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| Rivoltella: «Una partita da giocare sul campo dei ragazzi» |
Per il massmediologo della Cattolica il problema non è solo di conoscenza dei linguaggi ma di non farsi «usare» dai media sociali e digitali. Di Vito Salinaro dal sito di Avvenire del 12/1/11
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Pier Cesare Rivoltella è docente di Tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento alla Cattolica di Milano. Nella stessa università ha fondato e dirige il Cremit (Centro di ricerca per l’educazione ai media, all’informazione e alla tecnologia).
Professore, in che modo la comunità cristiana può essere più attenta e presente rispetto al tema dell’educazione dei giovanissimi all’uso dei media?
La ricerca dice che gli spazi dell’educazione informale sono oggi particolarmente adatti per l’intervento educativo su diverse questioni, incluso il problema dei media digitali e sociali. Tra questi spazi sicuramente l’oratorio e, in esso, il gruppo adolescenti, come altri contesti associativi legati al mondo ecclesiale possono giocare un ruolo significativo.
Come?
Sia rendendo i media oggetto di riflessione nei momenti tematici di gruppo, sia attraverso un’attenzione diffusa alle pratiche dei più giovani: adozione di protocolli d’uso condivisi, presenza degli educatori, attività di ’glossa’ (ovvero tutte quelle osservazioni, commenti, considerazioni, spesso indirette o ’a bassa voce’ che però possono incidere sulla consapevolezza dei ragazzi).
Quale può essere una proposta formativa efficace da presentare agli adolescenti?
Penso a due tipi di proposta. La promozione di diete mediali contrattate, da applicare in modo condiviso con i ragazzi, e l’apertura di spazi di discussione online secondo le forme e negli ambienti che già i più giovani conoscono. In buona sostanza, va giocata la partita sul campo dei ragazzi. Come? Aprendo una pagina in Facebook, promuovendovi gruppi della parrocchia, usando Twitter per tenere insieme la rete dei ragazzi, approfittando degli Sms per raggiungerli...
Quali i rischi ci sono oggi per i ’nativi digitali’?
I rischi sono sempre gli stessi, ovvero quelli legati a tempo (la pervasività dei media: troppo fa male), spazio (i media digitali, piccoli e portabili, sottraggono i consumi dell’adolescente al controllo del-l’adulto e lo espongono più facilmente ai pericoli), contenuto (sia i contenuti scaricati, spesso illegalmente, dalla rete, che quelli resi pubblici nel social network), compagnia (con chi chattano, scambiano informazioni, si pongono in relazione?).
Come aiutare i ragazzi a prendere coscienza di questa nuova dimensione?
Il problema non è solo di conoscenza dei linguaggi. Vi sono altri due livelli di intervento molto importanti: la promozione di consapevolezza e di responsabilità. Consapevole il ragazzo lo è nella misura in cui si relaziona criticamente ai messaggi, produce riflessione su quanto gli viene proposto. Responsabile lo diventa se comprende cosa significhi condividere contenuti nello spazio pubblico. Si tratta di attenzioni che la media literacy mette al centro da decenni e che meritano di restarvi anche dopo l’avvento dei media digitali e sociali.
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