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Dalla società una strategia per la TV
Un messaggio positivo per gli operatori della Tv e per i telespettatori. Un saggio di Piero Damosso e Francesca Giordano.
Dalla società una strategia per la TV Dalla società una strategia per la TV

DALLA SOCIETA’ UNA STRATEGIA  PER LA TV
di Piero Damosso e Francesca Giordano 

1. La responsabilità sociale dell’impresa televisiva
Educare, informare, intrattenere. Sono gli obiettivi storici della BBC che hanno condizionato profondamente la storia del servizio pubblico radiotelevisivo europeo e anche italiano del XX secolo. Oggi nell’era della società della conoscenza, dell’informazione, dell’interconnessione, qual è la missione della televisione? Nel contesto del tumultuoso sviluppo multimediale, avvenuto  senza adeguate e rigorose regole antitrust,  in che modo la funzione sociale della tv ha a che fare con i processi democratici di formazione dell’opinione e con la ricerca della obiettività dei fatti? Quale è il rapporto tra flusso delle notizie e verità? Nel nuovo scenario globalizzato quali sono le responsabilità della tv?  

A livello mondiale resiste la tendenza alla concentrazione di aziende e testate. Nella classifica dei 50 maggiori gruppi mondiali, 17 compagnie americane  coprono il 56,8 per cento del mercato. Dai primi anni ’90, tuttavia, si assiste ad un forte dinamismo del mondo arabo nel campo della tv, spesso al di fuori dei propri territori. La rete All news Al-Jazeera ha aperto anche un canale in lingua inglese. Ci si chiede,inoltre, se questa situazione abbia portato ad una crescita qualitativa del giornalismo e della credibilità dell’informazione oppure addirittura se non abbia ragione chi parla di fine del giornalismo di fronte al fatto che gli interessi dei proprietari dei media prevalgono su quelli della comunicazione.

In Italia, pluralismo, proprietà dei media, regole antitrust e democrazia, da anni sono al centro di forti polemiche riconducibili, soprattutto alla crescita della posizione di Silvio Berlusconi che diventa via via il più importante imprenditore della tv commerciale generalista-analogica,con tre reti televisive, poi leader di partito e presidente del Consiglio nel ’94 e dal 2001 al 2006. Intanto, mentre si procede lentamente al passaggio dall’analogico al digitale terrestre, sul satellite si afferma la presenza del magnate australiano Murdoch.

Nel settore televisivo, nel 2006 la quota pubblicitaria dei primi due gruppi, Mediaset e  Rai è stata pari all’84 per cento. Mediaset ha raccolto il 55 per cento, la Rai – che ha il canone – il 29 per cento. Il peso complessivo della pubblicità televisiva rispetto al totale è preponderante: 53 per cento contro il 32 per cento della carta stampata, un rapporto squilibrato rispetto ad altri Paesi Europei. Nelle vendite dei contenuti a pagamento, Sky detiene il 91 per cento, superando il canone Rai: due miliardi di euro contro 1,5 del servizio pubblico. Complessivamente, la quota di presenza di Rai e Mediaset nel settore tv è stata , nel 2006, rispettivamente del 34 e del 29 per cento, mentre Sky è arrivata a pesare per il 28 per cento dei ricavi totali del settore.

In Parlamento sono all’esame riforme per superare il duopolio Rai-Mediaset e aprire il mercato a nuovi operatori e per rinnovare profondamente la gestione del servizio pubblico verso un autonomia dalla politica e un’apertura significativa all’associazionismo e al terzo settore.

E’ significativo che nel congresso nazionale del sindacato unitario dei giornalisti FNSI (novembre 2007) nel primo punto della mozione finale si faccia subito riferimento alla necessità di “proseguire la battaglia per la libertà dell’informazione contro ogni tipo di censura e di distorsione, smascherando i falsi paladini della privacy, del politicamente corretto, della separazione dei ruoli e della par condicio” e poi, immediatamente dopo, all’urgenza di affermare in ogni sede la dignità costituzionale di una professione che per ottemperare ai suoi obblighi nei confronti del Paese non può essere ricondotta alla sola comunicazione né ridotta ad una mera gestione di flussi di dati elettronici”.

In questo impegno, va considerato che da tre anni, nonostante numerosi scioperi e agitazioni, non viene rinnovato ai giornalisti il contratto nazionale di lavoro, quanto più indispensabile oggi, come si ricorda nella mozione FNSI, alla luce delle “trasformazioni impetuose della professione, siano esse dettate dallo sviluppo tecnologico o dalla mutazione normativa del quadro normativo del mercato del lavoro”. Di fronte ai ritmi sempre più veloci della routine produttiva, al diffondersi del precariato, e alla responsabilità di aggiornare continuamente la propria formazione culturale e specialistica, il contratto nazionale deve salvaguardare le garanzie nell’organizzazione del lavoro, nelle relazioni sindacali, e nella difesa della professione da ogni forma di ingerenza. E tutto questo a partire dal telegiornale, che resta il “programma” normalmente più seguito.

La questione è ovviamente di una rilevanza estrema – sia a livello locale che internazionale – dal momento che in questi anni la tv è diventata il luogo della politica e molto spesso il canale privilegiato attraverso il quale le istituzioni, le maggioranze e le minoranze, parlano alla gente. Come scrive lo studioso Enrico Menduni[1], la tv e le telecomunicazioni “sembrano assumere il ruolo connettivo e di controllo che ebbero gli eserciti nel Novecento, con una nuova dislocazione di potere”.

Basti pensare che in Italia la tv si conferma ancora l’unico mezzo in grado di parlare a tutti gli italiani (in media stanno davanti al video 4 ore al giorno) e costituisce uno dei principali se non l’unico collante culturale del nostro Paese. Secondo il rapporto Censis 2007 ,nel complesso gli utenti di televisione aumentano, e “sul totale delle persone che continuano ad usare la televisione (per bisogni di informazione o puro intrattenimento) l’architrave fondamentale resta quella definibile oggi come televisione tradizionale, altrimenti detta generalista”. Per il Censis, “chi ha ragione di ritenere che questa modalità televisiva abbia le ore contate forse dovrà aspettare ancora qualche lustro per veder realizzate tali previsioni”. E si ricorda che nel settore della tv, dalla tv tradizionale a quella usufruibile sul cellulare, passando per quella satellitare e quella digitale terrestre, via cavo o iptv, si possono contare ben sei modalità diverse per essere spettatori televisivi. E’ presumibile che nei prossimi anni ci saranno sempre più sensibili smottamenti e riequilibri negli ascolti fra una modalità televisiva e un’altra. Tuttavia oggi siamo anche più consapevoli che la tv non è stata, finora, automaticamente rimpiazzata da internet, perché la multimedialità più che sostituire un mezzo con un altro, tende ad integrarli nell’uso quotidiano. Vecchi e nuovi media  convivono nel mondo della rivoluzione digitale. Si pensi, ad esempio, alla quantità di filmati televisivi che si possono reperire su Youtube. La tv rimane il mezzo che permette di capire meglio in cosa consista e quali siano le conseguenze di questo processo di trasformazione e sovrapposizione in atto tra i media: “Da una parte, infatti, la televisione tradizione, quella che si continua a chiamare generalista, non conosce una verticale perdita di ascolti – si legge ancora nel rapporto Censis -, smentendo quanti ne avevano decretato la fine imminente; d’altra parte le tv digitali prendono piede, ma giocando più sui tempi che sui contenuti della loro offerta. Infatti, se si escludono alcuni eventi sportivi trasmessi solo dalle tv digitali e alcune fiction delle tv tradizionali, il resto della loro programmazione è molto simile, solo che nelle emittenti a pagamento film e telefilm si vedono prima”. Da qui l’analisi su un uso “feriale” della tv,più legato alle emittenti tradizionali, e su un uso “festivo” del mezzo, proprio delle tv a pagamento, quando vogliamo vedere la partita di calcio, un film da poco uscito nelle sale e il telefilm di successo. A questo si accompagna la divisione in due del pubblico, quello economicamente più forte che può trasferirsi sulla tv a pagamento e quello più svantaggiato che si deve accontentare della tv generalista e di un’offerta,come denuncia il Censis, sempre più povera. La tv (analogica, satellitare o digitale terrestre), dunque, conserva ancora una sua centralità, anche se dentro un processo di transizione e trasformazione tutt’altro che compiuto. Un segnale di cambiamento arriva dai dati che riguardano il consumo mediatico dei  giovani: la tv generalista passa dal 99,1% di pubblico under 30 al 95,5%;  mentre l’offerta satellitare sale al 41% e il digitale terrestre raddoppia gli utenti, passando dal 7 al 13,9 %. Il che significa che una parte dei giovani non guarda più la tv tradizionale (perché attratta da internet, dalle opportunità ipertestuali del computer,e dalla telefonia mobile), oppure – se la guarda – preferisce scegliere prodotti specifici e diete medianiche personalizzate.

Questa lunga premessa ha lo scopo di evidenziare che la questione dei contenuti non può essere affrontata in modo astratto, ma la loro offerta non può non tener conto delle condizioni del mercato, quale riferimento fondamentale per capire origine e selezione delle notizie, costruzione dei palinsesti, rappresentazione delle opinioni e dei punti di vista.

Tuttavia l’accesso ad un  mercato più aperto e dinamico non è l’unico problema della tv. A tema c’è la questione culturale. Occorre spostare l’asse dell’attenzione dal dato solo quantitativo a quello qualitativo. Non è il numero dei canali, delle testate e delle informazioni che ci salva dal rischio della cd. tirannia mediatica, Ma piuttosto la tipologia dei contenuti e delle informazioni che introduciamo nel flusso che fa la differenza.

Commenta  Menduni: “Senza i contenuti non c’è un flusso di risorse che finanzi l’innovazione delle reti e delle infrastrutture. La connessione è sempre più una risorsa abbondante, mentre i contenuti sono una risorsa scarsa. Non vi sono contenuti in quantità e qualità sufficiente per la grande disponibilità di canali e di piattaforme…”[2].

Tuttavia,In altre parole se i contenuti obbediscono tutti al medesimo media logic eterodiretto ed egemonizzato dai poteri forti dell’economia e della politica, i valori, i modelli e i gli stili di vita veicolati rischiano di rispondere ad un unico modello culturale dominante, che oggi spesso rischia di equivalere ad un pensiero unico,  ad un conformismo consumista. Per usare le parole del giornalista americano Fred Friendly: “La tv rischia di diventare un carnevale elettronico in cui gli stregoni dello show business oscurano, per i propri fini, il confine tra varietà e giornalismo.”

La qualità e la diversificazione dei contenuti per la tv è allora prima di tutto una questione di pluralismo valoriale e tematico, ossia essenzialmente culturale -  e di conseguenza anche sociale e politico - dell’offerta televisiva.

A conferma di quanto sostenuto, consideriamo un dato: secondo l’analisi del rapporto annuale 2007 di Corrado Calabrò (Authority delle comunicazioni), l’Italia è il quinto mercato al mondo nelle telecomunicazioni in termini di fatturato pro-capite e il secondo per i servizi voce della telefonia mobile, dove c’è stato negli ultimi anni la più forte crescita e nella quale il nostro Paese presenta la più alta percentuale di penetrazione. Siamo il primo Paese d’Europa come numero di utenze mobili di terza generazione (17 milioni di utenti UMTS) e il secondo al mondo dopo il Giappone. Un altro primato è la diffusione dei servizi di tv in mobilità: l’Italia è stato il primo Paese d’Europa a lanciare in commercio il prodotto (in tecnica DVB-H). Inoltre,subito dopo la Francia e prima del Giappone, siamo tra i Paesi che vedono la maggiore crescita di offerte convergenti basate su VOIP (Voice Over Internet Protocol) e IPTV (Internet Protocol Television). Ma la stessa Italia, secondo la classifica sulla libertà di stampa nel mondo , compilata da Reporters Sans Frontieres, nel 2007 ferma la sua discesa ma è ancora al 35esimo posto, dietro molti Paesi Europei, ma anche dietro Trinidad e Tobago, Costarica, Giamaica, le Mauritius, Namibia, Taiwan. Nella classifica di Global Free Freedom, l’Italia è addirittura 61esima, e agli ultimi posti in Europa. 

Per dirla con Zygmunt Bauman, non bastano risposte biografiche a domande sistemiche. C’è bisogno di far maturare il cambiamento nell’ambito di un progetto integrato, capace di creare una collaborazione permanente tra società civile e operatori dell’informazione, coinvolgendo i soggetti economici e le istituzioni.

L’avvistamento di un’altra televisione possibile comincia realisticamente da una serie di interventi e di strumenti che vanno attivati a partire dall’assunzione di un concetto fondamentale: la responsabilità sociale della tv.

La ricaduta della tv verso il pubblico è estremamente concreta  in termini di responsabilità educativa (sul singolo), di responsabilità civica (sulla comunità), di responsabilità globale (sui popoli e su tutte le minoranze del mondo). Come si è fatto con le aziende sui temi dell’inquinamento ambientale, si propone alle tv di combattere l’inquinamento televisivo e di curare l’ecologia umana degli immaginari, delle opinioni e degli stili di vita, delle scelte e dei comportamenti sui quali la tv agisce pesantemente. L’appello per il riconoscimento della responsabilità sociale dell’impresa televisiva richiede a tutte le tv di assumersi degli impegni rispetto ai cittadini e di introdurre dei requisiti di responsabilità sociale nei programmi. Una sorta di certificazione per tutte le emittenti, pubbliche e private, sulla base della loro rispondenza a tali requisiti di responsabilità. In questa direzione un ruolo fondamentale potrebbe essere svolto dall’introduzione della rendicontazione sociale delle testate televisive.

Il  punto cruciale è la consapevolezza di tale responsabilità da parte degli operatori della tv, perché il cambiamento passa innanzitutto attraverso le persone. In questo campo la sensibilizzazione e la  formazione è strumento privilegiato.

A)Una formazione all’etica della comunicazione: sensibilizzare tutti, a partire dagli studenti delle facoltà di Scienze della Comunicazione e dei Corsi di Laurea di Editoria e Giornalismo, sulla grande responsabilità che ciascuno ha in forza del potere del mezzo. Come diceva Hannah Arendt  “l’educazione è il punto in cui si decide se amiamo abbastanza il mondo per assumerne la responsabilità e in più per salvarlo da quella che sarebbe una rovina inevitabile senza questo rinnovamento di giovani e di nuovi venuti”.

B)Una formazione tecnica e un aggiornamento dei linguaggi e dei format, nel modo di scrivere e di parlare, di girare e di montare. Una capacità di raccontare il Paese reale che sa dare emozione calore senza ignorare la “grammatica” propria del mezzo, rispettando i requisiti di gradevolezza e di estetica del bello, del buono e del vero, evitando di cadere nel noioso e nel banale, sviluppando l’abilità di parlare di valori e di buone pratiche sociali, attraverso il metodo delle storie, a tutti i pubblici televisivi. 

C)Un adeguato aggiornamento culturale. Il sindacato Fnsi e l’Ordine dei Giornalisti hanno puntato molto in questi anni  a rilanciare la professione attraverso il percorso universitario e la formazione continua degli operatori, con proposte di aggiornamento su immigrazione, welfare, economia, europa, etica, diritti.

In questo ambito le associazioni costituiscono una grande risorsa, potendo offrire il loro patrimonio culturale, il loro bagaglio di esperienze sul campo, i loro esperti, il loro orizzonte internazionale. I corsi di formazione della Comunità di Capodarco (Redattore Sociale),come quelli dei movimenti per l’interdipendenza sono un esempio concreto. Ma tutto questo,per i giornalisti, a cominciare dagli stage all’estero presso testate o associazioni, dovrebbe essere più efficacemente garantito nei contratti di lavoro, per conciliare routine produttive e aggiornamenti, ritmi di lavoro e tempi per lo studio.

2. La missione sociale della tv

Per tutti questi motivi, dalla società civile iniziano ad arrivare segnali forti:
le associazioni si trovano a parlare insieme di tv, a costruire progetti ed eventi per migliorare la televisione pubblica. Sono soggetti associativi differenti per cultura, storia, sensibilità e scopi, ma che condividono la disponibilità a mettersi in gioco sulla grande questione della tv come indicatore di democrazia e come leva di futuro.

I dati forniti da Stefano Zamagni, presidente dell’Agenzia per le Onlus, nell’ottobre 2007, durante un incontro con la sede permanente di confronto sulla comunicazione sociale della Rai, parlando chiaro: gli enti del nonprofit sono almeno 230 mila e negli ultimi 20 anni hanno creato un milione di posti di lavoro. La sensibilità dei cittadini nei confronti di questo mondo vitale è sempre alta, se si considerano i successi di molte raccolte fondi,delle campagne per il sostegno a distanza, e del finanziamento tramite il 5 per mille dell’IRPEF,che ha coinvolto il 60 per cento dei contribuenti.

Questa presenza consistente dell’associazionismo sulla scena italiana, nel percepire la questione dei media come strategica nella sfida della democrazia, ha evidenziato da sempre  una vasta area di insoddisfazione rispetto alle possibilità reali di incidere nei contenuti e nei valori televisivi; una posizione critica sui messaggi diseducativi per i minori, e più in generale per i modelli culturali veicolati; una diffidenza sempre più marcata rispetto all’informazione, non di rado aggravata dal sospetto che la tv non sia ormai altro che la vetrina del McMondo, ossia di quell’individualismo radicale e di quella nuova colonizzazione del mercato, ai quali questi movimenti e queste organizzazioni intendono opporre resistenza, proponendo un altro progetto di convivenza. Va aggiunto che mentre il modello della tv commerciale diventava sempre più concorrenziale al servizio pubblico condizionandone fortemente la programmazione e i contenuti, è cresciuto un atteggiamento negativo  verso il mezzo, con gamme di sfumature più o meno marcate, dal consumo critico alla denuncia aperta, dal ricorso a un’informazione alternativa a una diffusa rassegnazione sull’ineluttabilità del “media logic”, che ha di fatto tenuto a lungo la tv al di fuori degli ambiti di partecipazione propri delle associazioni.
Ciononostante, mentre maturava l’esigenza di ripensare la cultura della comunicazione e in particolare del servizio pubblico, per gli intrecci  tra politica, economia e informazione, le denunce sulle censure e sulla riduzione dell’autonomia professionale dei giornalisti (si pensi soltanto alle “epurazioni” di artisti e personalità sgradite politicamente, all’allontanamento dalla Rai di Enzo Biagi, in seguito ad un intervento pubblico di Berlusconi, e al presunto patto segreto Rai-Mediaset per cogestire alcune notizie nel 2005 come la morte del Papa e i dati sulle elezioni regionali, in modo da non danneggiare il governo di centro-destra), a fianco delle numerose iniziative dei giornalisti e degli operatori della comunicazione, il terzo settore ha cominciato a interrogarsi su di un ruolo più attivo e propositivo.

Nel rispetto delle identità culturali e delle competenze professionali, il rapporto con il vasto e complesso mondo del terzo settore ha generato una ricca riflessione sulla televisione. Una tappa importante di questo lungo percorso è stato il confronto  plurale stimolato per la pubblicazione  del libro “Speciale TV. La missione sociale della televisione”[3], che raccoglie i contributi di una ventina di associazioni e forum, cattolici e laici: Agesci, Forum delle famiglie, Arci, Forum Terzo Settore, Aiart, Comunità di Capodarco, Cgil, Cisl, Uil, Compagnia delle Opere, Auser, Fondazione Exodus, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, Fai, Associazione Ong italiane, Legambiente, Summit della Solidarietà, Amnesty Internazional, Movimento dei Focolari, Acli. 

Ne è emersa una piattaforma condivisa di proposte accomunate da un approccio promozionale della tv.  Non sono in discussione qui le mai sufficientemente ripetute raccomandazioni per un uso intelligente del mezzo, che riguardano la selezione attenta dei programmi, l’analisi critica delle immagini e dei contenuti, e soprattutto la limitazione del tempo di “esposizione” alla tv, compresa la denuncia del baby-sitting televisivo. Qui si è andati oltre:  si ribalta la visione pregiudizialmente negativa del mezzo, ricordando alle famiglie, agli educatori, ai cittadini, agli imprenditori, alle emittenti e agli operatori che la tv potrebbe essere una grande opportunità.

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, le associazioni interpellate non vorrebbero tanto maggiore visibilità per le proprie iniziative e spazi dedicati ad hoc nei palinsesti. Reclamano, invece, un’operazione culturale più profonda: chiedono alla tv di ritrovare una missione, un senso, di non ghettizzare la società civile all’interno di una programmazione di nicchia; e di lasciarsi attraversare interamente da un criterio di responsabilità, spalmato su tutta la programmazione e su tutte le fascie orarie – soprattutto quelle di maggiore ascolto – sui format, e sui generi televisivi, dall’informazione alla fiction, all’intrattenimento, dai programmi per i ragazzi all’informazione politica, dai quiz ai notiziari, dai programmi scientifici agli spot pubblicitari.

In altre parole il rapporto tra media e società non può essere risolto solo nell’informazione sociale. Questa costituisce la condizione necessaria ma non sufficiente per garantire requisiti di ampio spettro come la verità, il rispetto delle persone, il pluralismo, la qualità. L’informazione sociale, per quanto vada rafforzata e ritenuta importante nella gerarchia delle notizie di cronaca , da sola non può evitare il rischio della manipolazione, della tv volgare, della faziosità, dell’induzione dei bisogni a fini consumistici. Di più. Sebbene il servizio pubblico appaia il primo interlocutore, si avverte che il problema è posto per l’intero sistema televisivo: a fianco del “servizio pubblico”, riferito alla Rai, si affaccia così l’idea di un “pubblico servizio”, riferito a tutte le emittenti.

Le proposte delle associazioni declinano una missione sociale e culturale della tv. Le domande che abbiamo rivolto sono: a che cosa deve servire la televisione? A chi deve servire la tv, a partire dal servizio pubblico? Concretamente, per le associazioni, la tv deve servire:
-          per la crescita della persona;
-          per sostenere la famiglia e la scuola nel rischio educativo;
-          per rafforzare la cittadinanza attiva e la responsabilità civica;
-          per combattere le disuguaglianze;
-          per la tutela e la promozione dei diritti e del lavoro;
-          per una nuova fase di alfabetizzazione dell’Italia e di diffusione delle conoscenze;
-          per l’educazione alimentare e la prevenzione sanitaria;
-          per la qualità della vita degli anziani;
-
        per la lotta al disagio e alle dipendenze;
-          per l’umanizzazione delle carceri;
-          per la salvaguardia dell’ambiente e l’utilizzo delle energie alternative;
-          per l’integrazione degli immigrati e la promozione dei diritti umani;
-          per il dialogo tra le culture e le religioni;
-          per la pace e la solidarietà internazionale;
-          per la bellezza e per l’elevazione dello spirito.
In sintesi, la tv può produrre vero progresso, sviluppo integrale, unione, verità, speranza, senso, amore, pace. Insomma più umanità e più umanesimo, per contrastare il declino di civiltà e per fare ogni giorno insieme  un passo avanti verso una democrazia più matura e partecipativa, a livello locale e globale.           
Non si tratta con ciò di scaricare sulla tv tutte le sfide del terzo millennio, ma di chiamare la tv a collaborare al raggiungimento di tutti questi obiettivi, con il senso di responsabilità derivante dalla consapevolezza che, al punto in cui siamo, nessuno può sentirsi escluso dal patto sociale necessario per costruire il futuro. La visione che emerge dalla proposta dell’associazionismo sta nel salto da un approccio di “utilizzo” del mezzo televisivo e del “consumo” del prodotto mediatico alla “co-progettazione” della tv. Il modo per realizzare la missione della tv va trovato insieme, in un dialogo profondo tra media e società, in cui anzitutto si realizzi un reciproco riconoscimento come interlocutori. Se “la società civile – come scrive Jeremy Rifkin (da “Il sogno europeo”) – è il luogo dove ci si incontra per creare cultura, in tutte le sue variegate forme; è il luogo in cui  le persone si impegnano nel gioco profondo che crea il capitale sociale e si definiscono i codici di condotta e le norme comportamentali”, allora la società civile non può rimanere fuori dai media e dalla tv.

Le associazioni rilanciano la proposta di un’alleanza forte, nel ruolo di destinatari, di fonti e di partner dell’offerta televisiva. 
-          In primo luogo, le associazioni ci ricordano che i media – sia pubblici che privati – emettono messaggi in virtù di un ricevente, che non può essere considerato solo come potenziale consumatore o potenziale elettore, ma soprattutto come persona e come cittadino, che lavora e che esprime dei bisogni, anzitutto un bisogno informativo. A questo bisogno, che è alla base del diritto di essere informati, le associazioni chiedono di dare una risposta vera e profonda, che non si risolva  nell’adempimento della sola norma formale, ma riesca a facilitare la conoscenza e la comprensione, la partecipazione e la democrazia sostanziale. In questo senso, il bisogno informativo non è tanto una fame di notizie (spesso anzi ci troviamo di fronte a una sorta di “bulimia informativa”), ma una fame di verità, di significati, di orientamento rispetto alla complessità e alla rete dei nuovi linguaggi.
-          In secondo luogo, le associazioni si propongono come fonte. In molte vicende internazionali, come le guerre, le catastrofi naturali,i vertici europei e mondiali, i forum per l’ambiente e la solidarietà globale, le Ong hanno dimostrato quanto sul campo possano costituire delle fonti attendibili, a volte alternative a quelle istituzionali, alle grandi agenzie televisive e di stampa, all’informazione ufficiale. Negli ultimi anni è enormemente cresciuto il ruolo di siti web, blog, riviste, libri,saggi, spesso promossi direttamente dal Terzo Settore. E nello stesso sviluppo del giornalismo delle storie,le associazioni hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo molto attivo nel segnalare persone ed esperienze sul campo, e una rete di esperti e di opinionisti accreditati. Allargare e rendere più profondo questo dialogo potrebbe aiutare la tv a superare i rischi  di autoreferenzialità e di omogeneizzazione. Agli uomini della tv è richiesto di avviare un colloquio umile con quello che dobbiamo conoscere prima di raccontare. Se c’è bisogno di “mettersi in ascolto” prima di “tradurre”, come ha detto Paul Ricoeur , la sollecitazione delle associazioni interpella anche la tv che non può essere solo l’emittente di un messaggio proprio, ma un canale libero e pulito, che non inquina l’acqua che porta. In questo senso,il dialogo tra media e società è uno strumento – oltre che per garantire la dimensione etica della comunicazione – per fare buona informazione, ossia per centrare gli obiettivi di veridicità, correttezza, completezza della notizia, per riqualificare la professionalità degli operatori e per generare qualità del prodotto.
-          In terzo luogo, le associazioni si propongono come partner nella produzione dell’offerta tv. Non si tratterebbe più solo di selezionare i programmi da seguire, ma di contribuire a farli,intraprendendo una vera e propria azione di sistema (che non può quindi essere episodica o determinata da interessi particolari), orientando la produzione ai grandi obiettivi del bene comune. La proposta include, ma per certi versi supera, l’approccio quantitativo degli indici di ascolto, sui quali peraltro non mancano le zone d’ombre, come ben documentano i volumi-inchiesta scritti da Roberta Gisotti sull’Auditel. E va oltre l’approccio critico del media education, e persino alla semplice logica del controllo di qualità. Spingendo fino in fondo questo dialogo si può già scorgere un sistema dei media dove i cittadini associati si trasformino da “telespettatori” a “teleproduttori”, attraverso nuove modalità di partecipazione e di gestione della tv.
Il Forum del Terzo Settore si sta impegnando per avere dalla Rai la possibilità di verificare l’effettivo andamento dei palinsesti e delle trasmissioni realizzate e di intervenire nelle scelte, anche per allargare spazi autonomi sul sociale, nei quali sia possibile raccontare la società italiana in tutti i suoi aspetti, valorizzando le competenze interne alla Rai: dirigenti, autori, giornalisti, registi. La struttura del sistema, in questa logica, non solo deve assicurare il pluralismo e l’assenza di posizioni di monopolio, ma – concretamente – programmi in prima serata e la presenza di una serie di canali di accesso pubblico e di utilità sociale, e di emittenti comunitarie, di servizio e nonprofit. L’assegnazione delle frequenze e l’allocazione delle risorse deve garantire la presenza di queste emittenti sia a livello nazionale, sia locale. Alle emittenti pubbliche e private devono essere garantiti pluralismo sociale e opportunità di accesso, attraverso un sistema di “contratti di servizio” e relativo “bilancio sociale” con i concessionari delle frequenze, in un sistema nel quale sia chiara la distinzione tra potere politico e strumenti di comunicazione. Il Forum sostiene che si deve arrivare alla “garanzia dei diritti a comunicare e informare oltre a quelli di accesso all’informazione, sviluppando una cittadinanza attiva della comunicazione; una sussidiarietà ampliata alla produzione e diffusione dell’informazione e della comunicazione; un’attiva opera di stimolo delle reti informali e comunità attraverso la creazione e il sostentamento di luoghi diffusivi di conversazione e scambio, aperti ai nuovi soggetti comunicativi”; pertanto le associazioni chiedono di poter anche coprogettare e cogestire programmi di prima serata, a forte contenuto sociale, canali tematici e rubriche. Un Welfare rinnovato deve basarsi su un’idea imprescindibile di servizio pubblico radiotelevisivo, indipendente e di qualità che svolga una funzione fondante per la costruzione dell’identità nazionale, della convivenza, e per l’affermazione dei suoi valori di democrazia e di partecipazione.
Questo ingresso delle associazioni nel governo di un luogo fondamentale di esercizio della cittadinanza,quale è quello della tv, significherebbe una concretizzazione importante della “democrazia associativa”, di cui parlava Paul Hirst , che si presenta anche come valido antidoto alle tentazioni plebiscitarie e populistiche della democrazia mediatica. La partecipazione alla gestione della tv, nella prospettiva di garantire un vero e proprio Welfare della comunicazione, secondo il principio della corresponsabilità,  è più che mai un cantiere aperto, ma si cominciano a delineare alcuni sbocchi possibili se consideriamo soprattutto la nuova proposta presentata dal ministro Gentiloni per la riforma della Rai. Il  31 maggio scade l’attuale  Consiglio d’Amministrazione dell’azienda e le nuove regole, qualora fossero approvate in via definitiva, potrebbero rappresentare una vera svolta. L’obiettivo fondamentale è mettere in condizione il servizio pubblico di competere nella tv del futuro, recuperando autonomia dalla politica  e diversità della tv commerciale, e offrendo pluralismo e qualità. La proprietà, secondo lo schema del disegno di legge è affidata ad una Fondazione che ha la responsabilità della scelta delle strategie e di nominare i vertici operativi. La Fondazione, che ha carattere pubblico, è garante dell’indipendenza del servizio pubblico dal governo e dal potere economico. Per la prima volta, nel Consiglio di amministrazione della Fondazione entrano i rappresentanti delle associazioni. E’ il comma 3 dell’art.5 a stabilire le modalità. Si prevede che il Consiglio sia composto da 11 membri, di cui 4 nominati dalla commissione parlamentare di vigilanza Rai a maggioranza dei due terzi dei suoi componenti; due nominati dalla Conferenza Stato-regioni; uno ciascuno dal Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, in cui sono presenti terzo settore e sindacati), dal Consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti (organismo rappresentativo di associazioni), dall’Accademia nazionale dei lincei e dalla Conferenza dei rettori delle università italiane. Significativo il coinvolgimento del mondo della cultura e della ricerca scientifica. Rilevanti negli ultimi anni, tra l’altro, le esperienze delle numerose tv di ateneo nate dalla collaborazione fra studenti e insegnanti in tutta Italia. I membri durano in carica sei anni e non sono rieleggibili. E devono essere votati dall’assemblea del Cnel, dal Consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti, dal Consiglio di presidenza dell’Accademia dei Lincei e dall’assemblea generale della CRUI con una maggioranza di due terzi. Da considerare,infine,che l’undicesimo componente del Consiglio della Fondazione, secondo il disegno di legge, viene eletto dai dipendenti di Rai SpA e delle società da questa controllate. 
     

3. Rivedere i criteri di notiziabilità
Le notizie entrano, infatti, nel flusso televisivo e la loro selezione è da sempre una grande questione democratica perché da essa dipendono la conoscenza, la visibilità e la rilevanza di un avvenimento, di un’opinione, di una persona, di una relazione, di un valore. Alla base della scelta, ci sono i “news values”, i “valori notizia”, riconosciuti anche dalla sociologia delle comunicazioni, che scaturiscono nella vita della redazione da una serie di valutazioni individuali e collettive e rappresentano di fatto la costituzione materiale della testata. I criteri di notiziabilità sono mutevoli, nel senso – come spiega Alberto Papuzzi[4] -  che possono cambiare secondo il tipo di giornale, l’area di lettura, il genere dell’informazione,la linea editoriale, l’ora in cui una notizia giunge, la rilevanza degli altri avvenimenti del giorno. Punti fermi e condivisi dovrebbero essere i valori e le regole che fanno capo alla Costituzione, alle norme sul diritto all’informazione, ai diritti sanciti dalle convenzioni internazionali, alle responsabilità fissate nei codici deontologici. Nella pratica, un ruolo determinante è attribuito ai criteri di notiziabilità.
Il giornalismo televisivo ha alterato in parte questo sistema. Il giornalista Clarence Jones indica la formula FACE, che è l’acrostico di quattro valori-notizia, adatti a realizzare e a rendere interessante una storia basata sulla forza delle immagini e sullo specifico linguaggio televisivo: “Feelings”, nel senso di coinvolgere sentimentalmente i telespettatori; “Analisys”, nel senso di coinvolgerli nella discussione di un problema o di una situazione; “Compelling”, quando si riescono a inserire nella storia elementi delle quattro “C”,come catastrofi, conflitti, crimini, corruzione, che accendono lo schermo di immagini emozionanti; “Energy”, con cui si intende la capacità di una storia di investire di energia  e di una sorta di vitalismo la sua audience. Tutto questo è confermato,in qualche modo, anche nell’esperienza italiana.
Ma, in definitiva, quante notizie entrano in un sommario? Nell’edizione delle 20 del tg1, il notiziario oggi più seguito dagli italiani possono entrare anche 22-23 servizi. La redazione diretta da Gianni Riotta realizza, in questo periodo, servizi più brevi e questo, di per sé, favorisce la messa in onda di un maggior numero di notizie. Il loro numero, comunque, resta sempre molto ridotto rispetto al flusso informativo, un fiume impetuoso di news, interviste, dichiarazioni. Da qui la necessità di capire i criteri della cultura giornalistica,alla base della selezione, per cercare di rendere più veritiero, plurale e completo il racconto della realtà. E’, concretamente, uno dei modi, a mio parere, più efficaci per difendere e valorizzare l’autonomia dell’informazione e per costruire un giornalismo di “schiene dritte”.
Un’altra caratteristica del Tg-1 di Riotta è che le riunioni di redazione dove si preparano i sommari dei tg sono aperte non solo ai capi-redattori,ma a tutti i giornalisti. Tutti possono fare proposte e intervenire sulle modalità con cui realizzare i servizi. E così anche i criteri di notiziabilità possono essere discussi.     
I valori-notizia, secondo la descrizione di Papuzzi per i giornali, possono essere individuati in base all’interesse del pubblico, alle metodologie di lavoro e alle esigenze organizzative dei media. Nel primo caso, abbiamo questi dieci criteri di notiziabilità: vicinanza, novità, dimensione, comunicabilità-semplicità, drammaticità, conflittualità, conseguenze pratiche, human interest, prestigio sociale, progresso. Noi, qui, ne analizziamo i più significativi in rapporto a quanto viene trasmesso in un tg.

VICINANZA E INTERDIPENDENZA. Il criterio tradizionale della vicinanza è in via di profonda trasformazione alla luce della globalizzazione economica e finanziaria, dell’interconnessione telematica, dei processi migratori, e di un’informazione sempre “all news” in tutto il mondo. La terra è diventata più piccola e anche gli angoli più lontani sono diventati abitualmente più vicini. L’emergenza Darfur, in Africa, e la rivolta dei monaci buddisti nell’ex-Birmania ci devono coinvolgere come la crisi della raccolta rifiuti che ha messo in ginocchio la Campania. Dunque, al criterio della vicinanza, inteso in senso utilitaristico, va affiancato quello della interdipendenza, come principio di responsabilità. Tutto ci riguarda, ci tocca, nessuno può dire “non nel mio cortile (not in my backyard)”. E da questo ripensamento non può non discendere un’apertura maggiore all’Europa, ma anche verso l’Asia e a sud di noi, verso l’Africa. Tutto è in movimento, il pianeta ha ridisegnato i suoi confini geopolitica e gli atlanti le loro mappe. La globalizzazione ridefinisce lo spazio con la delocalizzazione e la deterrritorializzazione: emergono gli “iperluoghi”,i “non luoghi” (Marc Augè) e le “città globali” (Saskia Sassen). Tutto il sistema mediatico deve fare i conti con questo nuovo orizzonte delle persone, ritrovare equilibri nuovi tra dimensione locale e globale; sperimentare nuovi modi di comunicare l’identità e l’altro, diventato così “prossimo”; riconoscere nuove cittadinanze non necessariamente legate al proprio territorio d’origine; contribuire a cercare soluzioni mondiali a problemi transnazionali, perché, come dice Peter Singer, “è ora di sentirci cittadini globali. Bisogna cambiare l’idea di comunità: chi vive in Afghanistan è ora importante almeno quanto il tuo vicino di casa o il tuo connazionale. Fino ad ora credere che non fosse così è stato per le nazioni ricche solo immorale: adesso è anche pericoloso”.

Del resto, cresce la consapevolezza che per affrontare i grandi temi della pace e della guerra, del terrorismo internazionale, dell’energia, dell’ambiente,della lotta alle malattie, occorrono soluzioni globali, ispirate al criterio dell’interdipendenza. E questo stimola la diffusione di notizie dall’”estero” per una conoscenza più diretta e meno approssimativa. Le stesse associazioni della società civile sono sempre più impegnate in progetti di volontariato internazionale,che possono essere molto utili per la  risoluzione dei conflitti e la riconciliazione.

Tuttavia, secondo l’analisi di Papuzzi, opportunamente la vicinanza non viene indicata solo in senso fisico, che spiega ad esempio l’importanza della cronaca cittadina, ma anche in senso figurato (vicinanza culturale, politica, psicologica): “Si può dire che quanto più  una notizia appartiene al contesto culturale dei lettori tanto più  è probabile  che venga selezionata e pubblicata”. E questo l’unico valore notizia riconosciuto da Walter Lippman: “Ciascuno di noi tende a giudicare un giornale da come tratta quella parte delle notizie in cui si sente personalmente coinvolto”. E questo, oggi, vale anche per i tg.
Questa riflessione è utile per capire come promuovere una comunicazione inter-culturale in una società sempre più multiculturale. Il triangolo criminalità-clandestini-arrivi non può riassumere la percezione del problema immigrazione,come segnala il ricercatore Marco Bigotto. Nei Paesi di più antica tradizione migratoria (Gran Bretagna, Francia, Olanda) si è aggiunta da tempo la questione della convivenza culturale, religiosa e sociale con minoranze ormai stabilmente presenti nel territorio nazionale. In questa direzione,se la tv promuovere l’integrazione, merita attenzione quanto propone il giornalista Jean-Leonard Touadi, assessore alle politiche giovanili di Roma: “Serve una reale e non residuale presenza degli immigrati in redazione. Le redazioni sono i luoghi dove potrà avvenire in modo reale l’epifania delle alterità condivise. Sono i luoghi dove le narrazioni si costruiranno nella concreta fattura quotidiana dei prodotti della comunicazione”.  

NOVITA’ E MEMORIA. Esiste un nesso imprescindibile tra l’interesse pubblico e la novità dell’informazione. Lo stesso termine “news” rileva questo collegamento immediato: la notizia è anzitutto il fatto nuovo, che non si conosce. L’informazione si alimenta così continuamente. Il dovere di dare l’ultima notizia è prioritario. Così com’è importante, per qualunque testata, darla per primi. Tuttavia, data la forte accelerazione del sistema mediatico, oggi si rischia un’assolutizzazione della novità. In questo mondo, sull’onda dell’”attualità dell’istante”, rischia di essere frantumato un parametro fondamentale per la costruzione di un “senso”: il tempo. E di instaurarsi “una sorta di ferrea dittatura del presente che domina sull’insignificanza di quell’irrimediabile diverso da noi che è il passato”[5] .La cronaca, intesa come giustapposizione di novità, tende a prevalere sulla realtà e sullo sforzo interpretativo che dovrebbe essere proprio del giornalista. Come ricorda Ramonet, giornalista significa “analista del giorno”, ma visto che “l’istantaneità è diventata il ritmo normale dell’informazione, un giornalista dovrebbe quindi essere chiamato istantaneista”.

Sorge la domanda se sia umanamente possibile essere analista dell’istante, fare analisi e sintesi in una unità di tempo così parcellizzata. In realtà questa preoccupazione lascia spesso il campo alla preoccupazione del “che effetto fa?” e spinge il giornalista ad adottare chiavi di lettura standardizzate, fortemente emotive, per fare presa sul pubblico, spesso trascurando il compito di offrire una contestualizzazione e un’interpretazione della notizia. La velocità, unita alla semplificazione, quando non alla superficialità e alla banalità, apre le porte al conformismo e all’omologazione. In questo inseguimento dell’ultima agenzia, giustificata dalla competizione tra i media, nell’ansia prevalente di non bucare la notizia, sta spesso la radice della frammentazione dell’informazione, che rischia di ignorare le dinamiche profonde che stanno dietro l’episodio e ne costituiscono la sua significanza. Come spiega bene Georges Cottier, “un’attenzione quasi esclusiva alla contingenza porta a concludere alla non-storia”. In questo modo, la successione delle notizie offre lo spettacolo di un caos senza intelligibilità. Da qui nasce lo sforzo di inserire, ad esempio nel Tg1, servizi e schede di approfondimento, ospiti in studio, interviste e storie che aiutino a comprendere il valore dell’ultima notizia. L’antidoto all’assolutizzazione della novità è la memoria, intesa come recupero della storia; ma anche come riflessione sull’identità; come lascito accumulato dalle generazioni; e allo stesso tempo come requisito di coerenza interna e di continuità tra le notizie; come capacità di approfondimento e di superamento dell’approccio iperconsumistico dell’”usa e getta” televisivo.

Una sottolineatura merita l’utilizzo sempre più frequente delle ‘storie’ che soprattutto se si riferiscono a situazioni eccezionali e controverse,  vanno bilanciate con un’attenzione al “contesto”. Ad esempio, come scrive Fabrizio Tonello nel suo volume su “”[6], , il caso umano della soldatessa del West Virginia catturata dagli iracheni non ci dice molto sulla validità delle ragioni addotte da Gorge Bush per iniziare il conflitto. I video messi su YouTube dagli studenti ci evidenziano una crisi educativa dell’istituzione-scuola, ma sono comunque espressione di una minoranza, anche se molto attiva. E non possono evidenziare i tanti ragazzi e insegnanti che,nonostante tutto, si impegnano per dare un senso al loro impegno formativo ed educativo.In questo senso, sviluppare  il metodo dell’intervista è essenziale se si vogliono raccontare realtà,opinioni e persone attraverso una dimensione non superficiale. 

DRAMMATICITA’ E SOSTENIBILITA’. La dimensione del dramma è presente nel nostro mondo ed è necessario che sia raccontato dalla tv, soprattutto dall’informazione. La tragedia è uno degli aspetti forti della realtà, che si deve sapere per prevenire nuovi lutti, morti, disgrazie. Tutti i grandi romanzi della storia della letteratura hanno affrontato il dolore, il male nella storia, la guerra e la pace, nelle vicende dei popoli come in quelle delle famiglie e delle persone. Ora, il primo volto di questo dramma è quello che rappresenta i grandi problemi dell’umanità: la fame, la violenza, le epidemie, i rischi ambientali, la criminalità, le mafie. Tutto questo è , in parte, rappresentato nella cronaca, a cui talora si imputa uno spazio eccessivo e una inutile attenzione al caso limite, alla bizzarria, alla curiosità morbosa del dettaglio macabro. Ma di fronte agli omicidi domestici o tra ragazzi, alle violenze contro le donne, ai bambini scomparsi, alle rapine sanguinose, alla violenza negli stadi, l’informazione deve fare la sua parte. Nel corso degli anni, nelle redazioni si è consolidata la tendenza ad approfondire sistematicamente i fenomeni sociali, che stanno dietro i fatti di cronaca, per tentare di offrire analisi e soluzioni. E si sono costituiti gruppi specializzati di giornalisti,capaci di intervenire e di produrre servizi rapidamente,grazie anche agli archivi personali e ad una rete di fonti e di esperti.
Tuttavia,quando all’interno di un’edizione del telegiornale, c’è un’eccessiva drammatizzazione della realtà, avendo aumentato progressivamente le dosi di questa “spezia” della tv, come la chiamava Popper, per catturare il pubblico, andiamo incontro ad un “effetto paradosso”, ossia al pericolo di assuefazione e di indifferenza, oppure di rifiuto-rimozione di ogni forma di dolore reale. Nel 2007 uno studio promosso da Meta Comunicazione con un pool di 60 psicologi e psicoterapeuti sostiene  che oggi la tv fa venire l’ansia non solo per i temi trattati,ma anche per i toni allarmistici. Così per il 63 per cento degli intervistati, la tv sta diventando una fonte di stress,anche dal punto di vista acustico, genera ansia (55 pe cento), aggressività (49 per cento), ma fa venire anche l’idea di essere continuamente “fregati” (43 per cento),tanto che si sta sviluppando una sorta di sindrome di accerchiamento che rischia di avere conseguenze anche sulla vita quotidiana (43 per cento). Come uscirne? Mentre dobbiamo rappresentare il dato negativo e problematico della realtà, dobbiamo però  iniziare a porci il problema di conciliare il dramma con un criterio di sostenibilità della tv. Il villaggio globale non può voler dire tout court scaricare sulle spalle del singolo individuo tutto il dolore del mondo con il suo carico emotivo. Mai come davanti al senso di impotenza provocato dalle immani dimensioni del male ci rendiamo conto che è sostenibile una tv che aiuti a compiere il passaggio dal vedere al pensare e dal pensare all’agire. La tv deve , infatti, tenere conto dell’urgenza di reperire  strumenti adeguati per un’azione di responsabilità sociale globalmente informata, o come direbbe Boltansky dovrebbe aiutare a indicare “un atto che trasforma lo spettatore in attore. Nulla inferiore a questo impegno potrà funzionare”. E come chiosa Barman: “In assenza di strumenti per un’azione efficace, sembriamo tutti, ognuno di noi individualmente e tutti gli individui insieme, scaraventati nel ruolo di spettatori e costretti a sostenerlo per un tempo insopportabilmente lungo”.
E’ sostenibile un’informazione televisiva che vada oltre il caso singolo straziante, inspiegabile, folle e aiuti a rintracciare il senso di un fatto, illuminandone una comprensione profonda, restituendo all’homo videns la dimensione della riflessione e della coscienza. E’ sostenibile un’informazione televisiva certo non censurata, edulcorata, buonista, ma che introduca anche degli elementi di speranza, che sappia dare la giusta visibilità alle buone notizie, che sappia trovare “the news not in the news”,ossia le notizie che non entrano nei notiziari, nei palinsesti, nelle agenzie di stampa, che dia attenzione a quanto di positivo ogni giorno accade nel mondo, alle risposte di solidarietà,di fraternità, di perdono, suscitate da situazioni di dolore, di calamità, di conflitto, abbandonando definitivamente il pregiudizio deleterio che si riassume nel motto  “buona notizia, nessuna notizia”, che liberi tutto il bene dell’agire umano dalla cella buia dell’irrilevanza, dove troppo spesso è tenuto segregato.
A questo proposito, rappresenta una forte suggestione il libro di Giovanni Paolo II, Memoria e identità. Nella sua analisi sulla coesistenza del bene e del male, nella storia del mondo come in quella degli uomini, in dica una prospettiva che può essere molto interessante per il giornalista, quando richiamando il pensiero di san Tommaso e di Sant’Agostino, ricorda che “non vi è male da cui Dio non possa trarre un bene più grande”. Da qui, la consapevolezza che si può limitare e vincere il male con il bene: “Ciò vale per ogni sofferenza provocata dal male; vale anche per quell’enorme male sociale e politico che oggi divide e sconvolge il mondo: il male delle guerre, dell’oppressione degli individui e dei popoli; il male dell’ingiustizia sociale, della dignità umana calpestata, della discriminazione razziale e religiosa; il male della violenza, del terrorismo, della corsa alle armi…Tutto questo male esiste nel mondo anche per risvegliare in noi l’amore, che è dono di sé nel servizio generoso e disinteressato a chi è visitato nella sofferenza. Nell’amore che ha la sua sorgente nel cuore di Cristo sta la speranza per il futuro del mondo…”.
Da Colonia, Papa Benedetto XVI, alla Giornata mondiale della gioventù, ha riproposto la questione della lotta tra bene e male parlando del “potere inerme dell’amore”. Più recentemente,nell’enciclica “Spe salvi”, sottolinea quando l’incontro,oltre ad essere “informativo”, è anche “performativo”, nel senso che esprime una speranza capace di trasformare la vita. Il Papa parla dell’incontro con Dio, ma questa riflessione può avere una rilevanza anche nell’ambito della comunicazione tra persone, gruppi, comunità. La speranza, come motore di relazioni aperte verso l’altro. La sofferenza, come luogo di apprendimento della speranza. La speranza, come luogo dell’umano. “L’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo” ha scritto Italo Calvino, dopo la sua esperienza al Cottolengo di Torino. Tutto questo non è facile nella prassi giornalistica quotidiana, ma può rappresentare una tensione  di fronte ad avvenimenti drammatici. Rispetto alle “cattive notizie”, vale sempre l’ammonimento di Rivers: “Le cattive notizie possono persuadere la gente che il mondo è molto più pericoloso di quanto non sia”.    
Un aspetto peculiare del dovere alla sostenibilità della notizia attiene l’informazione sui minori e verso i minori. Negli ultimi anni si è concentrata l’attenzione dei media sui diritti dei bambini e dei ragazzi, e spesso questa informazione è stata premiata dal pubblico. Le storie dei bambini soldato o dei bambini uccisi dalla mafia, come dei bambini testimoni nei processi, bambini negli ospedali, come bambini al centro di indagini giudiziarie, vittime o accusati, hanno occupato la cronaca. E si e’ sviluppata tra i giornalisti e nella società civile una riflessione sui limiti e gli abusi dell’informazioni,che ha posto con forza la questione della responsabilità. Sono nate  la Carta di Treviso,che recentemente è stata aggiornata, il Codice di autoregolamentazione Tv-minori, il Codice sulla privacy. Alcune di queste indicazioni sono diventate norme e legge dello Stato. 

CONFLITTUALITA’ E DIALOGO. Intrinsecamente legato  al criterio della drammaticità è quello della conflittualità. Entrambi pongono la questione tanto discussa della violenza in tv, che può avere gravissime conseguenze sul piano psicologico-individuale, quanto su quello comportamentale-sociale. I codici di autoregolamentazione e le norme hanno indubbiamente rappresentato un forte momento di riflessione. Prima di trasmettere immagini e scene di violenza, quasi sempre si avverte il pubblico di quanto sta per andare in onda, in modo da responsabilizzare le famiglie. Ad esempio,è quanto ha fatto il Tg1 in occasione dell’impiccagione di Saddam Hussein, tagliando comunque la sequenza del momento estremo della morte. Il diritto di cronaca ha un suo significato: risponde non solo alla necessità di assicurare il diritto di informare ma rispetta anche il diritto del pubblico di essere informato. E in questo caso, le immagini possono servire anche a sensibilizzare sulla crudeltà della pena di morte, purtroppo ancora vigente in molti Paesi del mondo.
La violenza dalla tv rispecchia il male del mondo. Si deve eliminare la violenza inutile, quella che rischia di suscitare emulazione, ma in ogni caso il problema sta soprattutto nel come si racconta la violenza e nel come la si percepisce. Il focus della discussione va quindi spostato sulle modalità di rappresentazione e di narrazione e sulle iniziative di media education, da intraprendere in primo luogo in famiglia e a scuola. Lasciare un bimbo solo davanti alla tv, con il telecomando in mano, è come lasciarlo solo davanti al computer aperto su internet: vuol dire, in pratica, averlo abbandonato di notte fuori di casa, completamente in balìa degli eventi, dei “gatti” e delle “volpi” che può incontrare.
Dal 10 gennaio 2008 la Rai ha avviato, in collaborazione con il ministero delle comunicazioni, una nuova campagna televisiva dal titolo “Bambini e Televisione: meglio non distrarsi”, richiamando l’attenzione sul rapporto tra i bambini e i programmi televisivi dai contenuti editoriali più complessi, come i tg e le trasmissioni di approfondimento, le cui immagini e parole, possono richiedere un livello di maturità non alla portata dei più piccoli. L’invito ai genitori, alle famiglie e agli educatori è quello di accompagnare i bambini, guidandoli ad una loro corretta comprensione.
Il contratto di servizio tra lo Stato e la Rai, inoltre, prevede che il servizio pubblico adotti un sistema di chiara riconoscibilità visiva, capace di evidenziare, con riferimento a film, fiction ed intrattenimento, quelli adatti ad una visione con un adulto e quelli adatti al solo pubblico adulto. La Rai, dal 30 novembre 2007 ha introdotto un sistema basato sull’utilizzo del proprio logo (la farfalla) come elemento che caratterizza l’impegno aziendale per la tutela dei minori e lo ha scandito in due colori (giallo, rosso) che rendono esplicito al telespettatore il titpo di programmazione prevista, così da facilitare una scelta responsabile. La farfalla rossa è accompagnata anche da raccomandazioni verbali sulla inidoneità di determinati programmi per i minori (“il film è adatto al solo pubblico adulto”). Il contratto di servizio aggiunge ulteriori obblighi: l’allargamento della fascia protetta che passa dalle ore 16-19 alle ore 16-20; il vincolo di non interrompere con la pubblicità i programmi per bambini e i cartoni animati di durata inferiore ai 30 minuti e il divieto di usare i personaggi dei cartoni come “traino” pubblicitario; il divieto di programmare film vietati ai 14 anni e di  passare “trailer” di film vietati non solo durante la fascia protetta, ma anche nella fascia delle ore 7-9, dove è forte la presenza di bambini davanti al video.
Detto ciò, la conflittualità entra in tv sotto molte forme, anche attraverso l’informazione di politica estera e interna. Pensiamo all’11 settembre 2001: il tragico attentato alle Torri gemelle è ripreso in diretta. La scena si ripete in ogni edizione dei notiziari, in tutte le lingue, la visione è apocalittica e sconvolgente ,e allo stesso tempo ci obbliga a sintonizzarci con il mondo in modo diverso, mettendoci davanti all’evidenza che – come scriveva in quell’occasione Tiziano Terzani – “il mondo è uno”. Il terrorismo occupa la scena che voleva. Ha il suo megaspot promozionale gratuito. I media si accorgono di questo corto circuito: come è avvenuto in passato e avverrà ancora, anche l’informazione può essere utilizzata a fini terroristici, per amplificare la paura e dare visibilità all’azione. Eppure il meccanismo è ineluttabile e la forza delle immagini prevale su tutto. Non può che essere così.
Dal mondo associativo – mentre viene ribadita una ferma condanna di ogni forma di violenza, di guerra e di terrorismo – viene indicato con forza un altro criterio di notiziabilità con cui ripensare continuamente quello della conflittualità: il dialogo tra le culture e le religioni, i popoli e gli Stati. Il dialogo , a volte espressione di  minoranze, eppure non per questo meno significativo. Il dialogo,come valore alla base di ogni convivenza. La ricerca coraggiosa della cultura della pace, della giustizia, della risoluzione non violenza dei conflitti, della democrazia ha impegnato molti giornalisti cosiddetti “di guerra”, impegnati come inviati nelle aree più difficili e pericolose. Secondo il rapporto annuale di Reporters sans frontieres del 2007, i giornalisti uccisi nel mondo sono stati 86, tre volte di più rispetto a cinque anni prima. E nove volte su dieci i delitti restano impuniti. Il premio 2007 dell’associazione è andato ad un giornalista eritreo, Seyoum Tsehaye, 54 anni, da sei  rinchiuso in un carcere del suo Paese in condizioni disumane, senza aver mai potuto incontrare un familiare o un avvocato. E’ una delle vittime del pugno di ferro del presidente Isaias Afewerki, al potere dal ’93. La marcia  Perugia-Assisi, sempre del 2007, promossa dalla Tavola della Pace, è stata dedicata alla memoria di Anna Polititkovskaja, la giornalista russa uccisa per il suo coraggioso lavoro di investigazione.  
La spettacolarizzazione e la gestione mediatica del conflitto cela un altro grande rischio, quello del “nascondere mostrando”. La conflittualità agirebbe su quelle strutture invisibili che organizzano il nostro percepito escludendo dalla visuale tutto il resto, diventando così un meccanismo indiretto di selezione della notizia. Tutto questo,può essere particolarmente evidente nel giornalismo di guerra, come mostra efficacemente il film “Leoni per agnelli” diretto da Robert Redford. Il caso di Judith Miller è emblematico. Nel 2002 gli articoli della giornalista sul New York Times sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq prepararono,di fatto, l’opinione pubblica alla guerra contro Saddam. Nel 2004 l’Agenzia internazionale per l’energia atomica di Vienna riferì al Consiglio di Sicurezza dell’Onu che i documenti sull’uranio impoverito erano falsi. E questo è solo il caso più clamoroso. Robert Redford, regista del film “Leoni per agnelli”,che ha per protagonista una giornalista, ha detto recentemente: “L’informazione corre troppo in fretta, ai direttori interessa solo il “sound bite”, l’estratto brevissimo e sensazionalista del servizio. Le analisi approfondite le puoi fare sul “New Yorker”, dove un inchiestista come Seymour Hersch ha svelato gli orrori di Abu Ghraib, ma la nostra giornalista è intrappolata in un network che pensa agli indici d’ascolto,alla concorrenza, al fatturato. Non sono più i tempi del Watergate e di “Tutti gli uomini del presidente”. In America i giornalisti non mi intervistano sui contenuti politici dei miei film, preferiscono sapere se mi sono rifatto i denti”.
Per un altro verso, rispetto alle conflittualità politiche interne, i cittadini assistono spesso ad avvilenti risse medianiche, ma non sempre riescono a cogliere i veri interessi e conflitti di potere che sono dietro alla vicenda del giorno. Il problema non è solo italiano. Come avverte Ben Baddikian in “The Media Monopoly”, “un notiziario superficiale concentrato sui conflitti di personalità ha rinviato per decenni l’esame intelligente delle cause e degli effetti della notizia”. Anche su un piano locale, quindi, enfatizzare lo scontro, la faziosità, la polemica e l’aggressività, può voler dire banalizzazione del male, prevalenza della logica di contrapposizione amico-nemico (una delle matrici culturali del terrorismo degli anni 70), violazione delle regole minime di rispetto per le persone, imbarbarimento delle relazioni sociali, delegittimazione delle istituzioni democratiche. Significa rischiare di suscitare sentimenti di odio e di vendetta, senza aggiungere nulla in termini di comprensibilità. Il giornalista di una televisione socialmente responsabile, anche in questo caso, dovrebbe essere una figura che sa dialogare e far dialogare, contribuendo allo sforzo comune di tutta la società di trovare , nella diversità dei punti di vista, anche ciò che unisce oltre a ciò che divide, facilitando la ricerca di soluzioni comuni ai problemi e risposte concrete ai bisogni delle persone. Papuzzi, a questo proposito, avverte: “Ogni volta che una notizia si presenta in forma di conflitto, con un possibile vincitore e un possibile perdente, è probabile un forte coinvolgimento del pubblico; molto spesso sono i giornalisti a interpretare un avvenimento – politico,sportivo, anche culturale – in termini di conflitto”.
A questo proposito, va sottolineato il contributo del congresso internazionale di Netone (Castelgandolfo, novembre 2004) sul tema “La strategia del dialogo per una svolta nell’informazione. Operatori della comunicazione di tutto il mondo hanno discusso per alcuni giorni sui modelli applicativi di questo confronto da proporre nelle redazioni, nel rapporto tra media e società, in un contesto di diversità culturali e religiose. Numerose le proposte: la banca delle “storie”, a cui i giornalisti possano attingere; luoghi di incontro e di formazione per sapere esprimere eccellenze e per rimotivare il senso della propria professione, nella consapevolezza – come ha detto Guglielmo Boselli  nel primo incontro a Roma di Natone (17 settembre 2002) –che l’amore può essere il paradigma stesso della comunicazione,perché l’amore comunica e porta “ad un radicale cambiamento del nostro modo di essere e di lavorare”. Citando  Chiara Lubich (“L’amore fa vedere più in là”), Boselli ha aggiunto: “E’ una luce che ci aiuta smascherare quanto è subdolo e ci fa chiedere: i mezzi di comunicazione sono davvero sempre mezzi che conducono alla fraternità universale, a comporre in unità la famiglia umana …?”      

PRESTIGIO SOCIALE E INCLUSIONE. Il requisito di notorietà o prestigio sociale dei personaggi coinvolti in un avvenimento è assurto a criterio di notiziabilità soprattutto in quanto garanzia di trasparenza, al fine di controllare l’operato di chi detiene responsabilità pubbliche. Così, la storia d’amore tra Sarkozy e l’ex modella italiana Carla Bruni diventa notizia. Tuttavia, va detto, che questo criterio negli anni ha subito allargamenti vistosi, particolarmente da quando si è saldato a una esasperata personalizzazione dell’informazione, all’enfatizzazione del leader politico o dell’imprenditore, al gossip, alla cronaca rosa, all’interesse quasi maniacale per i destini delle famiglie reali o dei vip dello spettacolo, un interesse che non si spegne,ma spesso si accentua, quando questi “protagonisti” finiscono dalle stelle alle stalle.
Carl Bernstein mette in luce che  il giornalismo “è distorto dalle celebrità e dal culto della celebrità, della riduzione della notizia a pettegolezzo, dal sensazionalismo che allontana sempre dalle condizioni reali della società…come se il ruolo del giornalismo fosse di divertire la gente anziché di sfidarla a pensare”. Il giornalismo per intrattenere, più che per informare; per alleggerire la tensione del telespettatore dopo avergli fornito le notizie drammatiche. Così il criterio del prestigio sociale e della notorietà tende a privilegiare standard di vita molto distanti da quelli del Paese reale. Anche da qui l’allarme per l’aumento, pure nei giovanissimi,di fenomeni come l’ansia da prestazione, l’insoddisfazione esistenziale, l’anoressia, fino alla depressione cronica e alle nuove dipendenze. Il cinema ha risposto con una bella allegoria sociale ai “codici” sempre più elevati imposti da questo mondo virtuale , di plastica, fatto per “i ricchi, belli e famosi”, con il film Shrek, dove in fondo si rivendica il diritto alla bruttezza come metafora del limite, del difetto, dell’imperfezione, della vecchiaia, della malattia, della disabilità, della normalità, del dis-piacere, insomma di tutto ciò che è profondamente umano e che la televisione patinata (specchio della cultura efficientista della performance, dell’apparenza, del piacere,del presenzialismo, dell’eugenetica e del desiderio effimero) vorrebbe negare e rimuovere come qualcosa di mostruoso, che deve essere marginalizzato nel “bosco”, fuori dei confini del centro abitato, della polis, privato di ogni diritto di cittadinanza.
Le associazioni ci ricordano che quella umanità “normale” è il pubblico della tv e chiedono di rivedere il criterio del prestigio sociale alla luce dell’inclusione sociale. Bambini e anziani, ricchi e poveri, uomini e donne, italiani e stranieri, costituiscono il pubblico, davanti ad una molteplicità di schermi, a cui non sempre corrisponde una pluralità dei contenuti, dei valori e degli stili di vita. L’inclusione rappresenta un criterio capace di dare voce ai soggetti deboli, alle minoranze poliche, alle diverse identità religiose, culturali; diventa garanzia di un pluralismo che si sostanzia di testimoni e di modelli alternativi a quelli dominanti, in una tv che può restituire cittadinanza al Paese reale.
Il ricorso frequente al metodo delle “storie” è funzionale a questa necessità. Storie di persone che si impegnano per gli altri, storie di famiglie alle prese con la battaglia continua per pagare mutui e prestiti, storie di condomini solidali, storie di cooperative che si sono autocostruite la propria casa, storie di imprenditori e di giovani che si sono ribellati alla mafia, alla ‘ndrangheta, alla camorra, alla sacra corona unita. Su questi contenuti, ad esempio, nell’ultimo anno il Tg1 si è particolarmente impegnato.

SEMPLICITA’ E COMPLESSITA’.  La semplicità, intesa come facilità di rendere comunicabile un evento, è essenziale per la spiegazione e la chiarificazione di tutto ciò che è complesso, vasto, pluriverso, tecnico-specialistico, al fine di una comprensione più profonda possibile della notizia. Ma, se la semplicità è la virtù mediatica a servizio della lettura della realtà, l’eccessiva semplificazione rischia di trasformarsi nella sua più pericolosa nemica: oscuramento della realtà, vizio di ambiguità, di doppiezza, di vera e propria manipolazione e mistificazione, soprattutto se non le corrisponde una semplificazione dei linguaggi, che spesso rimangono autorefernziali e destinati agli addetti ai lavori. Noam Chomsky, nel suo “La democrazia del grande fratello”, sostiene l’intenzionalità di questo meccanismo. Il sistema mediatico vi appare come una sorta di macchina di indottrinamento, usata da potenti e occulti poteri finanziari, che si regge su due pilastri: il primo sforna fiction, soap opera e reality show per distrarre le persone dai problemi reali, il secondo indirizza e manipola le opinioni dei telespettatori , assopendo la coscienza e impedendo una reale partecipazione.

A fronte di questo giudizio che grava sull’informazione, si coglie da parte delle associazioni della società civile  la richiesta di compiere un’operazione opposta alla semplificazione: rendere conto della complessità, facendo su questa un vero e proprio sforzo di chiarificazione. In questo senso, il criterio della semplicità apre la nostra analisi in tre direzioni. E’, infatti, implicitamente in discussione il rapporto tra: a)immagine e realtà; b)obiettività e interpretazione; c)informazione e verità.
Sul primo aspetto (immagine e realtà), riecheggia il severo giudizio di Jean Baudrillard: “La tv assassina la realtà”. Deformazione, ottica teatralizzata, creazione di personaggi fittizi, sarebbero le modalità non cruente per commettere il delitto perfetto. Tanto più perfetto quanto più potente e attendibile è la forza delle immagini. C’è da aggiungere che l’immersione visiva su cui si basa la virtualizzazione  riproporrebbe , davanti alla tv, “l’ossessione del doppio” attraverso l’esodo in un mondo simulato, riprodotto, fabbricato, che si comincia a spacciare per reale.  Di fronte a questa sorta di esaltazione creatrice di una “realtà-reality”, sono sempre attuali “i rischi di certe scissioni, di certi congedi dalla materialità, una tentazione come di eclissi dell’incarnazione” (J.Guitton). E c’è chi denuncia il pericolo di alimentare il delirio, l’allucinazione, l’iperstimolazione visiva, a danno dell’esperienza vera, l’induzione alla passività a svantaggio dell’attività critica di pensiero. Sotto questo profilo, l’attenzione delle associazioni si rivolge ancora una volta anzitutto ai ragazzi e agli effetti della tv sui bambini. Ma più in generale, se solo ciò che è comunicabile semplicemente (soprattutto attraverso le immagini) è notiziabile, vale anche il contrario: tutto ciò che è difficile comunicare (tutto ciò su cui non ci sono immagini disponibili) rischia di non esistere, fino al paradosso “nessuna immagine, nessuna realtà”, e quindi alla lesione del principio di completezza dell’informazione.
Sul secondo aspetto (obiettività e interpretazione), la semplificazione avrebbe portato a prediligere talvolta la quantità sull’approfondimento. Come abbiamo già accennato, la tendenza a presentare le news al di fuori di un contesto, di una riflessione, di un’interpretazione, avrebbe comportato un notevole impoverimento e persino uno svuotamento della funzione sociale dell’informazione. In altre parole, ad esempio, se si decide di fare un servizio per il tg sul rischio di un’epidemia, non si può nello stesso tempo mandare in onda la rassicurazione degli esperti che “smosciano” la denuncia di altri medici: se il problema non esiste, meglio non fare il pezzo, e lasciare lo spazio ad altri argomenti più importanti. Anche in questo caso, si sottolineano i limiti di un reporting che esaurisce la correttezza del giornalista nella precisione della citazione o nel controllo delle fonti, condizioni necessarie ma non sufficienti a dare un senso a dichiarazioni, immagini e fatti che sono oggetto della notizia. Bisognerebbe riuscire a praticare (aldilà del dibattito sulla presunta obiettività) le regole di un giornalismo autonomo dai condizionamenti, aderente ai fatti, completo, onesto, veritiero, aperto all’ascolto empatico, disponibile a comprendere, libero sempre di fare tutte le domande.
Infine,la gestione unidimensionale e sterilizzata della notizia può avere l’effetto di accordare alla menzogna la stessa preminenza o lo stesso impatto della verità, e questo ci introduce al punto successivo.
Sul terzo aspetto (informazione e verità), dobbiamo dire che l’eccessiva semplificazione a danno della verità – oltre che all’aspetto pratico-organizzativo dei ritmi di produzione – sembra riconducibile prevalentemente a tre questioni: la prima attiene alla praticabilità di “decisioni libere da pressioni politiche , commerciali o di altra natura”; la seconda riguarda la mercificazione dell’informazione: data la cosiddetta “guerra degli ascolti”, si può arrivare a ritenere che esistono dei valori importanti (istantaneità, massificazione, drammatizzazione emotiva, divertimento) e dei valori meno importanti, meno redditizi (i criteri di verità); la terza richiama il fenomeno culturale del relativismo. La cultura occidentale ha da tempo interiorizzato, a questo proposito, quello che viene definito un “agnosticismo relativo”, che implica la consapevolezza dei limiti della conoscenza e si traduce in un atteggiamento critico, incline alla problematizzazione, profondamente antidogmatico, ma comunque impegnato in una ricerca inquieta della verità. Accanto a tale atteggiamento, si riscontra un tipo di “relativismo forte”, caratterizzato dal rifiuto sistematico della verità come forma di pensiero, uno “scetticismo teoretico” che rifiuta qualsiasi criterio veritativo di scelta e fonda i comportamenti sul semplice “pragmatismo”, adottando come principi di orientamento dell’azione la riuscita pratica, il successo, il profitto economico, la convenienza. La convinzione di una “inadeguatezza del segno a dire tutto quello che l’oggetto è” (Charles Sanders Peirce) ha finito per rafforzare il paradigma gnoseologico kantiano che in ultima analisi lega la verità al consenso: è vero solo ciò che acquisisce un consenso intersoggettivo. Da qui alla “dittatura della maggioranza” il passo è breve, specie se per conquistare il consenso si dispone di strumenti efficaci come la tv, per cui “quello che passa in tv è vero” per il semplice fatto che è condiviso dalla massa, mentre la voce fuori dal coro, l’idea non conforme, il comportamento controcorrente perde molta della sua rilevanza e non è riconosciuto nella sua validità. La tv mite e intelligente, che può essere l’esito  di un approccio problematico, rischia di lasciare il posto alla tv urlata, alla tv invasiva, alla propaganda, a nuove forme di dogmatismo e di conformismo.
In tutto questo, il rischio è che il giornalismo adotti i codici dello show, alzi i toni, indossi una casacca, per trasformarsi in una furia informativa dove, come ha scritto Gianni Riotta sull’Espresso del 20-9-2007 “ che una cronaca si sforzi di riprodurre la realtà, di descrivere un evento, non importa più”. E allora  “equanimità, cronaca, riproduzione paziente della realtà sono armi di una minoranza sparuta”. Ma sono proprio le minoranze creatrici e consapevoli di un progetto culturale che possono incidere nella società della comunicazione. 
In particolare, le notizie non disponibili per i concorrenti, sulle quali ovviamente una testata investe molto interesse, possono contribuire a costruire un notiziario meno conformista e più completo, rispetto al condizionamento di un’agenda degli avvenimenti, che il media, qualunque media, non riesce a controllare. Così l’esclusività non risponde solo ad una logica commerciale e di audience, non è soltanto un fattore che alimenta l’effetto sorpresa all’interno di una scaletta, ma può servire a rafforzare l’autonomia del tg o di un giornale. Ma a questo criterio deve, tuttavia, corrispondere, un’attenzione al principio di realtà. L’esclusiva, lo scoop, dovrebbe essere il più vicino possibile alla realtà da raccontare, dovrebbe andare a svelare quanto non si è ancora detto o visto. Giornalismo di inchiesta, di opportunità, di storie, per una comprensione più profonda della verità dei fatti.
In sintesi, quindi, rispetto al criterio della semplicità, fondata sulla lettura superficiale, conflittuale, neutra e a-valoriale della realtà, emerge una sollecitazione a saper cogliere la molteplicità e il pluralismo, a rendere più intelligibile al grande pubblico la complessità, a riappropriarsi della capacità  di interpretazione, a reintrodurre nel processo comunicativo il valore della coscienza, a non rinunciare mai al servizio di una ricerca umile della verità, almeno tutta quella parziale che si può  raggiungere rispettando il più possibile la sua oggettività.

PROGRESSO E ETICA DEL LIMITE. Un richiamo etico diventa particolarmente rilevante rispetto al criterio del progresso : ricerca scientifica; cure mediche e vaccini; biotecnologie; ogm e tecnoscienze;  tutto ciò che è legato all’ingegneria genetica,dagli interventi sull’embrione alla procreazione medicalmente assistita alla clonazione; le grandi questioni del fine-vita,come l’accanimento terapeutico, l’eutanasia, il testamento biologico, il trattamento dei malati terminali.
Non c’è dubbio che l’informazione risenta inevitabilmente di una vera e propria rivoluzione della nostra cultura scientifica, che sta assistendo al passaggio da un approccio gnoseologico (conoscenza dell’uomo e della natura) a un approccio ontologico (intervento creativo sull’uomo e sulla natura). Rispetto all’imprevedibilità delle applicazioni scientifiche, tale per cui, come dice H.Jonas, “nuove tecniche possono suggerire, produrre e persino imporre nuovi scopi cui nessuno prima aveva mai pensato e questo semplicemente grazie all’offerta della loro realizzabilità”, una parte dell’associazionismo si appella al principio di precauzione, chiede di ridefinire la concezione stessa di sviluppo alla luce di una sua dimensione integrale.
In particolare, nel notiziari temi che hanno direttamente a che fare con la vita, farsi carico di questo punto di vista, nell’ottica di un pluralismo effettivo, significa per l’informazione affrontare il criterio del progresso anche attraverso l’etica del limite, rendere conto anche  del principio di indisponibilità della vita, in un clima di confronto aperto, finalizzato al bene comune,al rispetto e alla dignità di tutte le persone, alla ricerca – non da ultimo – di un’etica pubblica condivisa.
Al criterio del progresso viene poi in soccorso il criterio dello human interest, ossia di tutto ciò che va nell’interesse dell’uomo. E’ la prospettiva di un nuovo umanesimo, di cui parla il filosofo francese Edgar Morin, alla rivista Tuttoscuola (giugno 2007), di fronte alle questioni aperte dalla società della conoscenza,che non può essere soggetta all’iperspecializzazione,perché questo non aiuta la comunicazione: “Occorre una nuova sintesi per riunire il sapere dispeso tra la cultura umanistica e quella scientifico-tecnologica, perché la letteratura e la poesia, ad esempio, ci fanno vedere la bellezza dell’arte, ma anche la soggettività umana, la passione, il contesto, la vita, la storia, l’amore. Tutto questo non si può vedere con la scienza”.  

La relazione come fondamento etico della comunicazione
In conclusione, va evidenziato il cuore della visione che abbiamo cercato qui di  delineare. Ha scritto Paul Watzlawick che la comunicazione fa parte di un “processo sociale permanente” o di un “modello orchestrale, dove le persone non solo isolate emittenti di un messaggio o destinatari di esso ma protagonisti (potenziali) di un continuo processo comunicativo che proprio per la sua natura orchestrale cambia e si evolve sull’imprevedibilità degli uomini e delle donne presenti e delle situazioni che si vengono a creare”.
La comunicazione, di cui la tv è un mezzo, non può essere disgiunta dalla comunità di persone a cui si riferisce. L’uno è indissolubilmente legata all’altra, l’una influenza l’altra e viceversa. Se dunque di cambiamento della tv si vuole parlare, non si può prescindere dal cambiamento di tutto ciò che si muove intorno alla tv e che costituisce la nostra cultura.
La ricerca di un paradigma nuovo, adeguato alle trasformazioni epocali dell’era post-globale, è comune alla politica,  all’economia, all’arte, alla scienza e anche alla comunicazione, quali espressioni di una civiltà che vuole ritrovare identità e futuro. In questo macroprocesso, davanti all’incompiutezza dei principi della libertà e dell’eguaglianza, va emergendo il paradigma della fraternità universale, declinato in interdipendenza, dialogo, relazione. Lo si invoca come principio ricostruttivo per la crescita di una democrazia sostanziale e partecipativa del bene comune, per fondare una nuova governance mondiale, per lo sviluppo sostenibile e integrale, per globalizzare la solidarietà, per un modello di impresa socialmente responsabile, per ritessere il rapporto tra i generi e le generazioni, per la tenuta e l’unità della famiglia, per la coesione sociale, per l’integrazione dei popoli migranti, per il dialogo tra le religioni e la pace,per una nuova laicità inclusiva, e finalmente se ne comincia ad avvertire la significatività per una riflessione sui mezzi di comunicazione.
Su questo punto le associazioni esprimono uno specifico culturale, con la loro soggettività sociale che vede nel valore della relazione solidale tra le persone il fondamento della loro stessa esistenza. Cultura del mutuo-aiuto e solidarietà, gratuità e dono, centralità della persona e cura dell’altro, servizio e responsabilità civica: sono il segno forte di una nuova “impronta civica”, capace di guardare al bene comune prima che all’interesse personale. E così si guarda alla “relazione” come ad un forte riferimento per la descrizione, la comprensione e la rigenerazione delle dinamiche sociali, tra cui proprio la comunicazione. Né si può comprendere interamente la proposta sulla tv (visione, metodo e strumenti operativi) che viene dalle associazioni, senza coglierne prima questa concezione più complessiva dello “stare al mondo” e del comunicare, che ha molto a che fare con l’etica sociale e che oggi può trovare nella cultura importanti spazi di condivisibilità.
Emmanuel Lévinas ha scritto che “comunicare è rendere il mondo comune”. Tale affermazione parte da una riflessione che fonda la comunicazione su un “tu”, su un “altro”, sul riconoscimento di un altro da me. Tale riconoscimento è di per sé limitazione dell’io, confine dello spazio individuale, è uno sguardo fuori di sé, è atto tra-scendente, antidoto all’iperindividualismo e all’ipersoggettivismo, all’autorefernzialità e all’autocentramento. Emilio Rossi sostiene che “comunicare presuppone già un sia pur embrionale riconoscimento intersoggettivo, comporta un patto minimale se non altro al non inganno, racchiude un germoglio di gratuità, di generoso traboccamento in vista di condivisione”.
Ogni volta che l’identità si apre all’altro in un dialogo, espone se stessa all’imprevedibilità dell’incontro e alla novità, ossia all’innovazione, al cambiamento che l’altro porta con sé. “L’altro mi altera” dice Umberto Galimberti. Questo riconoscimento dell’altro è anche disvelamento di se stessi e rivelazione reciproca di un orizzonte nuovo, di una sintesi più alta: la “relazione all’altro” è l’amore, quel luogo dove “i due smettono di interpretare ruoli, di compiere azioni orientate ad uno scopo e, nella ricerca della propria autenticità, diventano qualcosa di diverso rispetto a  ciò che erano prima della relazione, svelano l’uno all’altro diverse realtà, si creano vicendevolmente ex novo”. In questo senso, ogni atto di comunicazione – in quanto relazione all’altro –è anch’esso rischio, “moto di eccedenza”, di “ulteriorità”, capacità di superare “la sua insufficienza intransitiva”, “nella speranza di accedere a quel vertice morale che è la comunicazione vera, aldilà di quella finta comunicazione a cui ci obbliga la nostra cultura della funzionalità e dell’efficienza”. In questa partita sempre aperta tra l’io e l’altro, sta oggi molta parte del segreto di una comunicazione più adeguata al tempo presente.
L’uomo della post-globalizzazione, come sottolinea Marco Revelli, citando padre Ernesto Balducci, “sa di dover ridefinire un rapporto con l’Altro radicalmente nuovo rispetto a quello praticato finora”. E tale cambiamento consiste anzitutto in una rifondazione antropologica della “consapevolezza dell’internalità dell’altro. Del suo essere interlocutore interno del Sé: parte di Noi”. E sull’altro “dentro di noi” scrive la sociologa brasiliana Vera Araujo: “Dal profondo della persona fiorisce la socialità, come essenza ed esigenza, come prassi del vivere insieme con gli altri esseri umani in una rete di rapporti reciproci. La socialità e il sociale non è dunque fuori di noi, ma in noi, ed emerge per incontrare l’altro, pure lui dotato di socialità. Dire persona, dunque, significa dire essere-con-gli-altri, vuol dire in definitiva essere in relazione…E’ dunque il rapporto che fa dell’individuo isolato una persona, che lo libera dalla propria scatola chiusa verso un orizzonte aperto e pieno di senso, che spezza l’individualità chiusa e la conduce fuori dall’io”.
Dunque, anche la comunicazione dei media, nel momento in cui acquisisce la consapevolezza del suo fondamento di relazione, di rapporto tra le persone, si deve porre il problema di una ridefinizione, specie se, come scrive ancora Revelli, “alla radice potremmo dire è una questione di sguardi. Si tratta di incominciare a guardare l’Altro (cioè, a vederlo, percepirlo nella sua esistenza e identità, accorgersi che esiste)”.
Tutto ciò ha molto a che fare con la comunicazione, e con la tv in modo specifico, tanto più che il rapporto con l’altro, con le persone, con chi rappresenta le istituzioni, con i lavoratori immigrati, con gli Stati, con i popoli del Sud del mondo, parte proprio dal modo in cui riusciamo a guardare , anche grazie alla tv, l’altro.
E il primo passo da fare è proprio il superamento dello sguardo panoptico, come unico grande occhio meccanico  che impone un solo punto di vista, il proprio, e adottare uno sguardo capace di vedere e riconoscere l’altro per quello che è, per la notizia – novità rispetto a me, a quello che io so e a quello che io sono – che ciascuno porta in sé. Questa capacità di spogliarsi delle pre-comprensioni culturali e degli steccati ideologici, di abbandonare la lente del media logic e gli stereotipi della standardizzazione è la grande sfida di una tv che sappia davvero comunicare, recuperando sempre lo stupore. Tanto vale certamente per la nostra capacità di cogliere le culture degli altri popoli, come anche del Paese reale, delle persone coinvolte nei fatti di cronaca e di società o nel dibattito politico.
La tv potrà superare i limiti della sua natura unidirezionale, se ciò che va in onda – aldilà delle soluzioni tecnologiche di interconnessione con il pubblico - sarà il risultato di uno sguardo che suscita un rapporto, che provoca reciprocità. Questo modi di guardare – continua Revelli – “educa al valore del legame…allude al superamento non tanto del conflitto, quanto delle ragioni del conflitto…attraverso una messa in discussione – reciproca –di ciò che nel proprio comportamento spezza o minaccia il patto fraterno di condivisione”. Anche per la comunicazione, come Gustavo Zagrebelsky ha detto per la giustizia , oggi la missione è “il nodo da riallacciare”, la ricostruzione di legami, la ricomposizione delle fratture.
La relazione, infatti, supera la frammentazione e il suo non senso. Perché a quell’anticorpo che può ridare un significato profondo al mondo che guardiamo intorno a noi, anche attraverso la tv. Jean-Luc Nancy avverte: “Mondo vuol dire almeno essere-a, vuol dire rapporto, relazione, indirizzo, invio, donazione,presentazione-a…gli uni agli altri”. Viceversa, senza questo rapporto con l’altro, la stessa condizione umana si impoverisce di senso fino a privare la comunicazione delle parole stesse.
La relazione può diventare anche per la tv una strada per superare quello che viene definito il “paradosso tecnologico”, per cui proprio nel momento di massima esplicitazione delle potenzialità di comunicazione, essa si riduce, come denuncia Hans Magnus Enzensberger, “a medium zero”, ossia a un mezzo di comunicazione che non comunica, perché le sue parole sono insignificanti, irrilevanti.  La tv può essere invece una modalità di ricercare il senso, se riesce a esprimere questo mettersi in relazione, anche a costo di un apparente “depotenziamento” a favore di un modello televisivo più mite e meno invasivo. A tale scopo, parafrasando ciò che la Arendt riferisce alla politica, anche la comunicazione dovrebbe abbandonare il paradigma del “dominio”, della “conquista”, dell’”invasione”, e perfezionare piuttosto l’arte dell’interconnessione; perché anch’essa “nasce nell’infra e si afferma come relazione”. Anch’essa, proprio nel momento attuale in cui rischia di essere “annientata nei suoi fondamenti di senso dall’assolutizzazione dei suoi mezzi tecnici, dei suoi strumenti di potenza”, deve recuperare la sua “dimensione dell’essere in mezzo, non sopra e nemmeno accanto, o peggio altrove, in una sfera separata (con altre regole, altre morali, altre tecniche)”. Ripartire dalla relazione tra le persone appare, dunque, come la leva più innovativa per contrastare gli aspetti aberranti del “media logic”.
Questa accezione della relazione appare, inoltre, la strada per escludere in modo definitivo l’utilizzo della tecnica televisiva come strumento di reciproca sorveglianza gli uni sugli altri, a danno della libertà individuale. L’incubo ipertecnologico della società sorvegliata, già evocata da Orwell nel suo “grande fratello”, può essere sconfitto solo da una tv che costruisca legami sociali tra gli uni e gli altri, a vantaggio delle persone.  In questo senso la relazione può riattribuire alla tv la possibilità di compiere la sua missione sociale , a servizio di una più forte coesione del tessuto civile. La relazione, infatti, garantisce quell’etica comunicativa basata sull’”autodischiudersi volontario nell’ambito di relazioni di fiducia”, di cui parla David Lyon, “considerando la comunicazione secondo le aspettative generate nei rapporti “vis-à-vis” tra individui concreti, si delineerebbe la possibilità che fosse il sociale a forgiare la tecnica, e non viceversa”. Dunque,la relazione può incidere sul mezzo, e non viceversa, grazie alla cura per l’Altro. “In una società di estranei – continua Lyon – la cura per l’Altro richiede di essere radicalmente rienfatizzata… Rappresenta una richiesta primaria di umanità” e implica in primo luogo il “tentare di dare uno spazio all’altro, accogliendolo”. Si capisce allora come nel paradigma della relazione stia la radice più profonda di un pluralismo non solo formale.
Ciò vale, ad esempio, per il rapporto tra le culture e le religioni. La nostra capacità di “notiziari” gli altri popoli, la multietnicità,la multiculturalità,il dialogo interreligioso,la cultura della convivenza, sarà direttamente proporzionale alla coscienza della nostra identità e alla disponibilità ad aprirsi a quelle degli altri, senza applicare le nostre categorie a ciò che si muove seguendo categorie proprie; senza chiuderci nei nostri pre-giudizi; ma affrontando con serenità la problematicità dell”imparare a vivere insieme”, consapevoli che identità e differenze sono concepibili sempre e solo in relazione. In questo modo la tv può essere effettivamente determinante per l’educazione alla convivenza, per evitare gli scenari apocalittici della “guerra dei due mondi” e della “Babele armata”.
Eduard Glissant,direttore del Corriere dell’Unesco, ha affermato : “Le umanità di oggi abbandonano, seppure con difficoltà, la convinzione molto radicata  che l’identità di un essere è valida e riconoscibile  solo se esclude l’identità di ogni altro essere”. Roberto Esposito ricorre alla nozione di nascita del corpo umano, quale metafora del corpo politico, laddove il sistema immunitario di una società e la sua tutela di sicurezza non starebbe nella chiusura e nella esclusione del diverso, quanto piuttosto ancora una volta in un reciproco riconoscimento delle differenze, in quanto essa consente di mettere in discussione anzi di revocare in causa ogni idea escludente, o puramente autoconservativa del sistema immunitario. Che esso non soltanto tolleri, all’interno del corpo materno, la formazione di un’altra identità, connotata da un altro sistema immunitario diverso dal primo; ma che la preservi dalla minaccia di aborto in maniera direttamente proporzionale  alla sua diversità genetica – quanto più porta dentro elementi di derivazione paterna – sta a significare che la funzione di immunità biologica, più che come barriera o addirittura arma contro ciò che è estraneo, può essere interpretata come un filtro o una cassa di risonanza attraverso cui entriamo in contatto con esso. E’ evidente il carattere di metafora che questo particolarissimo episodio del corpo umano costituisce nei confronti di un possibile modo di essere del corpo politico, di un nuovo ordine politico mondiale fondato sulla differenza degli elementi che lo formano”.
E, per questa strada, attraverso la consapevolezza di dover tener conto della molteplicità degli altri, siano essi di altre culture, di altre religioni, o non credenti, si arriva anche al nodo della nuova laicità, intesa come laicità inclusiva. Il rischio della nostra tv può essere talora quello di assecondare una deriva relativistica e nichilistica, che è contraria a qualsiasi fede religiosa. Anche nell’informazione si può scivolare facilmente nella contraddizione denunciata da Giuliano Amato: “Dagli assoluti della religione si passa agli assoluti di una sconfinata libertà…Il vizio che viene imputato ai relativisti non è francamente di essere relativisti, ma di essere troppo spesso assolutisti”. E ancora: “Tutti dobbiamo essere laici, tutti per esserlo dobbiamo misurarci con i valori degli altri, religiosi e non religiosi. Tutti dobbiamo sapere che alla fine non c’è una correttezza politica e morale senza scelte e senza priorità, ma ci può e ci deve essere la condivisione più larga possibile di quegli assoluti che partiti da radici religiose ed elaborati poi dal pensiero razionalista post-rinascimentale sono divenuti fondanti delle democrazie del nostro tempo”.
Su questi temi così interviene monsignor Vincenzo Paglia: “E’ necessario evitare due estremi: da una parte il relativismo di chi sostiene che non c’è alcuna verità assoluta perché tutto è opinione, e dall’altra il fondamentalismo di chi pretende di possedere totalmente ed esclusivamente la verità…Ambedue sono malati di orgoglio e di una visione manichea della realtà. Ciò che deve essere recuperato è la povertà e la debolezza della condizione umana…L’umiltà è la virtù che ci allontana da ogni intolleranza, sia quella integralista che quella relativista…Questo però non vuol dire che tutto è uguale, e tanto meno significa ridurre o mettere tra parentesi la verità della propria fede”. Il filosofo Jurgen Habermas osserva che la forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche ma deve caratterizzarsi come un processo di argomentazione sensibile alla verità. Nell’ormai famoso dialogo con  il cardinale Joseph Ratzinger,  Habermas, quest’ultimo sostiene che “in una società post-secolare anche i credenti hanno diritto di esprimere la propria verità…Una cultura politica liberale può persino aspettarsi che i cittadini secolarizzati partecipino agli sforzi per tradurre rilevanti contributidel linguaggio religioso in un linguaggio pubblicamente accessibile”. Ratzinger rispondeva con la formula della “correlatività” e del reciproco “riconoscimento”: “E’ importante coinvolgere nel tentativo di una correlazione polifonica, in cui aprano se stesse alla complementarità essenziale ragione e fede, cosicché possa crescere un processo di purificazione universale, in cui in ultima istanza i valori e le norme essenziali in qualche modo conosciuti o presagiti da tutti gli uomini possano conseguire nuova forza di illuminazione, cosicché possa ritornare ad avere forza operante quanto tiene unito il mondo”.
Alla tv, allora, come a tutti gli altri mezzi di comunicazione, il compito di ospitare e far dialogare tutte le voci, di garantire cittadinanza a tutti i punti di vista, di favorire non la polemica sterile ma il dialogo costruttivo.
Una nuova laicità – afferma il patriarca di Venezia, monsignor Angelo Scola – non può non passare “dal confronto a 360 gradi tra tutte le forze in campo” per un “confronto permanente” e “la costruzione rapida e pacifica di un terreno comune…Se per dire io devo dire l’altro…è necessario ripensare il potere come riconoscimento e la società civile come lo spazio dialogico in cui questo riconoscimento reciproco tra persone e comunità si esercita regolato dalle istituzioni…Ora si deve costruire la nuova laicità, cioè nuove forme di relazione e di riconoscimento tra persone e comunità intermedie”. Le democrazie, in tal senso, sono i “luoghi di virtù” dove avviene il dialogo tra credenti e non credenti, tra una ragione etica che si apre alle domande poste dalla coscienza religiosa e una fede continuamente impegnata per la propria ragionevolezza, che può rappresentare una risorsa per la ricerca della verità, del bene, di Dio.
Viceversa, rinnegare questa componente storica della nostra cultura ed eliminare la questione della trascendenza e la dimensione del mistero dall’orizzonte umano, viene giudicato da più parti come una perdita. “A me sembra – scrive Massimo Cacciari – che non si può pensare come se Dio non ci fosse. Non esiste pensiero che possa fermarsi prima dell’Ultimo”.
Michel Foucault rilevava che la morte di Dio denunciava anche la morte dell’uomo. Se Bernard-Henry Lévy definiva il comunismo e il nazismo quali “inevitabili conseguenze della morte di Dio”, oggi tale minaccia – come evidenzia Giovanni Reale, citando il libro “L’epoca delle passioni tristi” di Benasayag e Schmit – “si manifesta soprattutto in un generale malesseri spirituali che non ha precedenti nella storia dell’uomo”; e provoca un malessere diffuso tra i giovani ai quali non si riesce ad offrire un rimedio, essendo quelle crisi individuali all’interno di una profonda crisi sociale generale.
Ancora una volta la tv può svolgere un ruolo fondamentale in questa nuova era della post-secolarizzazione:da una parte le questioni della bioetica e della biopolitica, dall’altra quelle del lavoro e dell’economia, nel contesto generale delle identità culturali e religiose della globalizzazione, ci costringono a far interagire di più e meglio fede e ragione, etica e politica, etica e scienza, sfera pubblica e sfera privata. Diventa urgente allora, a partire dalla comunicazione, la ricerca di una laicità inclusiva, dove nessuna cultura, nessuna religione, nessun pensiero si senta escluso, ma entri nel dialogo profondo con gli altri, senza che questo significhi ridurre o mettere tra parentesi la verità della propria fede. In questo senso la tv può essere una porta sempre aperta a tutte le voci della società e dare un contributo forte perché l’apertura critica tra identità chiare e diverse possa condurre alla condivisione di un’etica dello sviluppo umano integrale, fatto di relazioni di reciprocità e di bene, per la crescita di un nuovo umanesimo del “noi”.

Piero Damosso, giornalista tg1
Francesca Giordano, docente di sociologia e organizzazione aziendale
Roma, 21 gennaio 2008    


[1] E. Menduni, Fine delle trasmissioni. Da Pippo Baudo a YouTube, Il Mulino, Bologna, 2007,pag.8,
[2] E. Menduni, op.cit., pag.70
[3]  P. Damosso (a cura di) “Speciale TV. La missione sociale della televisione”,  Carocci 2005
[4] A. Papuzzi,  ”Professione giornalista.Tecniche e regole di un mestiere” Donzelli , 1998
[5] Giorgio Rumi su Parabole MediaTiche, “Civitas,tempo e memoria” (AA.VV.).
[6] Fabrizio Tonello,  Il giornalismo americano,  Carocci, Roma, 2005




 
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