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Necessaria una tutela per i minori al cinema
Nessun divieto in Italia al film dell’orrore “Final Destination”, vietato ai minori negli altri Paesi. Di Miela Fagiolo D’Attilia
Ormai capita regolarmente: ogni due o tre mesi scoppia “il caso”di un film senza divieti, malgrado sia pieno di violenza, horror, sesso, modelli di comportamenti illegali e quant’altro. Solo allora qualcuno- finalmente!- si ricorda che esiste una commissione di revisione cinematografica che sottopone per legge (la 161/62) ogni opera filmica ad una visione preventiva ( presso la Direzione cinema del Ministero dei beni culturali) proprio per valutarne i contenuti e definire, con l’applicazione o meno di un divieto, se tali contenuti sono adatti o nocivi per i minori. Questa volta a scatenare -finalmente!- gli editorialisti, distratti da temi più importanti rispetto alla cosiddetta “emergenza educativa” che riguarda sempre più ragazzi italiani, è il caso del film “Final destination” che ad un supplemento di horror rispetto ai precedenti titoli della saga, unisce la fascinazione della visione tridimensionale. Il film è arrivato alle sale cinematografiche senza alcun divieto, mentre in Germania e Finlandia è stato vietato ai 18 anni, in Portogallo e Brasile ai 16, in Giappone ai minori di 15, in Francia ai 12, in Germania ai 18 e a Singapore addirittura ai 21 anni.
E in Italia? Possibile che nessuno si faccia sentire? Le associazioni di genitori- AGe, Agesc e CGD- presenti in quota minoritaria nelle otto sezioni della commissione di revisione cinematografica, hanno espresso apertis verbis la fatica di un lavoro oscuro e spesso frustrante nei risultati, ma anche la speranza di un reale cambiamento di una legge legge vecchia di 40 anni, ormai obsoleta sia rispetto alla tutela dei minori che nei confronti della rivoluzione tecnologica. Il fatto è che in 40 anni di ddl, presentati per finire sul binario morto lungo l’iter parlamentare, la macchina del business cinematografico non ha, di fatto, nessun interesse al cambiamento. Potenti lobby straniere e italiane hanno interesse a lasciare che nessuno vada oltre l’obbligatoria e consolatoria lamentazio di rito, senza nessuna reale attenzione alla tutela dei minori nei media e nel cinema in particolare. Così il più vecchio “media” ha trovato nuovi alleati nei new media, che permettono di vedere praticamente di tutto attraverso tv generalista e “on demand”, internet, ecc.
Dicevamo che la vecchia legge non tiene conto di come sono cambiate le nuove generazioni: i divieti ai 14 e ai 18 anni oggi non corrispondono ai linguaggi delle nuove generazioni, in cui si registrano evoluzioni accelerate anche dall’uso dei media (non dimentichiamo che secondo Nicolas Negroponte un anno solare corrisponde a quattro anni internettiani). In attesa che il Governo rilanci un riassetto legislativo della regolamentazione, le associazioni di genitori chiedono che anche in Italia venga introdotta la pratica del “parental guidance”, ovvero dell’indicazione alle famiglie e agli educatori di non lasciare il ragazzo solo di fronte ad immagini che potrebbero turbarlo. Un modo per responsabilizzare i produttori e riconoscere alle famiglie il ruolo educativo che le viene affidato dall’articolo 30 della Costituzione italiana. In un comunicato congiunto -redatto in occasione di un recente incontro con Nicola Borrelli, capo della Direzione cinema del Ministero beni culturali- le tre associazioni chiedono a gran voce strumenti più efficaci «per aiutare tutti i genitori a vigilare e scegliere». Sempre più spesso, continua il comunicato «in Italia si verificano casi di film che in tutto il mondo vengono vietati ai 14 o ai 18 anni e da noi trovano il via libera senza limiti d’età». Come se un dodicenne italiano fosse tanto diverso da un suo coetaneo inglese, francese o americano.
Ma chi informa le famiglie, se nessun manifesto, nessun elenco di titoli di film nella pagina spettacoli riporta MAI il divieto assegnato dalla commissione di revisione cinematografica?
La logica del consumo e del profitto economico impone un obbligo generalizzato a tutti di pagare il biglietto, il canone televisivo, l’abbonamento al canale tematico, l’accesso alla rete. Insomma un ticket che da utenti di servizi ci trasforma tutti- bambini compresi- in consumatori di merci. Ma la “fabbrica dei sogni” come un tempo veniva chiamato il cinema, non può e non deve diventare “l’immaginario del terrore”. Per questo è importante e urgente adeguare la vecchia normativa italiana alle direttive europee e a quelle internazionali che vigono da anni nel “villaggio globale” da cui l’Italia non può restare esclusa, non solo per quanto riguarda il cinema ma anche per la tutela dei minori in rete, per i giochi on line, per i videogames e per tutto ciò che invece di offrire un contributo positivo alla crescita può rappresentare un pericolo per i ragazzi e per le famiglie.

 
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