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| Media digitali e nuovi profili antropologici |
I media ci riguardano da vicino, perché, nella esperienza di vita quotidiana, si caratterizzano per essere realtà che coinvolgono ciascun individuo nella percezione di esserne parte integrante e non soltanto “fruitore”. il presente saggio, pubblicato sul n. 19 di Giugno 2010 della rivista dell’Aiart La Parabola, è stato scritto da prof. Massimiliano Padula, ricercatore presso la Pontificia Università Lateranense.
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Massimiliano Padula - Media digitali e nuovi profili antropologici |
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MEDIA DIGITALI E NUOVI PROFILI ANTROPOLOGICI
di Massimiliano Padula*
Se i vecchi erano individui isolati, i nuovi sono più connessi socialmente.
Se il lavoro dei vecchi consumatori era silenzioso e invisibile,
quello dei nuovi è rumoroso e pubblico
Henry Jenkins
1. Premessa di orizzonte
Conoscere i media, comprenderne i meccanismi, definirli: un’impresa che dura da diversi decenni e che si può considerare sempre incompiuta. Essa è condivisa dallo studioso e dall’uomo comune: i media sono infatti una questione per tutti, non solo per filosofi e scienziati.
I media ci riguardano perché anzitutto, nella esperienza di vita quotidiana, sono presenze oggettive, che coinvolgono ciascun individuo nell’acuta percezione di esserne parte integrante e non soltanto utilizzatore.
Accanto alla dimensione esperienziale emergono, così, altre componenti dei media: quella sociale che accompagna ogni essere umano nella riconfigurazione dei suoi modelli di comportamento, nei suoi schemi relazionali, nel suo diverso approccio alla conoscenza, e quella biologica sperimentata a livello delle modificazioni dell’organismo e della percezione del reale; vi è poi una prospettiva storica sempre utile alla organizzazione temporale dei vari step che hanno caratterizzato i differenti media, le loro innovazioni e la conseguente ricerca scientifica.
Parlare di media attraverso i primi due sfondi è insieme necessario e arduo. La difficoltà di cogliere un discorso tout court sui media ha diverse ragioni.
La prima delle quali è che essi non sono anzitutto oggetti o elementi esterni all’uomo, essendo parte della sua stessa esperienza: in un certo senso i media sono la vita stessa, pertanto non sono slegabili e separabili da essa.
L’individuo vive inesorabilmente dentro i media, così come i media vivono in lui: non è pensabile arrestarne o sospenderne l’espansione, diminuirne la distanza. I contenuti, i codici ed i linguaggi da essi prodotti sono un «torrente al di là della nostra portata eppure in certo senso (crediamo), sotto il nostro controllo: questa esperienza è il cuore di uno stile di vita». (Gitlin, 2003: 12).
C’è poi la difficoltà che deriva dalla polisemia, dalla pluralità di usi e contenuti assegnati e prodotti dai media. Implicitamente, si è già fatto cenno a un’importante espressione di questa pluralità di cui ci si occuperà a più riprese: quella che riguarda la distinzione tra aspetti sociali – relazioni, socialità, ubiquità virtuale – ed effetti biologici che investono sensi e cervello, modificandone percezioni e comprensioni del reale.
Quest’ultimo processo che si riferisce, in particolare, ai media digitali, rappresenta uno dei filoni più recenti e proficui della storia del pensiero comunicativo poiché traccia i contorni di una disciplina, la biomediologia, che getta le basi per un cambio di prospettiva assoluto. Per la prima volta, infatti, la neuroscienza, una disciplina di matrice chimico-fisica, si accosta al discorso sui media, evidenziando come la tecnologia digitale modifica i circuiti neurali nel cervello umano ed innesca, nelle nuove generazioni, un processo evolutivo del tutto nuovo (e per molti versi ancora sconosciuto).
Scrivono Gary Small e Gigi Vorgan:
Oggi il ritmo vertiginoso dell’innovazione tecnologica, non rappresenta soltanto una sfida per chi, come noi, è nato, prima che ogni scrivania fosse occupata da un computer, ma realmente sta alterando i collegamenti neurali del cervello delle giovani generazioni, modificando e trasformando i tradizionali divari generazionali in qualcosa di nuovo: una voragine che io chiamo brain gap (Small-Vorgan, 2008: 24).
Il divario a cui il neuro scienziato americano Small e sua moglie Vorgan fanno riferimento è relativo ad una nuova configurazione di società che «appare divisa in due gruppi culturali: i digital natives che sono nati nel mondo della tecnologia digitale e i digital immigrants che sono stati proiettati in questo scenario, da adulti» (Small-Vorgan: 24).
2. Digital natives
Nel 1999 Roger Silverstone, scriveva che le «tecnologie emerse negli anni recenti […] fanno cose nuove. Offrono nuove possibilità» (Silverstone, 2002: 118). Non si trattava di postulare la nascita di un insieme di nuove forme mass mediali contrapposte ai tradizionali mezzi di comunicazione di massa. Piuttosto prendeva sempre più forma la consapevolezza che la digitalizzazione e l’informatizzazione stiano “foderando” il tessuto, gli attori ed i processi sociali, innescando una spinta al mutamento senza precedenti. Questo nuovo “involucro della contemporaneità” non è appannaggio esclusivo dei media digitali, delle tecnologie di nuova generazione ma investe il campo «dei media in generale: mezzi di comunicazione di massa, globali, regionali, nazionali, locali, personali; i mezzi di comunicazione tradizionali e quelli interattivi; quelli audio e quelli audio-visivi; la stampa; i media elettronici e quelli meccanici, quelli digitali e quelli analogici; il grande ed il piccolo schermo; i media mainstream e quelli alternativi; i media fissi e quelli mobili, i media ibridi e quelli stand-alone» (Silverstone, 2009: 7).
Questo carattere transfunzionale dei media contribuisce a delineare i contorni di un territorio tutto nuovo, deterritorializzato da un lato (Cfr. Latouche, 1995) ma ben strutturato dall’altro. È questo uno spazio sociale a tutti gli effetti, in cui gravitano identità, personalità, affetti, paure, percezioni del reale. Questo torrente dei media (Cfr. Gitlin, 2003) sgorga da sorgenti antiche. L’idea di accogliere le immagini degli altri, di fagocitare contenuti, di proiettare immagini di sé in contesti differenti, accompagna l’uomo da diversi decenni, da quando, cioè, egli entra in contatto con le meraviglie della tecnica, da quando può guardare uno schermo, digitare una tastiera. Sono questi i germogli di una nuova società, le monadi di un nuovo modo di essere vivi (Cfr. Martini, 1990; Padula, 2009). In questa nuova riconfigurazione del sociale in prospettiva mediale, sbocciano nuove individualità, identiche nell’aspetto a quelle precedenti, difformi per percezioni, approcci relazionali e comportamenti.
È la generazione che Mark Prensky etichetta come Digital natives, un agglomerato sociale, esposto fin dall’infanzia, ad una cultura visiva ed iconica (televisione, computer, videogiochi) che acutizza la sensibilità e tutti quanti i processi cognitivi che partono dall’immagine. Questa tecnogernazione è già istintivamente abituata a mettere in comune le esperienze, a confrontarsi in modo diretto, a darsi consigli e a dialogare simultaneamente. Attraverso la Rete, ad esempio, essi giocano, hanno una pagina su un social network, partecipano a forum mirati, sono bloggers, chattano e si guardano in webcam.
Un primo dato che emerge fortemente da questi primi accenni al mondo dei digital natives riguarda la loro identità. Un ambiente – compreso quello dei media - è sempre un luogo di elezione identitaria. Nascervi o adattarvisi è, quindi, un processo radicalmente diverso. Chi vi nasce, infatti, vive l’ambiente con naturalezza e sviluppa le capacità necessarie per addattarvisi.
Scrive Mark Prensky:
Oggi i nostri studenti non sono soltanto cambiati radicalmente da quelli del passato, né hanno semplicemente cambiato il loro gergo, i vestiti, gli ornamenti del corpo o gli stili di vita, come è accaduto in precedenza tra le generazioni. Un grande processo di discontinuità ha avuto luogo. Un processo che potremmo definire “singolarità” che trasforma radicalmente le cose in modo tale che diventa impossibile guardare al passato Questa cosiddetta “singolarità” è l’arrivo e la rapida diffusione della tecnologia digitale nel corso degli ultimi decenni del ventesimo secolo (Prensky, 2001: 1).
Ma già con le tecnologie di vecchia generazione (old media) questo processo di rimodellamento in chiave mediale era già iniziato.
Scrive Derrick de Kerckhove:
La televisione fornisce una sorta di realtà “mentale” fuori dal corpo e dalla mente. Mentre si guarda la televisione, se i propri pensieri non vagano altrove e se non si tiene in mano il telecomando, le immagini dello schermo sostituiscono le proprie. Si entra a far parte dell’immaginario collettivo e del pensiero anche esso collettivo che mette questo immaginario a disposizione. […] Quando guardiamo la televisione dobbiamo naturalmente trarre dalle immagini un qualche senso, sia pur minimo, sebbene non ci sia molto spazio per altre attività mentali. Il nostro compito consiste nell’interpretare la sequenza di immagini e di suoni come facciamo nella vita quotidiana: dobbiamo dare un senso a quanto avviene secondo per secondo (De Keckhove, 1996: 207).
La televisione, così come la radio (e gli altri media tradizionali come il cinema e la stampa) in precedenza, coltivano il terreno fertile dell’ambiente mediale, sono l’humus che ha fermentato l’habitat dei nativi digitali. Questi ultimi non hanno bisogno di riconfigurare i loro rapporti, le chiavi di interpretazione mediante cui decodificano il mondo. Questo processo, essenziale per il loro predecessori è, per nativi, del tutto naturale.
Scrive Todd Gitlin:
Per un bambino che cresce immerso nella cultura delle immagini, questa gli sembra la cosa più naturale del mondo. Gli sembra essere la natura. Aspettarsi che immagini e suoni compaiano a comando (o anche senza che siano richiesti o voluti) sembra normale quanto aspettarsi il sorgere del sole (Gitlin, 2003: 15).
Differente è la riflessione su coloro che in questa cultura cybersociale (Cfr. Casalegno, 2007) ci si sono ritrovati. Lo stesso Prensky conia per essi l’espressione digital immigrants, sottolineando soprattutto la distanza che li separa dai nativi.
Scrive Prensky:
L’importanza della distinzione è questa: i migranti digitali – come tutti gli immigrati (c’è qualcuno che lo fa meglio) –, imparano ad adattarsi all’ambiente in cui vivono; essi mantengono sempre, in qualche misura, il loro “accento” (linguaggio), ossia conservano parte della loro identità originaria. […] Oggi i non giovanissimi sono protagonisti di un processo di socializzazione differente da quello che sta investendo i loro figli; stanno imparando una nuova lingua. E un linguaggio appreso più tardi nella vita – ce lo dice la scienza – investe una parte differente del cervello (Prensky, 2000: 2).
La dicotomia migranti/nativi, può, alla luce dello scenario contemporaneo di immersione tout court nei media, appare traviante. Da una riflessione in superficie emerge una sorta di contrapposizione identitaria tra i due digital inhabitants come se fossero entità distinte, parlanti lingue differenti e caratterizzate da un gap che appare incolmabile. A causa di questa frizione che non illumina le caratteristiche comuni ma tende a manifestare le diversità, si preferisce prendere in prestito l’espressione “Gutemberg native” che Paolo Ferri usa «per identificare tutti quei soggetti che sono nati, cresciuti e si sono formati – almeno per la prima parte della loro vita – all’interno dell’universo sociale ed economico della Galassia Gutemberg» (Ferri, 2008: 57).
Nella sua Galassia Gutenberg McLuhan analizza, infatti, con dovizia di particolari, quali furono gli effetti sociali e culturali dell’invenzione della stampa.
Scrive Ferri:
Si tratta di una società e di un’economia caratterizzate dalla diffusione della produzione industriale di massa, dai mezzi di comunicazione di massa (in primis la televisione, ma anche la radio ed il cinema) e da una modalità di relazioni sociali e comunicative caratterizzata dalla passività della maggior parte del corpo sociale rispetto alle decisioni politiche e ai consumi materiali ed immateriali (Ferri, 2008: 58).
Il quadro fin qui descritto rimanda al passaggio rivoluzionario dalla cultura orale alla cultura alfabetica. Se nella cultura orale la parola è una forza viva, risonante, attiva e naturale, nella cultura alfabetica la parola diventa un significato mentale, legato al passato. La stampa, pertanto, aiutata poco dopo da radio e televisione, ha impiantato processi sociali nuovi. L’individualismo, la meccanizzazione, l’omogeneizzazione, il consumo di massa sono soltanto alcune delle conseguenze della tecnomedialità e, come tali, hanno – insiste McLuhan – reso possibile l’era moderna (Cfr. McLuhan, 1967).
Accanto ai nativi e ai migranti/Gutemberg digitali, esiste un gruppo di individui privi di qualsivoglia incontro con i tecnomedia. Essi rappresentano una nicchia di popolazione, certamente la più anziana, quella più povera (di tecnologie digitali) o quella, volutamente non integrata che patisce repulsione o rifiuta ogni possibile legame con i media.
Questa porziuncola sociale ha una sorte predestinata: l’ambiente mediale, così come si sta configurando, non prevede altri spazi. Essi sono destinati a cadere in una spirale di silenzio, in una sacca di emarginazione, un fenomeno che si proverà a definire, richiamando ancora una volta Prensky, “disintegrazione digitale”.
L’ambiente mediale, inizia, quindi, a germogliare già da qualche decennio. I genitori dei nativi digitali, hanno vissuto la fase temporanea e ignota della diaspora: se non vi sono già nati, stanno traghettando – anche a causa dell’esplosione di processi e prodotti tecnologici – a ritmi e velocità diverse nel nuovo ambiente e, come ogni stadio migratorio, hanno dovuto attivare meccanismi di adattamento, integrazione, assimilazione.
Già dall’avvento della stampa, aveva fertilizzato il terreno di questo nuovo ecosistema creando integrazione o, viceversa contrasto, repulsione. Proprio su questa antinomia tra “nativi” e “Gutemberg” digitali, si giocheranno le sorti prossime dell’ambiente mediale, la sua consistenza ed il suo affrancamento definitivo come nuova condizione sociale determinante.
Sostiene Silverstone:
Non si può procedere nell’indagine sui media senza considerare la tecnologia, che costituisce ormai la principale interfaccia con il mondo, il mezzo attraverso il quale ci confrontiamo con la realtà. Le tecnologie dei media, riguardando sia il loro lavoro hardware sia quello software, hanno diverse forme e dimensioni, le quali ora stanno rapidamente e sorprendentemente cambiando spingendo molti di noi nel nirvana della cosiddetta era dell’informazione, ma lasciando altri a boccheggiare come vagabondi su un marciapiede, a rovistare nella spazzatura di software ormai obsoleti e sistemi operativi in disuso, o semplicemente ad arrangiarsi con la vecchia telefonia e la trasmissione analogica terrestre (Silverstone, 2002: 118).
Il pensiero di Silverstone così come le riflessioni di celebri analisti (Cfr. Fidler, 2000) che lo hanno preceduto, non colgono però appieno l’essenza della tecnologia e l’impatto effettivo dei media sull’uomo e sul contesto sociale.
Se, come si è visto, la distanza tra vecchie e nuove generazioni non appare siderale ma si gioca sull’essenze stesse dei media, sulle loro differenze e fruizione, l’urgenza sembra delinearsi attraverso diversi paradigmi.
La questione, infatti, riguarda un fenomeno più insinuante, innervante, che non si limita soltanto ad influenzare costumi e consumi degli individui, a renderli fruitori passivi (come nel caso della Tv) o interattivi (è il caso dei media digitali) ma genera, in essi, nuovi comportamenti e nuove prospettive mentali.
3. I media dei neuroscienziati
La parola mente richiama la disciplina della neuroscienza.
Cosa siano i media per i neuroscienziati, cosa essi rappresentino per una prospettiva lontana anni luce dagli ingranaggi teorici delle scienze umane (sociologia tra tutte) risulta impresa ardua. È, infatti, complesso, inserirsi negli interstizi di una disciplina – la neuroscienza – che, malgrado sia contraddistinta da una matrice chimico-fisico, “contiene” comunque caratteri ibridi, spesso legati a ricerche e studi che avvengono su ambiti dai quali poi viene epistemologicamente distinto un nuovo campo del sapere. È il caso di alcuni recenti studi che hanno per protagonisti i nativi digitali ed il loro rapporto con il mondo.
Maryanne Wolf, neuroscienziata cognitivista americana nel suo studio Proust e il Calamaro. Storia e scienza del cervello che legge (Vita&Pensiero: 2009), focalizza l’attenzione sui processi di apprendimento legati alla lettura. «Non siamo nati per leggere», afferma nell’incipit del suo testo:
è passato solo qualche migliaio di anni dall’invenzione della lettura. L’invenzione ha portato con sé una parziale riorganizzazione del nostro cervello, che a sua volta ha allargato i confini del nostro modo di pensare mutando l’evoluzione intellettuale della nostra specie (Wolf, Vita&Pensiero: 9).
La Wolf chiarisce che non esiste un’area del cervello deputata alla lettura. Sono, invece, più parti del cervello umano, via via coinvolte, e questo perché la specie umana ha imparato a leggere usando con elasticità e creatività biologico - evolutiva le capacità che aveva a disposizione. Ne consegue, ad esempio, che i cervelli di chi legge l’alfabeto occidentale, quello giapponese o quello cinese, funzionano in modo differente.
Approcciarsi al testo scritto, leggere cioè un libro non è, quindi, un input naturale, non è un gesto istintivo. Un libro è un medium, è come tutti gli apparati tecnologici risulta connesso intimamente all’uomo. Ma, ─ sottolinea la Wolf ─ la fine dell’epoca dell’oralità e l’affacciarsi dell’epoca della scrittura hanno provocato uno stravolgimento antropologico senza precedenti (Cfr. Viganò, 2009).
Una metamorfosi che l’età dell’elettronica prima, e quella digitale adesso, continuano ad alimentare. Questa architettura complessa si estende anche ai processi mentali.
I cervelli delle nuove generazioni, infatti, interagiscono con un ambiente destrutturato, impregnato di input, saturo di conoscenze ed esperienze. Gli assets dello scenario sociale in cui essi gravitano concede loro più opportunità (di conoscenza, apprendimento, relazione) ma non tiene in considerazione i processi ricettivi dei loro cervelli.
Cita Kurwweil, Maryanne Wolf quando scrive che
disporremo di una raccolta dati e di strumenti computazionali necessari, entro il 2020, per riprodurre e simulare il cervello, il che permetterà di combinare i principi di elaborazione intelligenti dell’informazione. Trarremo anche beneficio dalla forza intrinseca delle macchine nel conservare, recuperare e condividere velocemente grandi quantità di informazioni. Saremo allora in grado di realizzare quei potenti sistemi ibridi su piattaforme computazionali che superano ampiamente le possibilità dell’architettura relativamente fissa del cervello umano....
Con l’avvento della cultura digitale e il suo privilegiare l’immagine rispetto alla scrittura, l’individuo si trova nel mezzo di una transizione di grande portata, dentro un cambiamento che sta riorganizzando il cervello delle nuove generazioni, i nativi digitali. I paradigmi stessi della lettura cambiano: essa «richiede nuove abilità cognitive che né Socrate [massimo difensore della tradizione orale] né i moderni educatori capiscono a fondo» (Wolf, 2009: 239).
Accanto alla lettura muta la scrittura e con essa tempi e spazi sociali. Di fronte a queste mutazioni Wolf si pone un interrogativo simile a quello che Socrate si porse a suo tempo, riguardo la gioventù ateniese. Socrate, alla luce della diffusione della lettura e della scrittura con la definitiva affermazione della cultura scritta, si chiedeva cosa ne sarebbe stato della conoscenza se le informazioni fossero state messe a disposizione dei giovani senza supervisione né criterio. Per Socrate, infatti, chiarisce Wolf:
la ricerca della vera conoscenza non era questione di informazioni; era la ricerca dell’essenza e dello scopo della vita; e una ricerca simile richiedeva dedizione, per tutta la vita, alla coltivazione delle più profonde capacità critiche ed analitiche; nonché l’interiorizzazione, al prezzo di un impegno gravoso, della conoscenza personale tramite un uso prodigioso della memoria. […] Socrate vedeva la conoscenza come una forza protesa al sommo bene; e aborriva tutto ciò che – come la scrittura e la lettura – rischiava di minacciarla (Wolf, 2009: 239).
Al tempo di Wikipedia, dell’open source, della conoscenza e dei contenuti condivisi e accessibili a chiunque, rimane lecito richiamare le preoccupazioni socratiche. La stessa Wolf si chiede, attraverso l’approccio neuro scientifico, cosa l’individuo perderebbe se sostituisse «le capacità perfezionate dalla lettura con quelle ora in formazione nella nuove generazione di “digitali nativi”, che siedono e leggono inchiodati davanti ad un monitor?» (Wolf, 2009: 240).
Fa eco a questo interrogativo un’altra questione: quella riguardante il cervello dei nativi. Il numero di strumenti a loro disposizione, stimolerà le loro capacità intellettive oppure determinerà una sorta di atrofizzazione neurale? Essi custodiranno e coltiveranno i processi analitici del testo, ne decodificheranno i rimandi più profondi, sapranno valutare il significato sottostante di un testo, rielaboreranno le informazioni attraverso un approccio critico e responsabile? Oppure saranno ancorati ad una dimensione meramente intuitiva che paralizza la spinta all’approfondimento, a quell’ “oltre” che la cultura scritta prima, e tipografica dopo, ci avevamo abituati?
La cultura iconica dello schermo televisivo e quella ipericonica del monitor del computer tendono a congelare il pensiero in un quello che si potrebbe definire un “freezer della mente”. Per questo motivo Maryanne Wolf teme che le nuove generazioni, non diventeranno mai dei lettori esperti. Non perché sono incolti, ma perché, «nella fase del loro sviluppo di lettori in cui le capacità critiche sono guidate, modellate, esercitate e perfezionate, essi possono non essere stati stimolati a sfruttare il dono più nobile di un cervello pienamente sviluppato che legge: il tempo per pensare a sé» (Wolf: 2009, 244). Quel tempo che Proust considerava un “fruttuoso miracolo di una comunicazione nel mezzo della solitudine”. Quel tempo che probabilmente si sta disintegrando in un ambiente mediale sempre più “multiskating”, nel quale la lettura trova poco spazio o diventa un’esperienza faticosa, così com’è compressa dalle ragnatela di link, di icone, di suoni digitali oppure fulminea quanto il tempo di un click.
Il raid di informazioni e la smania che caratterizza la lettura in Rete, la superficialità verso ciò che si legge, sono processi che producono una cultura che è innanzitutto esperienza ma anche percezione del reale, impulsi, segnali che scaturiscono direttamente dal cervello degli individui. Una cultura che potrebbe far regredire, nella peggiore (e paradossale) delle ipotesi, i cervelli dei nativi alla stregua del cervello dell’invertebrato più semplice in natura: il calamaro.
Non è un neuro scienziato Mark Bauerlein ma un professore americano di inglese ed esperto di processi culturali. Nel suo testo The dumbest generation. How the Digital age Stupefies Young Americans and Jeopardizes Our Future (www.dumbestgeneration.com), Bauerlein appella la generazione digitale americana come bibliofoba.
Egli scrive:
I giovani americani non sono mai stati così remissivi: hanno tanto a loro disposizione; anche la scuola è diventata più abbordabile, tanti i diversivi così come le occasioni di divertimento. I benefici materiali sono evidenti e, con il passare del tempo, gli aspetti di mondanità e di autonomia sembrano innestarsi in tutti i gruppi di età più giovane. Tutto questo va scapito delle conoscenze e competenze che non hanno tenuto il passo di queste nuove abitudini sociali causando un’involuzione intellettuale (Bauerlein, 2009: 32).
Il quadro descritto da Bauerlein descrive una generazione impaziente di fronte ai processi consolidati della cultura contemporanea come la lettura. Questa generazione preferisce lo schermo del computer. Non utilizza il web per conoscere le realtà del mondo, ma nella maggior parte dei casi, per questioni di gossip, per essere i più “cool” della scuola. Molti di loro dimostrano di non sapere nulla della storia e della politica. Tra i website più popolari tra gli studenti primeggiano di gran lunga Facebook e MySpace.
Un altro fattore importante nello stentato sviluppo intellettuale dei nativi digitali è l’assorbimento “peer to peer”, attraverso SMS, instant messaging, social networking. Le precedenti generazioni di studenti erano altrettanto connesse tra loro, ma l’incontro, lo scambio di informazioni si limitava nel contesto scolastico. Una volta tornati a casa uscivano dal contesto relazionale se non per entrarci occasionalmente parlando da una telefono fisso. Oggi, essi possono rimanere in costante contatto con i coetanei per mezzo di messaggini, telefoni cellulari, messaggistica istantanea e il web tout court.
Così un nativo digitale rimane incastrato in un quello che Bauerlein definisce un bozzolo (cocoon) di cultura esclusivamente giovanile. Ne consegue che i millennials sono privi di quella componente della vita che sancisce il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Essi, non avendo più come riferimenti esclusivi genitori, insegnanti, datori di lavoro, rappresentanti delle istituzioni (Cfr. Bauerlein, 2009: 136), costruiscono, attraverso i media digitali, un ecosistema autoreferenziale fatto di blog, giochi, video, musica, messaggi che rispecchiano le loro disgrazie e fantasie.
Scrive Bauerlein:
Ecco ciò che vedo spesso. Vedo famiglie che utilizzano lettori DVD come babysitter per i loro bambini o per tenerli buoni durante i viaggi in macchina. Tutto ciò vanifica l’opportunità di un’interazione trasversale generazionale. Ricordo con entusiasmo, di alcuni viaggi in macchina quando ero ragazzino; li ricordo soprattutto per il divertimento ad ascoltare la mamma e la nonna che discutevano di politica. Una volta i ragazzi crescevano guardando i DVD. Oggi hanno iPod, palmari e videogiochi per occupare il loro tempo. Per alcuni bambini, è impossibile sopravvivere se dopo venti minuti (neanche il tempo di una messa) non si ritrovano connessi con i loro coetanei.
Anche in iBrain. Surviving the technolgical alteration of the modern mind, Gary Small, neuro scienziato californiano, è convinto che
l’attuale esplosione della tecnologia digitale non solo sta cambiando il nostro modo di vivere e di comunicare, ma sta rapidamente e profondamente modificando il nostro cervello. L’esposizione quotidiana ai media digitali ─ computer, telefoni intelligenti, videogiochi, motori di ricerca come Google e Yahoo ─ stimola l’alterazione delle cellule cerebrali e la liberazione dei neurotrasmettitori, rafforzando gradualmente nuovi percorsi neurali nel cervello ed indebolendo quelli vecchi. A causa della rivoluzione tecnologica in corso, il nostro cervello si sta evolvendo in questo momento ─ ad una velocità mai vista prima (Small-Vorgan, 2008: 1).
Come in un processo darwiniano è possibile che si stia delineando un “sviluppo evolutivo” che investe la generazione dei born digital. Un processo che coinvolge certamente l’apprendimento di nuove competenze e l’adattamento ai differenti ambienti e strumenti ma che ha degli effetti biologici.
Sostiene Small:
Per quanto siamo a conoscenza che questi cambiamenti investono i nostri circuiti neurali o il cablaggio del cervello, queste alterazioni possono diventare permanenti con la reiterazione. Questo processo evolutivo del cervello è emerso rapidamente in una sola generazione e può rappresentare uno dei progressi più inaspettati e rilevanti della storia umana (Small-Vorgan, 2008: 2).
La generazione dei nativi digitali è secondo Small, una generazione distratta: i bambini che imparano a trattare con la tecnologia si adattano ad essa meglio dei loro genitori ma, rispetto ad essi, sono meno in grado di elaborare rapidamente le informazioni e prendere decisioni in un tempo ristretto. Essi sono meno abili nella comunicazione interpersonale, nelle relazioni sociali e nella lettura.
Wolf, Bauerlein e Small suonano, quindi, un campanello d’allarme. Nelle pagine dei loro testi – soprattutto in quelle del testo di Wolf – si respira un aria di preoccupazione per il presente ed immediato futuro della generazione digitale. È come se, ad un certo punto, i loro studi si scontrassero contro il muro di un vincolo etico e morale. Una generazione “più stupida” che “sopravvive alle alterazioni tecnologiche della mente” non evoca scenari incoraggianti. Assimilare biologicamente attraverso i media potenzialità del tutto nuove mette sulla piatto della bilancia due differenti sfondi: l’uno consacrato al bene comune, l’altro ripiegato sulla distruzione. Se gli individui inclineranno il peso dal lato positivo vuol dire che saranno capaci di fare scelte profonde.
«Se la specie deve progredire nel senso più pieno, tale preparazione includerà singolari capacità di attenzione e decisione che includano il desiderio del bene comune. In altre parole, prepararci all’imminente richiederà il meglio che abbiamo in assoluto riguardo l’attuale adattamento del cervello che legge; un cervello che è già coinvolto nei cambiamenti della prossima generazione» (Wolf, 2009: 232).
4. Una cultura da cameretta
Nonostante l’incursione teorica nella disciplina neuro scientifica, la riflessione sul legame tra media digitali e giovani generazioni rimane tuttora ancorata alla materia sociologica. Osservatore e concettualizzare, raccontare e descrivere rappresentano i paradigmi classici di chi prova a studiare fenomeni ancora in itinere, che mutano, in questo caso ancora di più, al modificarsi della tecnologia. Il 28 maggio 2010 è stato il giorno della commercializzazione della nuova consolle della Apple, l’iPad . Non è possibile sapere con certezza se questo nuovo tecnomedium digitale, avrà ricadute sociali e antropologiche rilevanti. Certamente coloro che lo useranno entreranno in una condizione wireless - senza fili -, per cui non avranno più bisogno di supporti fisici per relazionarsi, per comunicare e per vivere.
Il loro luogo privilegiato non sarà più la scrivania da dove poter essere always on, ma la connessione perenne sarà itinerante. L’iPad e, per alcuni versi, la tecnologia smartphone, introducono il concetto di "connessione viandante": il medium ci segue, «si fonde con il nostro corpo, di cui è quasi una protesi, [...] dividendo con pochi altri oggetti riservati (il portafoglio, l’agenda, il pettine, il trucco) l’intimità della nostra borsa o tasca» (Menduni, 2009:121).
Una riconfigurazione sociale e antropologica senza fili appare un universo lontano. In attesa, è un altro il luogo privilegiato attraverso cui i nativi digitali manifestano se stessi e strutturano la propria identità. È sufficiente monitorare Youtube per rendersi conto che sono molti i video caricati dai così detti digital natives.
Numa Numa ad esempio, con le sue 37187335 visualizzazioni, rappresenta uno dei modelli di questa nuova cultura generata dagli utenti. Questo video di poco più di un minuto, "racconta" un momento tipico di un adolescente chiuso nella sua cameretta. Il protagonista è un ragazzo grassottello che balla una sorta di coreografia improbabile sulle note di una hit rumena da discoteca di qualche anno fa. Egli guarda in (web)camera disinvolto come se nessuno lo stesse guardando. Non si preoccupa affatto della brutta figura che farebbe se qualcuno lo guardasse poiché si sente al sicuro dentro la sua stanza. Ma il video (non se ne conosce la ragione) finisce in rete, su Youtube, diventandone uno dei più cliccati e visualizzati.
Numa Numa è diventata un vero e proprio genere tanto da essere scimmiottato e rifatto da altri utenti. Anche una puntata della serie South Park del 2008 ripropone lo stesso video, istituzionalizzando definitivamente come un prodotto archetipico della cultura digitale. Un’altro vero e proprio e genere è rappresentato da What’s in my purse?, serie di spezzoni (dopo il primo in maniera virale ne sono spuntati migliaia sui siti di filesharing), in cui teenagers americane davanti alla loro webcam, aprono la loro borsa e ne esibiscono il contenuto.
Questi come altri , si caratterizzano per la comune scenografia rappresentata dalla cameretta. La stanza, infatti, diventa il luogo privilegiato da cui proiettare la propria esistenza. Nella propria cameretta, seduti davanti la scrivania i nativi hanno il proprio schermo, ed attraverso esso vivono, costruiscono il proprio palinsesto dell’esistenza fatto di relazioni, divertimenti, conoscenze. Studiano, ridono, piangono, sono tristi o felici, incontrano, amano, si esibiscono. Nella loro stanza non c’è più bisogno di un libreria o di un mobile per contenere i loro dvd. Anche la televisione, non è più necessaria così come le tante scatole nere (stereo, recorder, ecc) perché essi sono iperconnessi, hanno You tube o Rhapsody o Itunes.
La loro camera è, pertanto, il loro luogo di elezione identitaria, lo spazio dove possono vivere la loro vita on in continuum con quella off. E proprio questa linea di continuità rappresenta una delle caratteristiche principali dei nativi digitali. Non solo mutano il peso, gli spazi ed i tempi delle loro relazioni (su Facebook, ad esempio, alla voce fratelli o sorelle ci sono gli amici del cuore mentre tra gli amici gente che probabilmente mai si è incontrato), ma cambiano sopratutto gli assets che fino a qualche tempo fa avevano caratterizzato due dimensioni classiche della vita: il pubblico e il privato.
Scrive Pier Cesare Rivoltella:
[i media digitali danno] corpo al bisogno contrario degli individui di socializzare e di appartenere (Maffesoli, 1988): [essi sono] rassicuranti perché mostrano l’intero social network di ciascuno, fanno sentire le persone vicine. Ecco perché la sfera privata, invece di ritirarsi da quella pubblica, esplode in essa facendo della nostra una società estroflessa, una società in cui il “personale” è sempre più spesso “pubblico”.
5. Un discorso “responsabile”
Le possibili influenze dei tecnomedia sul cervello, di cui si è parlato nei paragrafi precedenti, generano un primo paradosso della cultura digitale: il rischio della discrasia tra potenzialità dei media e involuzione mentale (e di conseguenza socio-culturale). Questo rischio vale simultaneamente per il nativo ma anche per il migrante. Il legame che associa i digital inhabitants all’ambiente mediale, è infatti paritetico: entrambi collocano la propria esistenza sul terreno tecnomediale. Se per i nativi questo processo è invisibile e inavvertibile poiché naturale e parallelo alla crescita, nei migranti (o Gutemberg) digitali si attivano le classiche dimensioni della migrazione: integrazione, assimilazione, nuovo senso di appartenenza. Questa coesistenza genera processi di adattamento diversi sul piano delle scelte o delle necessità professionali, sociali, economiche, culturali.
In breve, non esiste un’identità collettiva digitale, ma esistono tante identità plurali quante sono le appartenenze dei soggetti, le età, esperienze, relazioni, comportamenti, percezioni.
Scrive Silverstone:
L’idea che la cultura mediata globale sia uniforme e omogenea è assurda. È lo spazio della cacofonia. […] L’arena dei media globali è frammentata, contestata, iniqua; ciononostante è il luogo dove qualsiasi struttura che possa essere realizzata per supportare la cultura della globalizzazione dovrà necessariamente essere forgiata e dove, se mai sarà possibile, si genererà un’infrastruttura etica e morale per la società del futuro (Silverstone, 2009: 20).
Questa riflessione rimanda all’esigenza di una dimensione valoriale. Appellarsi all’etica, alla morale o alla dimensione educativa appare, però, una soluzione incompleta.
Sovente infatti, capita di esercitare un giudizio negativo sui media come se essi fossero qualcosa che di lontano dall’esistenza. Non è così, non è possibile essere allo stesso tempo abitanti digitali e tecnofobi. Se questa consapevolezza non si consolida e non è accompagnata da un’azione, per così dire, “di riparo”, è perché gli uomini non si sentono sufficientemente responsabili.
Come ha mostrato Hans Jonas, i nostri modi di pensare sono radicati in una concezione di orientamento fondamentalmente antropocentrico e rigidamente definita in termini spazio-temporali.
Tale concezione elegge a questioni di rilevanza etica esclusivamente i rapporti interpersonali: le relazioni tra individuo ed individuo o la relazione di un individuo con se stesso. Come gli esseri umani trattino il mondo l’ambiente è a tutti gli effetti eticamente neutrale. Il principio responsabilità di Hans Jonas (Cfr. Jonas, 1990) in effetti, evidenzia la possibilità di fondare razionalmente criteri, norme e principi in grado di orientare l’agire umano. La sua “riabilitazione” dello scopo, inoltre, avrà una certa influenza anche negli studi di Jürgen Habermas e Karl Otto Apel i quali, se pur in maniera e con scopi sensibilmente diversi, condividono la tesi di fondo per cui è la comunicazione stessa che dischiude in quanto tale una dimensione implicitamente etica.
Parafrasando quest’ultima considerazione è lo stesso ambiente tecnomediale che dischiude, in quanto ambiente, una dimensione implicitamente etica.
Questo discorso, però, può essere soggetto ad ambiguità e discomprensioni. Quando si parla di etica dei media ci «si riferisce solitamente a pratiche e processi concreti: come i giornalisti conducono la propria attività, quello che fanno o non fanno, o che dovrebbero fare» (Silverstone, 2009: 11); lo stesso discorso vale per coloro che fabbricano contenuti digitali, gli internauti e gli informatici.
Il discorso etico, coinvolge non i fabbricanti ma tutti in generale. Roger Silverstone, nel suo libro postumo, Mediapolis. La responsabilità dei media nella civiltà globale (Vita&Pensiero, 2009) teorizza un processo di moralizzazione per quella che lui definisce Mediapolis, ovvero «lo spazio pubblico mediato che costituisce, sempre più spesso
Scrive Silverstone:
I media riproducono – sia pur attraverso un’interfaccia tecnologica – lo spazio del dibattito caratteristico della polis. […] il mondo ed i suoi attori appaiono sulla piattaforma offerta dai mezzi di comunicazione e, per la maggior parte di noi, questo spazio è l’unica arena possibile. L’apparire stesso, in tutte le sue declinazioni, si fa letteralmente mondo. […] Propongo, quindi, il concetto di mediapolis al singolare, nonostante l’evidente frammentazione delle piattaforme di riferimento, dei canali, e, in generale, delle culture dei media globali. Propongo il concetto di mediapolis sia come categoria descrittiva sia come categoria normativa, poiché vorrei che, prima di tutto, si visualizzasse la cultura mediatica nella sua totalità, per poi scrutinarne debolezze e potenzialità. La mediapolis è, come la intendo io, lo spazio mediatico dell’apparire, nel quale il mondo appare: nella mediapolis la realtà si costituisce nella sua contingenza. La mediapolis è uno spazio che ci permette di entrare in contatto con chi ci somiglia e con chi è diverso da noi. […] La mediapolis costituisce la cornice di questo mondo, e rende possibile l’azione collettiva. (Silverstone, 2009: 49-52).
La mediapolis evoca l’ipotesi dell’ambiente mediale. Se i media coostruiscono un ambiente assumono, di conseguenza un ruolo civile fondamentale, una posizione che esercita un’innegabile influenza sull’industria culturale. Per questo motivo, vanno moralizzati,o meglio ancora, dotati di una politica di responsabilità.
Silverstone cita, ad esempio, le immagini mediatiche del disastro provocato dall’uragano Katrina, le stragi del World Trade Center e di Beslan, delle torture nel carcere di Abu Ghraib. Esse pongono infatti importanti interrogativi sulle modalità di rappresentazione che i media mettono in atto rispetto a questi eventi tragici e richiamano l’urgenza di una proposta lungimirante affinché si imponga una cultura digitale più morale e una cittadinanza digitale più consapevole, informata e attiva.
È lo stesso ambiente a necessitare di un’azione responsabile, che non può non scaturire dagli individui stessi. L’auspicio è che prevalga la responsabilità sull’essere dumb e che le nuovi percezioni del reale, tipiche dei nativi (impazienza, poco propensione alla lettura e all’approfondimento, scarse capacità di concentrazione) non intralcino questa apertura.
I media, infatti,
sono troppo importanti perché le loro sorti siano risolte in ambito mediatico. Questa non vuol essere una manifestazione di liberalismo annacquato, né un’espressione di socialismo radicale. In un mondo di divisione, di conflitti, di fraintendimenti come quello in cui viviamo, e alla luce del continuo sfruttamento dello spazio simbolico della rappresentazione globale, mi sembra che questa sia, più semplicemente, una proposta dettata dal buon senso (Silverstone, 2009: 267).
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