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«Libertà di essere se stessi»?
Per i giovani di oggi significa diventare una star tivù. Di Alfonso Berardinelli dal sito di Avvenire del 5/9/09
Non c’è verità generale e astratta che sia priva di controindicazioni, se si su­pera il limite. È come per i farmaci: quello che fa bene rispettando certe dosi, può anche avvelenare. Per ogni verità, quello che conta è vedere che cosa diventano gli esseri umani che la fanno propria. Nel cristianesi­mo c’è uno straordinario antidoto al fanati­smo delle verità astratte: è la divinità che si in­carna in un essere umano. Non la divinizza­zione dell’umano, ma l’umanizzazione del di­vino. Dico questo solo perché l’aver consi­gliato recentemente un bel libro di Pierre Ha­dot, Ricordati di vivere, con l’intenzione di valorizzare il presente rispetto al culto del futuro e del passato, può aver creato dei malintesi. Poche cose sono così distruttive co­me l’idea del «tutto subito». L’attuale prota­gonismo di massa genera soprattutto volga­rità. Ma sotto c’è qualcosa su cui riflettere: c’è il primato del desiderio sulla realtà, dell’io sul tu, sul noi, sul voi, sul loro, sulla natura. Uno storico della filosofia antica come Hadot ha solo voluto ricordare che la tradizione degli «e­sercizi spirituali» centrati sul presente, attra­versa l’epicureismo, lo stoicismo, arriva al cri­stianesimo e perfino a Goethe. Il guaio è che tale tradizione è stata sommersa dalla libertà individuale moderna, dal suo rifiuto di limiti e regole. Perfino l’attuale revival della meta­fisica dimentica che la conoscenza delle ’cau­se prime’ è possibile solo se si praticano (co­me fu in passato) certe discipline mentali.
  Oggi l’idolatria del presente non ha niente a che fare con filosofie e religioni, né con Buddha, né con Platone, né tantomeno con i Vangeli. Da una ricerca del Censis sull’Italia dei giovani risulta che la parola d’ordine «li­bertà di essere se stessi» esprime soprattutto il desiderio di diventare una star mediatica: apparire, apparire e ancora apparire. Ma que­sta più che libertà è alienazione. Il sé si vola­tizza nella riproduzione audiovisiva della pro­pria immagine. E l’io, così, diventa schiavo di chi lo guarda…


 
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