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Troll. I cattivi della Rete
Sono loro, spesso, a nascondersi dietro gli autori di gruppi choc creati su Facebook, come quello intitolato «Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down», che ha provocato ondate di sdegno e decine di articoli indignati su tutti i giornali. Di Gigio Rancilio dal sito di Avvenire del 11/4/10.
Iveri nemici di internet sono i troll. Che non sono soltanto quei mostriciattoli nordici che albergano in certe favole fantasy ( bassi, grassocci e coi capelli ispidi).
Ma anche – e soprattutto – delle pericolose ’ creature’ che popolano la rete telematica, usando la pesca a strascico ( trolling ) per far abboccare quante più persone possibili ai loro ami avvelenati. L’obiettivo dei troll è infatti « provocare, causare il collasso di una community o semplicemente mettere a dura prova il buonsenso comune ». Un fenomeno che, secondo gli esperti, è nato alla fine degli anni ‘ 80 sui forum di discussione. Se allora, però, i troll si ’ limitavano’ a far arrabbiare gli utenti di un certo gruppo di discussione mandando in tilt i loro discorsi con frasi e domande provocatorie, da qualche tempo sono diventati molto più pericolosi. Sono loro infatti ad avere creato scompiglio in certi gruppi di discussione dedicati a padre Pio, riempiendoli di insulti, bestemmie e frasi sconnesse. E sono sempre loro spesso a nascondersi dietro gli autori di gruppi choc creati su Facebook, come quello intitolato « Giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down » , che ha provocato ondate di sdegno e decine di articoli indignati su tutti i giornali. Attenzione però: ogni volta che un utente si indigna per un gruppo choc su Facebook e ogni volta che un giornale o un politico ne chiede la chiusura, i troll gongolano perché significa che hanno centrato l’obiettivo. Che per loro è ( lo ricordiamo) « creare scompiglio, provocare, mettere a dura prova il senso comune » . « Senza la complicità dei media – ha scritto lo studioso Timothy Campbell – i troll avrebbero vita molto più dura. Senza contare coloro che usano il fenomeno del trolling a fini, diciamo così, benefici » . Un esempio? Se un gruppo di troll buoni ritiene che da qualche tempo la società civile sta sottovalutando il fenomeno mafioso, aprirà un gruppo su Facebook inneggiante ( magari) a Toto Riina, così da provocare la reazione indignata della società ( utenti, giornalisti, politici). In questo modo, grazie ad una provocazione « inaccettabile » ( l’inneggiare a Totò Riina) i troll ci spingono a rimettere al centro del dibattito pubblico il tema della mafia e dell’antimafia. Una tecnica ’ all’incontrario’ ( uso il male per fare del bene) che rende le cose ancora più complicate. E la verità su internet è ancora più difficile da individuare. Alla lunga, infatti, i troll rischiano di doversi spingere su terreni sempre più provocatori e quindi al limite della legalità e del buonsenso, ma soprattutto col loro agire rischiano di confondere sempre di più le idee del pubblico ( e dei media) che non saranno più in grado di discernere il bene dal male; le campagne buone da quelle semplicemente demenziali se non addirittura criminali. Torniamo per un attimo a Campbell e alla sua frase: « Senza la complicità dei media i troll avrebbero vita molto più dura » . E qui si apre un altro capitolo. I media – bisogna ammetterlo – da sempre vivono internet e tutte le nuove tecnologie ’ a ondate’. Nella fase Second life , qualunque scemenza approdasse in quel sito otteneva il suo bell’articolo. Da un po’ di tempo c’è la Facebook- mania . Col paradosso che magari se 40 persone scrivono a un giornale per lamentarsi di un problema, non vengono prese in considerazione; ma se aprono un gruppo su Facebook per denunciare lo stesso problema, agenzie di stampa e quotidiani si occupano di loro e della loro protesta. Così, confondendo in un sol colpo mezzo e contenuto, si finisce spesso per parlare sui giornali dei fenomeni web più superficiali, chiudendo gli occhi su realtà ben più preoccupanti. Saremo ancor più brutali: a furia di abboccare ai troll stiamo perdendo di vista i veri problemi di internet.
Discutiamo e ci indigniamo, ma ’ a comando’. Forse l’unico modo che ci resta per liberarci dai troll ( oltre alla tecnologia e al lavoro dei gestori dei siti, dei provider e della polizia postale) è ripartire dal buon senso. Da quel buon senso che – scusate la banalità dell’esempio – non ci fa correre dal gestore di un autogrill se troviamo nei bagni di un area di servizio una scritta ingiuriosa contro questo o quell’altro, ma ci spinge a scuotere la testa sconsolati davanti a una tale prova di imbecillità. Eppure se quella scritta appare su un sito web o in un gruppo di Facebook, ecco che come tanti cuccioli pavloviani scattiamo in piedi inorriditi e ci indigniamo, chiedendo a gran voce di censurare la rete. E così facendo finiamo inevitabilmente per amplificare il gesto demente di un troll, facendolo gongolare come se avesse fatto 13 al totocalcio ( visto che più si parla di lui e più il troll è contento). Certo, la vicenda è tutt’altro che semplice. E meriterebbe indagini approfondite, caso per caso. Ma forse è venuto il momento, di fronte a certi fenomeni, di usare meno l’emotività. Ricordate?
« Senza la complicità dei media i troll avrebbero vita molto più dura ».
 
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