permeabilità dei soggetti in età evolutiva che dal mezzo non soltanto traggono un sano divertimento e la possibilità di passare qualche ora in compagnia, ma soprattutto valori, stili di vita e modelli di comportamento potenzialmente adottabili. Accanto ai tradizionali processi di socializzazione messi in atto dalla scuola e dalla famiglia, devono infatti essere menzionati anche quelli attuati dal sistema mediale, che trova nel mezzo televisivo l’ambiente di socializzazione ideale entro cui poter scambiare quei simboli e significati atti a soddisfare i bisogni di identificazione e di orientamento che altre agenzie educative non sono in grado di colmare.
Il processo di de-istituzionalizzazione e de-socializzazione a cui sono sottoposte le principali agenzie formative, non più capaci di incidere così profondamente nella trasmissione di quell’insieme di norme, modelli e valori funzionali alla costruzione dell’identità e dei vissuti individuali, radicalizza il ruolo giocato dalla tv nella formazione dell’immaginario giovanile, creando le premesse per un nuovo concetto di mediazione che identifica come “socializzazione immediata” non più l’esperienza maturata nei rapporti interpersonali, ma quella derivante dall’utilizzo, spesso contemporaneo, di differenti strumenti tecnologici. E’ indubbio infatti che i media, principali attori della socializzazione secondaria, non solo abbiano portato alla nascita di nuovi significati e forme culturali, ma anche ad inedite modalità di esperire il sociale che si distanziano profondamente da un concetto puro di mediazione.
2. Tv e minori: benefici e rischi
La ragione che spinge esperti del settore e platee televisive ad interrogarsi ciclicamente sull’annosa questione che lega la tv ai minori risiede proprio nel mutamento subìto dai termini di questo rapporto e dal contesto socio-culturale in cui esso si realizza. Se in passato, infatti, il dibattito sulla valenza culturale del mezzo televisivo e sulle conseguenze da esso apportate sul piano societario, rispetto anche a specifiche fasce di utenti, veniva riferito esclusivamente alla televisione circolare e generalista, oggi occorre prendere in considerazione anche le nuove forme televisive, diverse per caratteristiche tecnologiche, attori del mercato e modalità di fruizione.
La vera novità nell’ambito della Tv per ragazzi è rappresentata dalle reti tematiche che si specializzano in funzione di pubblici diversificati per gusti e per età, facendo sì che i giovani diventino i nuovi soggetti protagonisti del video on demand. La televisione è il mezzo di comunicazione che ha la maggiore diffusione in tutti i tipi di pubblico, ma è tra le nuove generazioni che appare evidente quanto il modello della tradizionale tv generalista sia ancora preminente, anche se non più esclusivo. Per una corretta definizione del legame che attualmente unisce il mezzo televisivo con i minori è infatti doveroso parlare non più di “televisione”, ma bensì di “televisioni” non tanto perché, come spiega il Settimo Rapporto sulla Comunicazione Censis-Ucsi, esistono una pluralità di emittenti televisive in concorrenza tra loro, ma perché “è lo stesso segnale televisivo ad essere veicolato da molteplici vettori, ciascuno dei quali presenta modalità di produzione e fruizione differenti, tali da determinare rapporti originali e personalizzati con il mezzo”. La tendenza al disincanto e al nomadismo che caratterizza l’esperienza di vita delle nuove generazioni nel mondo digitale, dovuta soprattutto allo sviluppo di Internet, è da attribuire in primo luogo all’elevato numero di media con cui i giovani possono interagire, ma anche alla difficoltà di tracciare un confine netto tra i diversi mezzi di comunicazione a cui è difficile guardare con una vera e propria prospettiva gerarchica.
La flessione registrata circa il consumo di televisione tradizionale da parte dei minori viene infatti largamente compensata dall’incremento del mercato diretto alla produzione di contenuti televisivi per bambini sulle nuove piattaforme televisive che dedicano a questo target interi canali tematici. Non è un caso, quindi, che il numero dei canali satellitari pensati soltanto per i soggetti in età evolutiva sia cresciuto in maniera così cospicua, esattamente come le loro quote d’ascolto. La decisione presa da Sky di aderire alla rilevazione dell’audience, a partire dall’aprile del 2007, ci consente infatti di sapere come il seguito generato sul satellite dalle reti per bambini rappresenti ben il 20% degli ascolti dell’intero comparto satellitare.
Questa marcata attenzione verso il target kids e teen è riscontrabile anche sul digitale terrestre, un dato di assoluta rilevanza in prospettiva del cosiddetto switch off, ossia del definitivo spegnimento del segnale analogico in tutti i Paesi europei entro la fine del 2012. Dopo un periodo di evidente stagnazione, sembra finalmente essere arrivata la fase del rilancio di questa piattaforma grazie al consistente impegno mostrato dai maggiori player della tv analogica verso il digitale terrestre, anche attraverso l’introduzione di nuovi canali per bambini e ragazzi come Iris, Disney Channel, Rai Gulp e Boing. Servizio pubblico e reti commerciali hanno infatti compreso l’importanza di essere presenti su diverse piattaforme per mantenere saldo il proprio rapporto con i giovani telespettatori.
Accanto ai cambiamenti che hanno investito il piccolo schermo, vanno menzionati anche quelli riguardanti i minori che, oltre a rappresentare una categoria estremamente vasta che presenta caratteristiche ed esigenze diverse da soddisfare, sembrano condividere molto poco con i soggetti presi in esame nei primi studi relativi agli effetti che la televisione poteva determinare sul mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. I bambini di oggi appaiono dotati di una competenza mediatica spesso raffinata e risultano aperti ad un’ampia gamma di stimoli e sollecitazioni, grazie ad un nuovo modo di rapportarsi ai media, distanziandosi profondamente dai coetanei che li hanno preceduti.
E’ soprattutto grazie alla multimedialità introdotta dagli attuali strumenti informatici che le nuove generazioni costruiscono il proprio percorso di socializzazione attraverso una dieta mediatica molto variegata e complessa che contempla, accanto al consumo televisivo, l’utilizzo di vecchi e nuovi media (stampa, cinema, radio, videogiochi, cellulari ed Internet). Questo “nomadismo mediatico” appare evidente per i ragazzi, capaci di passare con disinvoltura da un mezzo all’altro e di utilizzare contemporaneamente più circuiti informativi e di intrattenimento, appropriandosi di tutte le possibilità tecnologiche e culturali messe a loro disposizione, ma anche per i più piccoli che risentono maggiormente delle scelte effettuate dai genitori.
Nonostante la capillare diffusione dei nuovi media elettronici, il tempo trascorso dai minori davanti la televisione, facendo riferimento alle diverse modalità attraverso cui oggi il mezzo si presenta (tv analogica, digitale terrestre, satellitare, via cavo e su Internet), resta elevatissimo. Secondo una recente indagine condotta dall’Istat, il 96,3% dei bambini e dei ragazzi tra i 3 e i 17 anni guarda la televisione, di cui il 91,7% con frequenza quotidiana. Il tempo trascorso davanti al piccolo schermo cresce con l’età, come anche la percentuale di minori che predilige la visione solitaria ad una fruizione di carattere familiare. Dalla ricerca emerge anche come il 40,8% dei piccoli telespettatori abbia già il televisore in camera e come, soprattutto durante la mattinata e nel primo pomeriggio, la guardino da soli. Se a ciò si aggiunge la quantità di immagini violente che i piccoli telespettatori si trovano a dover subire (si calcola che prima dei 14 anni abbiano già assistito in media a ben 16.000 episodi di violenza reale o simulata) le preoccupazioni manifestate nei confronti della “cattiva maestra televisione” sembrano essere più che ragionevoli.
Ad una attenta analisi della programmazione delle reti pubbliche e private, nazionali e locali, è infatti possibile rilevare come le forme della violenza televisiva siano molteplici, dalle lesioni più o meno esplicite della dignità della persona alla volgarità di situazioni e linguaggi con effetti banalizzanti nei rapporti interpersonali, anche i più delicati per l’equilibrio esistenziale del minore. Accanto alla violenza reale trasmessa dai programmi informativi (guerra, omicidi, aggressioni, terrorismo, …), devono infatti essere richiamate altre tipologie di violenza forse meno evidenti ma altrettanto dannose: quella verbale che spesso caratterizza i talk show e i programmi di intrattenimento, nonché tutte le manifestazioni di violenza simulata rintracciabili nei film, nelle fiction, negli spot pubblicitari, nei video musicali e, persino, nei cartoni animati. Questi ultimi, lungi dal rappresentare “un’oasi a tutela dei minori”, possono anzi essere definiti come il genere maggiormente a rischio proprio per il target a cui fanno riferimento e gli scopi che si prefiggono: intrattenere i bambini, trasmettendo possibilmente qualche insegnamento positivo per la loro crescita. Non solo, quindi, le trasmissioni contraddistinte da contenuti violenti sono spesso collocate nei palinsesti in fasce orarie contigue alla programmazione per bambini e ragazzi, ma si calcola che scene non adatte ai minori siano presenti nel 67% delle trasmissioni dedicate specificatamente ai soggetti in età evolutiva. Siamo evidentemente molto lontani dalla Tv dei ragazzi delle origini, fortemente pedagogica, che aveva costituito il principale veicolo per la trasmissione e la divulgazione dei valori, dei miti e dei modelli di comportamento socialmente accettati e condivisi, proiettandoli nell’immaginario collettivo, oltre che giovanile.
Le conseguenze dell’attuale modo di operare della televisione, che nella volontà di raggiungere quote d’ascolto sempre più cospicue sembra dimenticare le regole fondanti la democrazia e la convivenza civile, sono allora tutt’altro che trascurabili se ad essere presi in considerazione sono i giovani telespettatori: assunzione di atteggiamenti aggressivi e di modelli culturali e comportamentali discutibili, epilessia, fotosensibilità, disturbi alimentari, creazione di false illusioni, incapacità di distinguere tra piano reale e della finzione. Ciò non significa tornare su quelle posizioni apocalittiche, che continuano a definire i consumi culturali dei giovani telespettatori attraverso i tradizionali concetti di manipolazione, passività e massificazione, ma riconoscere che la televisione, soprattutto generalista, rappresenta ancora un punto di riferimento essenziale per quanto riguarda le attività svolte durante il tempo libero ed una fonte potenziale di rischi, più che di benefici, per la crescita del minore qualora non fosse assistito e guidato nella fruizione del mezzo.
E’ infatti opportuno sottolineare come l’esposizione ai contenuti televisivi avvenga molto spesso in condizioni di precaria tutela, in cui il bambino è abbandonato a se stesso perché non sottoposto ad alcun tipo di controllo da parte di una persona adulta. La preoccupazione per l’importanza crescente rivestita dalla televisione come agenzia educativa di riferimento nasce allora dalla consapevolezza che il minore non sempre è in grado di filtrare i contenuti dei messaggi televisivi, neanche quando è egli stesso partecipe di questi come protagonista di programmi o spot indirizzati ai suoi pari, poiché potrebbe non disporre di sufficienti strumenti critici atti a comprendere, ed eventualmente a rifiutare, i comunicati mediatici.
I giovani telespettatori di oggi sono sicuramente più informati e dispongono di una maggiore confidenza con gli strumenti tecnologici di quelli che li hanno preceduti, ma non per questo possono essere ritenuti maturi, in grado cioè di valutare la grande quantità di informazioni che ricevono dai mezzi di comunicazione. Non disponendo dei necessari filtri interpretativi, i bambini rischiano di rimanere turbati e completamente sviati da ciò che vedono, di spaventarsi, di farsi opinioni sbagliate. L’istituzione scolastica e, soprattutto, familiare non devono allora mai perdere di vista quella funzione di filtro che sono tenute a svolgere rispetto a spot e programmi televisivi, affinché l’impatto emotivo del messaggio non risulti a tal punto incisivo da poter inficiare lo sviluppo del minore fino a rappresentare, nei casi più complessi, l’avvio per la manifestazione di un disagio.
3. Il cambiamento di prospettiva: regolamentazione o autoregolamentazione?
In una società complessa e pluralistica come la nostra esistono motivi di carattere etico e deontologico che spingono l’opinione pubblica a credere che non tutto possa e debba essere delegato alla scuola e alla famiglia, ma che anche una agenzia di forte socializzazione come la televisione debba prendersi le proprie responsabilità. Ciò non significa voler demandare l’educazione delle nuove generazioni al piccolo schermo, ma semplicemente pensare che anche un mezzo di comunicazione incisivo e diffuso come la televisione debba contribuire in maniera positiva allo sviluppo fisico, morale e psicologico dei minori. Partendo da questo presupposto, è facile comprendere come gli Stati, a partire dagli anni Novanta, abbiano deciso di intervenire concretamente emanando, da un lato, tutta una serie di norme e vincoli giuridici che imponessero alla televisione di tenere conto e, conseguentemente, di rispettare quella particolare fascia di pubblico rappresentata dai minori e, dall’altro, come le emittenti abbiano deciso di autoregolamentarsi, promuovendo dei codici di comportamento che le vincolassero a determinati standard qualitativi in grado di assicurare un certo tipo di programmazione attenta alle esigenze del mondo infantile.
In linea generale, è possibile affermare che concetti volti a ritenere il bambino un soggetto portatore di diritti e l’infanzia una condizione esistenziale specifica, bisognosa di particolari cure ed attenzioni, rappresentino delle conquiste piuttosto recenti che hanno avuto difficoltà ad affermarsi nei diversi ordinamenti giuridici. Nel nostro Paese il quadro normativo relativo al rapporto tra minori e radio-televisione è attualmente caratterizzato da una notevole frammentarietà e dalla mancanza di un disegno unitario di regolamentazione della disciplina. Nel corso degli anni si sono infatti succedute norme, anche in attuazione di direttive comunitarie, ed autoregolamentazioni che spesso si sovrappongono, creando problemi interpretativi e di coordinamento.
Il provvedimento che ha avuto il merito di porre il problema all’attenzione internazionale è stato senza dubbio la Convenzione ONU per i diritti del fanciullo, approvata a New York il 20 novembre 1989, ratificata anche nel nostro Paese con la legge 176/91, considerata ancora oggi in maniera unanime lo strumento normativo più importante e completo in materia di promozione e tutela dei diritti dell’infanzia. Prima di tale ratifica, si era sprovvisti di una normativa specifica per la televisione e, pertanto, venivano utilizzate norme e regole mutuate dalla cinematografia e dal teatro, legate all’attività di censura ed incapaci di rendere conto delle differenze tra i diversi media e delle relative modalità di fruizione.
Il sistema giuridico italiano dimostra di prestare realmente attenzione ai rischi derivanti da uno scorretto utilizzo del mezzo televisivo emanando la legge 223/90 (la cosiddetta “legge Mammì”) che, nel dare attuazione alla Convenzione ONU, vieta all’art. 15, comma 10, “la trasmissione di programmi che possano nuocere allo sviluppo psichico o morale dei minori, che contengono scene di violenza gratuita o pornografiche, che inducano ad atteggiamenti di intolleranza basati su differenze di razza, sesso, religione o nazionalità” e, nel comma successivo, anche “la trasmissione di film ai quali sia stato negato il nulla osta per la proiezione o la rappresentazione in pubblico oppure siano stati vietati ai minori di anni diciotto”. Una maggiore attenzione è riservata ai film che risultano non adatti ai minori dei 14 anni, che non possono essere mandati in onda né integralmente né parzialmente tra le 7.00 e le 22.30. La legge stabilisce che la pubblicità radiofonica e televisiva, che non deve offendere in alcun modo la dignità della persona o indurre a comportamenti pregiudizievoli per la salute, la sicurezza e l’ambiente, deve evitare di “arrecare pregiudizio morale o fisico ai minorenni e ne è vietato l’inserimento nei programmi di cartoni animati” (art. 8). Essa deve inoltre risultare riconoscibile e, pertanto, deve essere distinta dal resto dei programmi con mezzi ottici e acustici di evidente percezione.
E’ opportuno sottolineare come nel corso degli anni siano stati emanati molteplici decreti, leggi e provvedimenti volti alla regolamentazione del rapporto tra minori e pubblicità, a cui deve essere aggiunto il Codice di autodisciplina pubblicitaria, vincolante per tutte le aziende che investono in comunicazione, le agenzie, i consulenti, i mezzi di diffusione e le loro concessionarie, entrato in vigore il 30 marzo del 1997 e varato allo scopo di assicurare che “la comunicazione commerciale, nello svolgimento del suo ruolo particolarmente utile nel processo economico, venga realizzata come servizio per il pubblico, con speciale riguardo alla sua influenza sul consumatore”. Tale Codice precisa, all’articolo 11, come i messaggi che si rivolgono ai bambini e agli adolescenti, o che possono essere da loro ricevuti, debbano essere oggetto di una particolare attenzione. Questi messaggi non devono contenere nulla che possa danneggiarli psichicamente, moralmente o fisicamente e non devono abusare della loro naturale credulità, mancanza di esperienza o del loro senso di lealtà.
Il Codice di autodisciplina pubblicitaria, la Carta di Treviso ed il successivo Vademecum del 1995, ci permettono di chiarire come in Italia, sin dall’inizio degli anni Novanta, la linea fu quella di affidare la tutela dei diritti dei minori che si rapportano ai mezzi di comunicazione non soltanto alla regolamentazione tradizionale, ma anche ai cosiddetti “codici di autoregolamentazione”. La soluzione del problema viene in questo caso demandata alla coscienza e alla responsabilità individuale dei soggetti firmatari, vincolandoli al rispetto di norme che essi stessi hanno sottoscritto, evitando a priori ogni forma di censura che possa dar luogo a rilievi di incostituzionalità.
Il primo Codice di autoregolamentazione firmato dalle emittenti televisive venne sottoscritto a Roma il 16 maggio 1993 da FRT (le reti Fininvest e 150 delle principali tv locali operanti nel Paese) insieme a 21 associazioni, laiche e cattoliche, di genitori ed insegnanti, per la tutela dei minori e dei consumatori, con lo scopo di stabilire alcune regole relative ai programmi specificatamente dedicati ai ragazzi. In particolare, tali programmi devono: eliminare ragioni oggettive di pregiudizio per lo sviluppo dei minori nella programmazione ad essi dedicata e nella pubblicità in essa trasmessa a qualsiasi ora, e quindi anche in quella messa in onda dalle 16.00 alle 19.00; garantire che nei 15 minuti precedenti e successivi ai programmi per minori non siano contenute sequenze, compresi promo e trailer, che possano turbare tale utenza; evitare nella programmazione dedicata ai minori, ed in particolare dalle 16.00 alle 22.30, trailer e promo di produzioni televisive e cinematografiche non adatte ai minori; promuovere adeguatamente sulle reti le trasmissioni di programmi per minori nei tempi e nella programmazione a loro dedicata, valutando anche le esigenze segnalate da educatori o da associazioni familiari e di teleutenti; eliminare la pubblicità in qualunque forma e modo di alcol, medicinali e, in genere, di tutti quei prodotti il cui uso può rilevarsi dannoso o pericoloso per i minori sia durante la fascia oraria protetta sia durante ogni altra programmazione dedicata ai minori; comunicare abitualmente alla stampa quotidiana, periodica e anche specializzata, nonché alle pubblicazioni specificatamente dedicate ai minori, i programmi per tale utenza sollecitandone le segnalazioni agli adulti; rispettare gli orari della programmazione come indicati sulla stampa; ispirare le autoproduzioni specifiche per i minori.
Per quanto riguarda invece l’emittenza pubblica, deve essere richiamata la Carta dell’informazione e della programmazione a garanzia degli utenti e degli operatori del Servizio pubblico radiotelevisivo, che contiene i principi generali a cui deve attenersi la linea editoriale della Rai, e la Carta dei doveri e degli obblighi del servizio pubblico radio-televisivo, che semplifica e riunisce in un solo documento le direttive della Commissione Parlamentare, le delibere del Consiglio di amministrazione e le norme dei principali codici italiani. Rispetto al target dei giovani telespettatori, la Carta elenca una serie di principi: è vietata la trasmissione di programmi che possano nuocere allo sviluppo psichico o morale dei minori, che contengano scene di violenza gratuita o pornografiche, che inducano ad atteggiamenti di intolleranza basati su differenze di razza, sesso, religione o nazionalità; la programmazione dedicata ai minori tra le 16.00 e le 22.30 e i 15 minuti antecedenti e successivi ai programmi per bambini devono essere ispirati a valori positivi, umani e civili, e al rispetto della dignità della persona, con il divieto di trasmettere sequenze (promo e trailer) che possano turbare i soggetti in età evolutiva; nella produzione di programmi per bambini e per ragazzi la Rai si impegna a produrre trasmissioni di buona qualità e piacevole intrattenimento che accrescano le capacità critiche dei minori in modo che sappiano fare un miglior uso del mezzo televisivo sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo; il servizio pubblico si impegna inoltre a produrre programmi d’informazione per ragazzi.
Ai codici di comportamento delle emittenti private e pubbliche è seguito un documento di più ampia portata, il Codice di autoregolamentazione del 26 novembre 1997, meglio noto come “Codice Prodi”, che ha costituito il principale punto di riferimento per la stesura del Codice di autoregolamentazione Tv e Minori, sottoscritto nel 2002 presso il Ministero delle Comunicazioni dai rappresentanti delle grandi televisioni (Rai, Mediaset e La7, oltre che dalle associazioni che raggruppano centinaia di televisioni locali operanti nel Paese). Il testo definitivo è stato elaborato da una Commissione composta in parti uguali dai rappresentanti delle emittenti, degli utenti e delle associazioni di consumatori, nonché dai delegati delle istituzioni, grazie anche alla consulenza di numerosi esperti.
Come si può ricavare dalla Premessa, il Codice “è rivolto a tutelare i diritti e l’integrità psichica e morale dei minori, con particolare attenzione e riferimento alla fascia di età più debole (0-14 anni)”, e le imprese televisive non solo devono impegnarsi a rispettare la normativa vigente a tutela dei minori, ma anche “a dar vita a un codice di autoregolamentazione che possa assicurare contributi positivi allo sviluppo della loro personalità e comunque che eviti messaggi che possano danneggiarla nel rispetto della Convenzione ONU, che impegna ad adottare appropriati codici di condotta, affinché il bambino/a sia protetto da informazioni e materiali dannosi al suo benessere”. Le basi su cui si fonda il Codice di autoregolamentazione risiedono nella constatazione che “l’utenza televisiva è costituita, specie in alcune fasce orarie, anche da minori” e che “il bisogno del minore a uno sviluppo regolare e compiuto è un diritto riconosciuto dall’ordinamento giuridico nazionale e internazionale”. Nella Premessa si tiene inoltre a ribadire che “la funzione educativa, che compete innanzitutto alla famiglia, deve essere agevolata dalla televisione al fine di aiutare i minori a conoscere progressivamente la vita e ad affrontarne i problemi” e che “il minore è un cittadino soggetto di diritti ed ha perciò diritto a essere tutelato da trasmissioni televisive che possano nuocere alla sua integrità psichica e morale, anche se la sua famiglia è carente sul piano educativo”.
Nei Principi generali del Codice sono indicate invece le importanti prescrizioni a carico delle imprese televisive, le quali si impegnano a: migliorare ed elevare la qualità delle trasmissioni televisive destinate ai minori; aiutare gli adulti, le famiglie e i minori ad un uso corretto ed appropriato delle trasmissioni televisive, tenendo conto delle esigenze del bambino; collaborare col sistema scolastico per educare i minori ad una corretta e adeguata alfabetizzazione televisiva; assegnare alle trasmissioni per minori del personale appositamente preparato e di alta qualità; sensibilizzare il pubblico ai problemi della disabilità, del disadattamento sociale e del disagio psichico in età evolutiva; sensibilizzare ai problemi dell’infanzia tutte le figure professionali coinvolte nella preparazione dei palinsesti o delle trasmissioni; diffondere presso tutti i propri operatori il contenuto del Codice di autoregolamentazione Tv e Minori.
Uno dei tanti aspetti importanti di questo Codice può infatti essere individuato nella parte riguardante la diffusione, elemento spesso sottovalutato in passato. Soltanto un’attenta e continuativa diffusione del Codice di autoregolamentazione permette il coinvolgimento dei cittadini, dando loro la possibilità di constatare la corretta applicazione dello stesso ed eventualmente di denunciarne l’inosservanza, la quale viene poi di fatto verificata e gestita da un apposito Comitato di controllo. Il Codice non si limita quindi alla mera elencazione di norme e principi, ma istituisce anche un Comitato di attuazione (in cui sono rappresentati pariteticamente i rappresentanti delle emittenti televisive e delle associazioni sottoscrittrici) con la funzione di certificare la fondata esistenza delle violazioni del Codice e di trasmettere le relative denunce all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, la quale metterà in atto i poteri sanzionatori previsti dalla legge.
Sul piano della regolamentazione, è con la legge n. 112/04 di riordino del sistema radio-televisivo (la cosiddetta “legge Gasparri”), successivamente modificata dalla legge n. 37 del 6 febbraio 2006, che il legislatore italiano torna ad occuparsi della tutela dei minori nella programmazione televisiva. Questa nuova legge sembrò fin da subito riservare al problema un’attenzione più marcata e specifica, confermando espressamente il dovere di rispettare le norme comunitarie e nazionali a tutela dei minori ed introducendo un significativo elemento di novità consistente nell’obbligo di osservare le disposizioni previste dal Codice di autoregolamentazione Tv e Minori del 2002. Per la prima volta nella storia legislativa italiana, l’autoregolamentazione viene così rafforzata ed innalzata al rango di legge. Il testo originario prevede infatti, all’articolo 10, comma 2, che “le emittenti televisive sono altresì tenute a garantire, anche secondo quanto stabilito nel Codice (di autoregolamentazione Tv e Minori) di cui al comma 1, l’applicazione di specifiche misure a tutela dei minori nella fascia oraria di programmazione dalle ore 16.00 alle ore 19.00 e all’interno dei programmi direttamente rivolti ai minori, con particolare riguardo ai messaggi pubblicitari, alle promozioni e ad ogni altra forma di comunicazione commerciale e pubblicitaria”.
E’ chiaro come un codice di regolamentazione non possa risolvere il problema della tutela dei minori, certo è che può ricordare alle emittenti televisive che l’hanno sottoscritto e che si sono impegnate a rispettarlo, che fare comunicazione non è soltanto un’attività imprenditoriale ma anche un servizio pubblico reso alla comunità, ragione per cui non deve esistere alcuna differenza tra televisione pubblica e privata. Soltanto se ci si pone in questa ottica, gli spettatori non sono più consumatori di un prodotto, ma utenti di un servizio nell’ambito della comunicazione di massa. E tra questi utenti è indubbio che i minori rappresentino una fascia particolare a cui è doveroso rivolgere la massima attenzione. “La qualità – ha affermato Emilio Rossi – non si fa per decreto: è importante creare una coscienza, responsabilizzare le emittenti, rispettare il principio che si vive in una stessa società in cui il prossimo merita riguardo”.
4. La risposta della società civile: il caso dell’A.Ge e del MED
L’enfasi martellante conferita dal mezzo televisivo, ormai quasi quotidianamente, a vicende di drammatica delicatezza e pericolosa suggestione per i minori rappresenta una questione che non accenna a risolversi, nonostante essa sia stata, e sia ancora oggi, specificatamente oggetto di leggi e codici di autoregolamentazione. Gli ultimi decenni, come si è visto, sono stati caratterizzati da un consistente interventismo legislativo in materia radio-televisiva, diretto a disciplinare la limitatezza delle risorse tecniche ed economiche del settore e a tutelare l’utente dalla pervasività di un messaggio diffuso da un mezzo caratterizzato da una altissima capacità di penetrazione, e dall’emanazione di codici di comportamento basati sul senso di responsabilità delle emittenti, che non sempre sono riusciti a raggiungere gli obiettivi che si erano prefissati.
La società ha così cercato, seppur in molti casi con timidi tentativi, di rendere operativa una praticabilità delle scelte, attraverso una evoluzione della domanda, in modo da incidere sull’offerta dei contenuti e delle strutture che li veicolano. Accanto ai provvedimenti di natura legislativa e di carattere deontologico, vanno infatti menzionati gli sforzi compiuti dalla società civile che, nelle sue forme organizzative più rilevanti, ha tentato di arginare lo strapotere del sistema televisivo e le conseguenze da esso prodotte sul piano socio-culturale. Da sottolineare l’impegno di due “attori del controllo” volti a rappresentare le principali agenzie educative rispetto alle quali la televisione si pone in diretta e sistematica concorrenza: l’istituzione familiare e scolastica.
L’A.Ge (Associazione Italiana Genitori), fondata nel 1968, è la Federazione nazionale delle associazioni dei genitori che, ispirandosi ai valori della Costituzione italiana e all’etica cristiana, intende partecipare alla vita scolastica e sociale per fare della famiglia un soggetto politico in grado di apportare il proprio contributo nei vari settori della vita pubblica. Tra le finalità dell’A.Ge, è possibile menzionare anche la promozione di una cultura mediale rispettosa dei soggetti in età evolutiva. E’ in particolar modo il mezzo televisivo ad aver assunto una valenza totalizzante in ambito familiare, sollevando nuove ed inedite questioni legate ai processi relazionali, ai contenuti veicolati, al tipo di fruizione e all’uso del tempo. Il suo essere “ospite fisso” nella vita familiare, tendendo in molti casi a condizionarla, ha fatto sì che l’A.Ge si interessasse seriamente al rapporto esistente tra tv e minori, diventando protagonista di una richiesta di contenuti oggi labili e carenti nella programmazione televisiva. La famiglia dunque non più vista soltanto come consumatrice passiva o polo di lamentele, ma come elemento di dialogo, stimolo e collaborazione per la creazione di programmi migliori adatti a soddisfare una audience più vasta. L’A.Ge ha infatti ribadito in più occasioni come la famiglia non debba essere considerata come un problema o una destinataria di assistenza, ma bensì una chiave di lettura trasversale per politiche attive, rappresentando una risorsa ed una fonte reale di sviluppo. Come Associazione di genitori, l’A.Ge si fa infatti espressione di due forti esigenze:
- “dal basso” con la formazione degli adulti ad un uso corretto della tv per i minori;
- “ai vertici” dando a rappresentanze qualificate di genitori un posto di interlocutori privilegiati con le istituzioni, con gli enti televisivi e con le società di produzione pubblicitaria per esprimere le esigenze delle famiglie e contribuire alla confezione di prodotti mirati e adatti al vasto target di consumatori.
Tra le criticità attinenti l’attuale sistema televisivo, l’A.Ge sottolinea come la programmazione per i minori sia confinata in reti ed orari particolari e come i palinsesti giornalieri dei principali canali televisivi non siano idonei ad una fruizione da parte dei bambini e dei ragazzi. A ciò deve essere aggiunto il problema dell’utilizzo dei minori in tv e della comunicazione pubblicitaria, spesso non rispettosa delle norme fissate anche in sede di autoregolamentazione con il Codice di autodisciplina pubblicitaria. L’infittirsi delle disposizioni normative e di autodisciplina fa sì che le policy in materia non risultino omogenee e che i diversi organi coinvolti facciano fatica a coordinarsi, con la conseguente ricaduta negativa in termini di efficienza del sistema sotto il profilo sanzionatorio.
Un altro tema trattato dall’A.Ge è quello dei sistemi di monitoraggio della programmazione televisiva sia per quanto riguarda il gradimento e la qualità, sia per ciò che attiene l’esistenza di centri qualificati in grado di sostenere l’intervento degli organi sanzionatori con adeguati apporti tecnico-scientifici. L’Associazione auspica che il sistema di autoregolamentazione possa giungere a misure di deterrenza più efficaci in grado di assicurare interventi più tempestivi ed una maggiore distinzione di ruoli tra emittenti e rappresentanti degli utenti e delle istituzioni. Vengono, inoltre, ritenuti fondamentali la promozione di campagne informative e formative ed il coinvolgimento dell’istituzione sia scolastica che familiare “per fare sistema”, puntando alla valorizzazione delle opportunità positive presenti nel contesto della comunicazione di massa.
Per quanto riguarda la programmazione, l’A.Ge ritiene necessari l’aumento quantitativo, la diversificazione e l’arricchimento qualitativo delle trasmissioni per bambini e per ragazzi, soprattutto per ciò che attiene il servizio pubblico. Sarebbe opportuno inoltre stabilire dei sistemi di classificazione dei programmi, da realizzare con criteri scientificamente adeguati e mediante griglie predisposte da organismi istituzionali, allo scopo di fornire a genitori ed educatori strumenti affidabili per compiere scelte più consapevoli rispetto alla programmazione trasmessa. Le risorse derivanti dai programmi non conformi ai principi fissati dal Codice e, pertanto, sanzionati dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, non dovrebbero disperdersi nel bilancio delle entrate dello Stato, ma essere distinte (facendole ad esempio confluire in un Fondo Speciale) e reimpiegate in modo tempestivo nella produzione di programmi di media education a favore dei ragazzi e dei genitori.
La media education arriva in Italia agli inizi degli anni Novanta, diffondendosi soprattutto in ambito universitario e trovando la sua definitiva affermazione nel febbraio del 1996 quando un gruppo di docenti universitari, professionisti dei media ed educatori decidono di trasformare le iniziative isolate e sporadiche svolte fino ad allora nel settore in un movimento unitario. Il MED, accreditato dal MIUR per la formazione degli insegnanti con il decreto ministeriale del 23 settembre 2003, si propone come luogo ideale di collegamento e di servizio tra coloro che sono sensibili al problema dell’educazione dei giovani ai media e degli adulti in quanto fruitori dei mezzi di comunicazione ed educatori dei soggetti in età evolutiva. La media education (ME) è infatti intesa come un’attività, educativa e didattica, finalizzata a sviluppare negli alunni una nuova competenza educativa, cioè una comprensione critica circa la natura e le categorie dei media e le tecniche da essi impiegate per costruire messaggi e comunicare. La ME non si limita dunque a fornire una competenza mediale che permetta al minore di confrontarsi in modo critico e costruttivo con l’universo dei media, ma punta a formare degli “artigiani della comunicazione” in grado di gestire gli strumenti e di padroneggiare i linguaggi e le tecniche per la produzione di testi multimediali.
Per fare ciò è stato necessario prendere le distanze da quell’atteggiamento di sterile condanna del sistema mediale, che aveva dominato pressoché incontrastato fin dalla nascita delle prime comunicazioni di massa, e cercare di capire le logiche interne che guidano tale sistema, integrandole con la cultura della scuola, della famiglia e della tradizione locale. Un’operazione piuttosto complessa che la media education è riuscita a realizzare abbattendo quel vecchio pregiudizio secondo il quale il mondo dei media non poteva che costituire una minaccia alla cultura autentica su cui si era basata da sempre l’educazione scolastica.
Il superamento dei vecchi paradigmi, effettuato grazie all’apporto teorico dei cultural studies inglesi e delle discipline semiotiche, ha portato a smascherare la naturalezza dei media, reputati delle costruzioni dettate da interessi economici ed ideologici e realizzate secondo i generi e i linguaggi propri dell’industria culturale. La consapevolezza della non trasparenza dei media diventa perciò il passaggio obbligato per il raggiungimento degli obiettivi che la media education si prefigge e che possono essere compresi attraverso un triplice livello di analisi:
- l’educazione con i media, considerati come strumenti da utilizzare nei processi educativi generali; - l’educazione ai media intesi come linguaggio, risorsa e cultura;
- l’educazione per i media, rivolta alla formazione dei professionisti della comunicazione.
Nonostante l’attenzione posta dall’Associazione ai nuovi media elettronici, è da sottolineare come il MED non abbia mai pensato di escludere dai curricula scolastici il mezzo televisivo né tanto meno le sue recenti evoluzioni. La media education nasce e si sviluppa proprio a causa delle preoccupazioni emerse in ambito educativo circa il tempo trascorso dai bambini e dagli adolescenti davanti alla televisione: ben 15.000 ore durante la scuola primaria e secondaria, a fronte delle 11.000 passate nelle aule scolastiche. I mezzi comunicativi e le forme espressive che riscuotono maggior successo tra i bambini e gli adolescenti, come appunto alcuni generi e contenuti televisivi, assumono inoltre il ruolo di grandi contenitori che permettono di entrare ed uscire facilmente da varie “province di significato”, svolgendo molteplici funzioni relative allo scambio di argomenti, alla omogeneizzazione linguistica e alla definizione di specifici pattern culturali tra i coetanei. Si può addirittura assumere che l’apprendimento delle regole del vivere collettivo e l’osservazione del mondo degli adulti avvenga soprattutto attraverso il medium televisivo, favorendo comportamenti ed atteggiamenti simili all’interno di uno stesso contesto socio-culturale.
Secondo l’Associazione, non esiste una modalità didattico-pedagogica universalmente condivisa per spiegare e far comprendere ai bambini le modalità che regolano la produzione e la realizzazione dei programmi televisivi. Uno degli approcci utilizzati da chi realizza percorsi di educazione ai media è rappresentato dall’analisi dell’immagine televisiva, attraverso la quale si forniscono indicazioni circa i diversi modi di inquadrare una scena e si presentano gli aspetti contestuali all’immagine, come la colonna sonora o il posizionamento delle fonti di illuminazione, quali elementi chiave nel raccontare e rappresentare una situazione. A questo approccio viene spesso affiancata l’analisi di genere, una strategia educativa finalizzata ad aiutare i bambini a capire come ciascuna delle diverse categorie che differenziano i programmi sia contraddistinta da ritmi e da scelte tecniche ed estetiche specifiche e ricorrenti. Infine, una terza modalità di lavoro prevede l’analisi del contenuto delle trasmissioni televisive per attuare una descrizione degli elementi manifesti della comunicazione e per aiutare gli studenti a comprendere il messaggio, scomposto in valori e modelli spesso acriticamente accettati, che il programma vuole inviare ai telespettatori.
L’A.Ge e il MED sembrano, quindi, voler ricordare a tutta la società come sia fondamentale non dare per scontata a livello mediatico, ed in particolar modo televisivo, l’esistenza di una cultura dell’infanzia, ma operare per ridefinirla giorno dopo giorno grazie all’apporto delle istituzioni scolastica e familiare.
5. Quale attenzione per i minori nell’offerta televisiva?
Le condizioni di precaria tutela in cui spesso si realizza la fruizione di questo medium spingono ad un ripensamento del ruolo educativo giocato dalle diverse istituzioni presenti nella nostra società e degli strumenti di intervento sia sul fronte della regolamentazione tradizionale che dell’autoregolamentazione. Le emittenti non sempre hanno dimostrato un reale interesse verso i giovani telespettatori, risultando secondario rispetto a fini puramente economici: un dato che merita di essere analizzato nei suoi molteplici aspetti per valutare il ruolo che soprattutto la tv generalista vuole svolgere nei confronti della società civile, quanto cioè essa voglia contribuire al processo di crescita del sistema Paese.
Le attuali forme televisive, considerate nella loro totalità, sembrano infatti aver abdicato in modi differenti ai propri compiti istituzionali, mostrando un consistente sbilanciamento verso la natura di industria, perché orientate alla ricerca di determinati profitti e quote d’ascolto più che alla crescita sociale e culturale dei cittadini, tra cui ovviamente vanno menzionati i soggetti in età evolutiva. Questo aspetto emerge con chiarezza dalla ricerca compiuta nell’ambito del Project work “Tv e Minori”, avviato dall’Università Lumsa in collaborazione con il Comitato ministeriale Media e Minori, in relazione al monitoraggio della fascia oraria protetta sulle reti generaliste (dalle 16.00 alle 19.00), contraddistinta da molteplici episodi attinenti la violenza e il sesso, riconducibili ai diversi generi presenti nell’attuale offerta televisiva.
L’obiettivo della ricerca, condotta lungo un arco di due mesi (6 marzo – 6 maggio 2008), è stato quello di rilevare, attraverso l’analisi del contenuto, le violazioni al Codice Tv e Minori durante la fascia oraria protetta, in cui si presuppone una visione solitaria da parte del minore e, pertanto, che le imprese televisive nazionali mandino in onda una programmazione che non possa danneggiare in alcun modo i giovani telespettatori. Le imprese con più di un canale sono, inoltre, obbligate a diffondere su almeno una delle reti che gestiscono prodotti appositamente destinati a questo target.
L’analisi comparativa dei dati emersi dal monitoraggio delle reti del duopolio televisivo non solo ha evidenziato come queste disposizioni vengano sistematicamente infrante, ma ha confermato la tesi secondo la quale il servizio pubblico radio-televisivo stia progressivamente uniformando la propria offerta a quella delle emittenti commerciali, seppur con qualche differenza. Nonostante Rai e Mediaset presentino un uguale numero di scene attinenti la sfera sessuale (28), esse sembrano diversificarsi rispetto agli episodi di violenza: ne sono stati infatti trasmessi 196 sulle reti Rai e ben 344 su quelle Mediaset.
Rai = 224 violazioni (177 Rai 1, 47 Rai 2, 0 Rai 3) di cui 196 riguardanti scene di violenza e 28 scene di sesso.
Mediaset = 372 violazioni (57 Rete 4, 286 Canale 5, 29 Italia 1) di cui 344 riguardanti scene di violenza e 28 scene di sesso.
Ciò è da attribuire innanzitutto al comportamento tenuto dalla terza rete del servizio pubblico che ha rispettato pienamente i dettami del Codice di autoregolamentazione, non rendendosi protagonista di alcuna violazione durante l’intero periodo di monitoraggio. Tale discorso non può essere assolutamente esteso alle altre emittenti del duopolio televisivo, manchevoli sia sul piano della programmazione vera e propria sia su quello delle interruzioni pubblicitarie, comprendendo con questa espressione gli spot, i promo tv e i trailer cinematografici. Sulle reti commerciali, soltanto le violazioni rilevate nei promo tv costituiscono ben il 13% di tutti i contenuti considerati inadatti ad una visione infantile nell’intero periodo della ricerca.
La maggiore quantità di violazioni si riscontrano nell’ultima delle tre ore di fascia protetta, quella che va dalle ore 18.00 alle ore 19.00, sia nel caso della Rai che in quello di Mediaset. Questa coincidenza è dovuta al tipo di programmazione trasmessa da tutte le emittenti sul finire del pomeriggio, meno attenta alla possibilità di avere in ascolto un pubblico formato per lo più da giovani spettatori. I generi televisivi all’interno dei quali è possibile riscontrare una maggiore quantità di violazioni sono stati invece l’intrattenimento, i telegiornali, i telefilm e le fiction e i già menzionati spot e promo tv.
Per quanto riguarda la tipologia prevalente delle violazioni rilevate, nella programmazione del servizio pubblico spiccano le percentuali relative alle scene di omicidio con il 42% e di aggressione fisica con il 22%, da attribuire al trattamento giornalistico riservato ai casi di cronaca verificatisi durante il periodo della ricerca e alla messa in onda di telefilm e fiction caratterizzati da immagini e da un lessico piuttosto forti per l’orario di trasmissione. Sulle reti Mediaset, sono prevalsi invece l’aggressione verbale (categoria comprensiva anche dell’uso delle minacce e del turpiloquio) con il 35%, l’aggressione fisica con il 14% e i riferimenti verbali al sesso con il 12%.
Il personaggio principale che esercita violenza è il maschio adulto, per l’87% dei casi nel servizio pubblico e per il 62% nelle reti commerciali, dove assume connotati rilevanti anche la violenza messa in atto dal genere femminile adulto con il 27%. A subire atti violenti sono in prevalenza gli adulti di entrambi sessi, a differenza di ciò che accade per le due categorie relative ai minori, contraddistinte da percentuali nettamente inferiori (il 2% nel caso della Rai e il 5% nel caso di Mediaset), da ricondurre agli episodi di bullismo e violenza gratuita, attuati per la maggior parte nei contesti scolastici.
Le percentuali relative ai protagonisti delle scene di sesso dividono le reti del duopolio televisivo italiano, in quanto nel servizio pubblico è principalmente la donna (nel 78% dei casi) ad esibire il proprio corpo in maniera inappropriata rispetto all’orario di messa in onda dei programmi monitorati. La strumentalizzazione del corpo femminile per fini pubblicitari (in promo tv e spot che possono essere ricondotti alla sfera sessuale) o nelle rubriche dedicate al gossip è presente anche nella programmazione delle emittenti commerciali, rappresentando il 39% dei casi considerati, ma acquisiscono una certa rilevanza anche le percentuali che vedono come protagonisti delle scene di sesso maschio/femmina adulti con il 42% e maschio adulto con l’11%, soprattutto all’interno dei reality show.
Per quanto concerne l’atteggiamento complessivo mostrato dal programma nei confronti delle scene di violenza e/o sesso rilevate, gli analisti hanno evidenziato come sia la Rai che Mediaset abbiano proteso per un orientamento diretto ad esaltare la drammaticità di tali episodi. Tale elemento è risultato evidente innanzitutto per il modo di esporre i fatti di cronaca, esasperando i dettagli crudi e violenti delle vicende narrate, ma anche per gli episodi rientranti negli altri generi presenti nei palinsesti delle diverse reti come i telefilm e le fiction, i reality, i cartoni animati, gli spot e i promo tv. In percentuali inferiori, i programmi hanno anche mostrato un atteggiamento di condanna o di approvazione, quest’ultimo soprattutto in relazione alle scene di sesso, trattate in maniera superficiale e, pertanto, banalizzate.
Dalla ricerca è emerso anche come l’intensità delle scene analizzate sia prevalentemente moderata e abbastanza forte e come il contesto di riferimento sia rappresentato da una ambientazione realistica nel caso della Rai, a differenza di ciò che è stato rilevato per le emittenti commerciali dove l’elemento fantastico/immaginario ha acquisito una certa rilevanza per la presenza di alcune violazioni rientranti nel genere dell’animazione e all’interno di spot pubblicitari ambientati in contesti del tutto irreali.
La ricerca ha puntato anche a verificare l’efficacia delle forme di autoregolamentazione verso il target dei minori durante il prime time. E’ opportuno infatti che le emittenti televisive estendano alla prima serata, durante la quale i bambini all’ascolto sono sempre più numerosi, la particolare attenzione che sono tenute, almeno in linea teorica, a rivolgere alla fascia oraria protetta, che forse un tempo era in grado di monopolizzare l’ascolto dei telespettatori più giovani. Secondo il Codice, servizio pubblico e reti commerciali dovrebbero armonizzare la programmazione del prime time, coordinando i palinsesti in modo da assicurare – su almeno una delle tre reti – un’offerta idonea ad una visione familiare congiunta e segnalare attraverso bollini colorati che compaiono sul teleschermo, all’inizio di ogni programma e dopo ogni singola interruzione pubblicitaria, il carattere e i contenuti della trasmissione.
Si è così attuato il monitoraggio dei programmi informativi e di intrattenimento del prime time mandati in onda dalle principali reti televisive generaliste lungo un arco di sei mesi (1° settembre 2007 – 29 febbraio 2008) per verificare se esse rispettino, o meglio quanto trasgrediscano, il Codice per la tutela dei Minori in Tv, ponendo particolare attenzione al tipo di contenuti trasmessi e alle tematiche trattate. Rispetto alla ricerca condotta sulla fascia protetta, volta ad una rilevazione quantitativa delle violazioni alle disposizioni fissate dal Codice, è stato adottato un diverso punto di vista che fosse in grado di leggere i dati emersi dal monitoraggio anche attraverso la segnaletica, uno dei più importanti strumenti, insieme ai codici di comportamento, grazie a cui si realizzano i sistemi di autoregolamentazione basati sul senso di responsabilità delle emittenti.
Secondo il Codice Media e Minori, servizio pubblico e reti commerciali devono segnalare attraverso bollini colorati che compaiono sul teleschermo, all’inizio di ogni programma e dopo ogni singola interruzione pubblicitaria, il carattere e i contenuti della trasmissione, e precisamente con il:
- bollino verde: la visione adatta a tutti;
- bollino giallo: la visione accompagnata;
- bollino rosso: la visione non adatta ai bambini.
Dallo studio emerge come non sempre vi sia una reale corrispondenza tra il contenuto dei programmi e la segnaletica predisposta e come tale strumento venga utilizzato diversamente nei palinsesti considerati. Il bollino giallo trova una larga applicazione sulle reti Mediaset (nel 28% dei casi su Italia 1, nel 36% su Canale 5 e nel 65% su Rete 4) e su La7 (29%), ma non sulle emittenti pubbliche. Il bollino verde (o bianco nel caso della Rai) viene invece largamente impiegato da Rai 1 (90%) e Canale 5 (80%), le reti dirette ad una fruizione prettamente familiare.
Il bollino rosso, infine, è totalmente assente nella programmazione della prima rete della Rai, ricorre per l’1% in quella di La7 e per il 2% in quella di Canale 5. Un uso più consistente lo si può rilevare nei palinsesti di Rai 3 e Rete 4, che lo accompagnano ai propri programmi rispettivamente nel 12% e nel 14% dei casi. Il dato che colpisce maggiormente, e che ci porta a riflettere sul rapporto intrattenuto dal mezzo televisivo con i minori, è rappresentato dal fatto che siano proprio le due reti deputate all’intrattenimento dei giovani ad utilizzare in modo più consistente il bollino rosso, indicativo di un contenuto che potrebbe nuocere al loro sviluppo. Il 20% dei programmi mandati in onda in prima serata da Italia 1 è infatti contrassegnato dal bollino rosso, una percentuale che sale addirittura al 43% se si considerano quelli trasmessi da Rai 2. E’ proprio questo dato che fa sì che sia la Rai, e non Mediaset come si potrebbe pensare, il polo televisivo a mandare in onda più frequentemente contenuti inadatti ai minori durante il prime time.
Rai = 74% Visione per tutti, 8% Visione accompagnata, 18% Visione vietata ai minori
Mediaset = 45% Visione per tutti, 43% Visione accompagnata, 12% Visione vietata ai minori
Incrociando i dati relativi alle due variabili considerate, ossia il genere dei programmi trasmessi in prima serata ed il tipo di segnaletica utilizzata, si rileva come all’“emergenza reality show”, in passato più volte sottolineata dal Comitato, si sia sostituita “l’emergenza della serialità”. Sono infatti i telefilm e le fiction, sia nel caso delle reti pubbliche che in quello delle emittenti commerciali, ad essere accompagnati nella maggior parte dei casi dal bollino rosso: il 16% dei programmi inadatti ai minori sulla Rai è ascrivibile a questo genere, il 7% su Mediaset. Questa concentrazione della segnaletica gialla e rossa per contraddistinguere la visione delle serie televisive deriva dal fatto che alcuni generi (intrattenimento, informazione, sport e reality show) non sempre sono accompagnati da un bollino e, pertanto, qualora anche contenessero contenuti poco adatti alla visione di un minore, la segnaletica non sarebbe in grado di avvertire il pubblico all’ascolto della presenza di tali contenuti prima dell’inizio del programma. Il decreto legge, contenente l’obbligo di sottoporre a classificazione tutti i film destinati alla diffusione in pubblico per promuovere una partecipazione responsabile degli operatori del settore e permettere un accesso consapevole e sicuro dei minori alle opere stesse, dovrebbe infatti essere applicato anche agli altri prodotti televisivi.
Da rilevare è anche come non sempre sia stata rispettata la norma 2.2 del Codice di autoregolamentazione Tv e Minori che prevede, come anticipato, la trasmissione in prima serata di programmi adatti ad una fruizione familiare su almeno una delle tre reti gestite da Rai e Mediaset. Sulle reti commerciali si è verificato che, nell’arco di una stessa serata, siano stati trasmessi su tutti e tre i canali programmi contrassegnati dal bollino giallo o, peggio ancora, che siano stati accostati programmi diretti ad una visione accompagnata con programmi inadatti ai minori. Per ciò che riguarda la Rai, in questo caso sembra rispondere alla sua mission di servizio pubblico, ma difficilmente la sua programmazione, pur prevedendo la farfalla bianca su almeno una delle tre reti, riesce a soddisfare le aspettative dei giovani telespettatori che così si rifugiano nei “lidi” sempre meno rassicuranti delle emittenti commerciali, se non nell’offerta delle nuove piattaforme.
6. Tendenze europee nei sistemi di tutela
L’esigenza di sottoporre il sistema radio-televisivo ad un più stretto controllo che sia volto a far rispettare i diritti degli spettatori più giovani ha rappresentato, e rappresenta tuttora, un fenomeno che varca i confini nazionali. La crescente interconnessione tra i diversi mercati televisivi europei a livello di operatori, prodotti e pubblici, ha spinto in direzione di un confronto tra le diverse esperienze e creato la consapevolezza della necessità di una governance europea efficace e coerente del settore. Tale elemento dimostra come, al di là dello sviluppo tecnologico, degli assetti societari e delle caratteristiche dei format e dei palinsesti delle varie televisioni europee, sia largamente condivisa l’idea secondo cui l’universo massmediale abbia bisogno di tutta una serie di “argini” che delimitino il suo modo di porsi nei confronti di alcune fasce, considerate più deboli di altre, della società civile.
Il quadro normativo di riferimento delle varie realtà europee è rappresentato dalla Direttiva europea Tv senza frontiere (89/552/CEE) e dalle successive modifiche (97/36/CE e IP/07/311), che i Paesi sono chiamati a recepire nel loro ordinamento entro il 19 dicembre 2009. La Direttiva costituisce una valida risposta agli sviluppi tecnologici in atto e crea nuove condizioni di parità in relazione alla concorrenza in Europa per i servizi televisivi emergenti, riaffermando i pilastri del modello audiovisivo europeo, vale a dire la diversità culturale, la tutela dei consumatori, il pluralismo dei media, la lotta contro l’incitamento all’odio per motivi razziali e religiosi ed, ovviamente, la protezione dei minori.
In attesa della definitiva approvazione della nuova modifica, il punto di riferimento comune a livello europeo per la tutela dei minori in ordine alla programmazione televisiva è rappresentato dall’art. 22 della Direttiva 97/36/CE: “Gli Stati membri adottano le misure atte a garantire che le trasmissioni delle emittenti televisive non contengano alcun programma che possa nuocere gravemente allo sviluppo fisico, mentale o morale dei minorenni, in particolare programmi che contengano scene pornografiche o di violenza gratuita”. Un ulteriore chiarimento sul comportamento da adottare verso questa specifica fascia di spettatori è possibile rintracciarla nel comma 2 dello stesso articolo: “I provvedimenti di cui al comma 1 si applicano anche agli altri programmi che possono nuocere allo sviluppo fisico, mentale o morale dei minorenni, a meno che la scelta dell’ora di trasmissione o qualsiasi altro accorgimento tecnico escludano che i minorenni assistano normalmente a tali programmi. Inoltre, qualora tali programmi siano trasmessi in chiaro, gli Stati membri fanno sì che essi siano preceduti da un’avvertenza acustica ovvero siano identificati mediante la presenza di un simbolo visivo durante tutto il corso della trasmissione”.
Tra il primo ed il secondo comma è possibile individuare una differenza sostanziale: sono infatti distinte le trasmissioni che possono nuocere gravemente allo sviluppo fisico, mentale o morale del minore da quelle che possono nuocere (non gravemente) allo sviluppo fisico, mentale o morale del pubblico minorenne. Mentre le prime sono da escludere in maniera inequivocabile dalla programmazione, le seconde possono essere mandate in onda a patto che i più giovani, per via dell’orario o del mezzo tecnico utilizzato per la trasmissione, non si trovino nelle condizioni di potervi assistere.
Da sottolineare è come la Direttiva europea deleghi ai singoli Stati i criteri di valutazione dei programmi, tra i quali però non viene effettuata nessun tipo di distinzione (informazione, intrattenimento, fiction, …), indicando soltanto le condizioni della messa in onda (il rispetto di una fascia oraria di programmazione che escluda una visione da parte di un pubblico minorenne accompagnata da una segnalazione acustica o di un simbolo visivo). Gli strumenti di tutela più frequentemente utilizzati dai sistemi televisivi dei Paesi presi in esame sono infatti la definizione di fasce orarie protette (watershed) e la segnaletica, spesso vincolate reciprocamente. Il modello del watershed rappresenta uno spartiacque orario tra la programmazione familiare e quella destinata ad un pubblico adulto, mentre il modello della segnaletica si sostanzia in un sistema codificato che informa gli spettatori circa i limiti di età consigliati per un certo programma. La definizione di fasce orarie protette dipende dall’organizzazione del palinsesto e dalle abitudini di fruizione proprie di ogni sistema televisivo nazionale, l’utilizzo di una segnaletica implica, invece, il riferimento ad un sistema di classificazione (rating) del programma, spesso articolato su diverse fasce d’età e in relazione ai diversi contenuti problematici.
Gli articoli presi in considerazione non menzionano affatto il tema delle interruzioni pubblicitarie perché i legislatori comunitari hanno ritenuto necessario trattare separatamente il tema della tutela dei minori in relazione alla pubblicità e ai programmi televisivi veri e propri, qualsiasi sia il genere a cui essi fanno riferimento. Sono gli articoli 15 e 16 della 97/36/CE a fare esplicitamente riferimento al rapporto tra giovani telespettatori e spot pubblicitari affermando che “la pubblicità televisiva e la televendita delle bevande alcoliche non devono rivolgersi espressamente ai minorenni né, in particolare, presentare minorenni intenti a consumare tali bevande” (art. 15). Ancora più preciso e dettagliato sembra essere l’art. 16, in cui si può leggere scritto che “la pubblicità televisiva non deve arrecare un pregiudizio morale o fisico ai minorenni”, essendo tenuta a rispettare i seguenti criteri: non esortare direttamente i minorenni ad acquistare un prodotto o un servizio, sfruttandone l’inesperienza o la credulità, o a persuadere genitori o altre persone ad acquistare tali prodotti o servizi; non sfruttare la particolare fiducia che i minorenni ripongono nei genitori, negli insegnanti o in altre persone; non mostrare, senza motivo, minorenni in situazioni pericolose. La Direttiva tiene, inoltre, a precisare che gli Stati membri possono applicare in materia di tutela dei minori norme più dettagliate e severe per motivi di interesse pubblico generale, fermo restando che esse devono risultare oggettivamente necessarie ed essere applicate in modo non discriminatorio e proporzionale.
Un confronto tra i vari sistemi europei di tutela dei minori in tv è stato possibile soltanto mettendo a fuoco il complesso delle fonti normative, dalle leggi di regolamentazione dei sistemi radio-tv alle iniziative di autoregolamentazione di produttori, broadcasters, inserzionisti pubblicitari ed associazioni di categoria, volte alla salvaguardia dei soggetti in età evolutiva. E’ interessante notare a questo proposito come nessuno dei sei Paesi analizzati (Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna, Olanda e Svezia) affidi la tutela di questi soggetti esclusivamente al modello della regolamentazione o dell’autoregolamentazione. I diversi sistemi prevedono, come nel nostro Paese, un’azione complementare che coinvolge un’autorità regolativa che indica i principi e talvolta anche gli strumenti da adottare sulla base della normativa nazionale e comunitaria recepita, l’emittente che accoglie tali principi ed applica gli strumenti indicati autoregolamentandosi nelle diverse fasi della produzione, dell’acquisto e della programmazione, ed infine un’autorità di controllo che verifica e sanziona le eventuali infrazioni commesse. Questo il motivo per cui si dovrebbe parlare di una co-regolamentazione, perché non derivante soltanto da un controllo “dall’alto” ma anche da una precisa intenzione da parte delle emittenti stesse, le quali liberamente decidono di farsi carico, nei confronti delle autorità competenti e soprattutto del pubblico, di alcune importanti responsabilità, tra cui non può non essere menzionata la particolare attenzione verso i minori. La tutela di questa specifica fascia di utenti, inoltre, si coniuga sempre con il riconoscimento del diritto della libertà di espressione e di manifestazione del pensiero che, pertanto, si sostanzia in un totale rifiuto delle forme di censura precedenti alla messa in onda dei programmi, che vadano oltre i limiti già suggeriti dalla Direttiva europea recepita nei singoli ordinamenti.
Anche dal quadro europeo comparato emerge come la Tv dei ragazzi si sia spostata sulle nuove piattaforme televisive, dove questo target può beneficiare di una proposta molto ricca e diversificata, di una chiara linea editoriale abbinata a scelte coerenti e ragionate, come appunto la suddivisione dei programmi per generi e fasce d’età. Nonostante ciò, anche l’offerta diretta al pubblico più giovane proposta dal satellite e dal digitale terrestre non appare indenne da evidenti limiti, rilevabili sia sul piano della regolamentazione tradizionale che dell’autoregolamentazione.
L’esistenza di canali tematici dedicati al target dei minori sulle nuove piattaforme non deve costituire infatti l’alibi per poter trasmettere sui palinsesti delle altre reti satellitari o terrestri contenuti poco rispettosi del giovane pubblico all’ascolto, soprattutto durante la fascia oraria protetta. Inoltre, solo la piattaforma satellitare prevede la possibilità di inibire parte o tutta la programmazione di uno o più canali (attraverso il sistema di parental control) e di visualizzare una descrizione dettagliata degli eventi trasmessi riportando l’età consigliata, a differenza di quanto accade per le altre tv che non hanno ancora approntato alcun tipo di sistema diretto a tutelare i giovani telespettatori. Ciò appare particolarmente grave per la tv digitale terrestre, soprattutto in considerazione dei rapidi tempi con cui essa si sta accingendo a sostituire la televisione analogica.
7. Conclusioni
Il sistema delle tutele e delle garanzie degli utenti di fronte ai rischi generati dai media conosce in Italia, come sottolinea il 41° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, “una crescita macchinosa e lenta” anche a causa di una diversa impostazione dell’esercizio dei diritti alla cittadinanza rispetto a Paesi del Nord Europa e di cultura anglosassone. In Italia si sconta infatti un ritardo culturale che ha radici molto lontane legate alle difficoltà di espressione ed affermazione dei diritti del cittadino, riscontrabili soprattutto per quelli di carattere immateriale.
Da qualche decennio a questa parte, dopo anni di evidente distrazione, è però possibile notare un certo fermento evolutivo sia dal punto di vista istituzionale che delle iniziative avviate dalla società civile. Tale dinamismo se ben governato porterà certamente a compiere consistenti passi in avanti rispetto al passato in cui sarà fondamentale l’esistenza di presidi normativi visibili e riconosciuti, ma anche la produzione di una serie iniziative avviate dagli stessi soggetti coinvolti nel processo, quali appunto le emittenti e i rappresentanti degli utenti, intenzionati a rivendicare con fermezza i propri diritti rispetto all’azione non sempre responsabile dei media. Ciò significa non solo agire per la definizione di nuove misure limitanti e sanzionatorie, ma anche per lo sviluppo e la diffusione di inedite competenze educative, dirette a condizionare, oltre ai contenuti veicolati dal sistema mediale, anche le modalità di fruizione attuate dai minori e dagli adulti che gli stanno accanto, investiti del difficile compito di guida critica e responsabile.
Sarà necessario quindi porre vincoli e divieti, ma soprattutto puntare alla valorizzazione delle opportunità positive presenti nel contesto della comunicazione di massa, tenendo conto dei nuovi scenari che stanno emergendo dalla diffusione del digitale, terrestre e satellitare, e dalle integrazioni del mezzo televisivo con il computer e la telefonia mobile. Le evoluzioni avvenute negli ultimi anni nel mondo delle tecnologie comunicative richiedono infatti una politica complessiva ed unitaria sulla materia degli audiovisivi, anche se articolata in relazione ai singoli medium. E’ proprio da questa serie di riflessioni che nasce la proposta del Consiglio Nazionale degli Utenti dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, presentata il 28 ottobre del 2008 presso la Camera dei Deputati, di un nuovo Codice di autoregolamentazione Media e Minori suddiviso in quattro diversi ambiti di riferimento (Tv, Internet, video-telefonia e videogiochi). Il Codice mira a prefigurare un nuovo e più efficace sistema di regolamentazione della materia per una compiuta tutela dei diritti dei minori nel campo della comunicazione e ad un innalzamento del livello qualitativo della produzione del mercato degli audiovisivi in generale. La necessità di uniformare i vari settori sotto un nuovo assetto normativo comporta dunque il passaggio ad un sistema unitario di norme che possano agglomerare, secondo la logica fondante la co-regolamentazione, i diversi ambiti massmediali utilizzati dai minori. Tale riassetto, per assumere efficacia, rapidità di intervento ed operatività, deve prevedere un sistema di vigilanza e sanzioni più preciso e definito rispetto al passato, superando i limiti che hanno caratterizzato in questi anni l’applicazione dei codici di regolamentazione, evidenziati da gran parte dell’opinione pubblica.
Pur avendo scelto di leggere il rapporto media-minori attraverso la chiave di lettura dei codici di regolamentazione, si è profondamente convinti che tale rapporto rappresenti innanzitutto un problema di cultura e responsabilità, più che di singoli interventi legislativi, da reputare però irrinunciabili nel momento in cui permettono di dare effettività alle norme stabilite. Accanto a misure di deterrenza più efficaci, dirette ad assicurare interventi più tempestivi ed una maggiore distinzione dei ruoli degli attori coinvolti, dovrebbero infatti essere promosse campagne informative e formative ai media nella convinzione che un sistema di tutela efficace debba, al tempo stesso, dissuadere da comportamenti dannosi e promuovere comportamenti virtuosi. A questo proposito, sembra particolarmente interessante la proposta dell’A.Ge di reimpiegare le risorse derivanti dai programmi non conformi ai principi fissati dal Codice e, pertanto, sanzionati dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni nella produzione di programmi di media education a favore dei ragazzi e dei genitori.
Per una definitiva risoluzione del problema la società dovrebbe quindi dar vita a dei veri e propri “patti di corresponsabilità”, in modo tale che ciascun soggetto, secondo il proprio ambito di competenza, possa contribuire positivamente per il raggiungimento del comune obiettivo della difesa e della promozione dei diritti dei bambini e dei ragazzi di fronte all’azione dei media ed, in particolare, della televisione, da considerare nelle diverse forme in cui oggi il mezzo si presenta, data l’importanza che presumibilmente continuerà a ricoprire in futuro per questa specifica fascia di utenti.
Bibliografia
M. Morcellini, Passaggio al futuro. Formazione e socializzazione tra vecchi e nuovi media, Milano, Franco Angeli, 1997.
2 Settimo Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione, L’evoluzione delle diete mediatiche giovanili in Italia e in Europa, Milano, Franco Angeli, 2008, pp. 29-30.
3 C. Expert (a cura di), Piccoli ascolti crescono, in “Mediaforum”, 31, 2007, p. 22.
4 C. Di Lorenzi, La violenza in tv e gli effetti sui minori, in “La Parabola”, 7, 2006, p. 72.
5 G. Gamaleri, Televisione e diritti della persona. Il “buono tv”, Torino, Società Editrice Internazionale, 1996, p. 159.
6 P. De Benedetti, Tv e minori. Uno scenario nazionale e internazionale, Catanzaro, Rubbettino, 2003.
7 R. Giannatelli, MED: viaggio nella media education in Italia, in “Orientamenti pedagogici”, 1, 2006, pp. 219-230.
8 I. Tanoni, Linguaggi dei mass media e scuola dell’infanzia, Teramo, Giunti e Lisciani, 1993, p. 63.
9 P. Aroldi, Il gioco delle regole. Tv e tutela dei minori in sei paesi europei, Milano, Vita e Pensiero, 2003.
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