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| La necessità di difenderci dalla Tv che ci manipola |
Il libro “Chi manipola la tua mente? Vecchi e nuovi persuasori: riconoscerli per difendersi”, di Anna Oliverio Ferraris, sui gravi pericoli di condizionamenti della Tv sulla vita dei telespettatori e in particolare dei più giovani. Di fronte al problema della manipolazione l’autrice ammette la difficoltà di chi intende resistere, ma afferma che sarebbe un errore gettare la spugna. Di Adriano Zanacchi
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Il mondo della comunicazione è fortemente insidiato dai pericoli della manipolazione, in tutte le sue forme. Questi pericoli sono oggetto di un avvincente esame in un recente libro di Anna Oliverio Ferraris, Ordinario di Psicologia dello sviluppo presso “La Sapienza” di Roma, che si può così sintetizzare: i mezzi di comunicazione, specialmente la Tv, ci spingono incessantemente verso scelte inconsapevoli e di fronte alla loro violenza psicologica è necessario difendersi: anzitutto svelando i trucchi del mestiere (Anna Oliverio Ferraris, Chi manipola la tua mente? Vecchi e nuovi persuasori: riconoscerli per difendersi, Giunti, Firenze 2010, pp. 157).
La pubblicità commerciale e gli “spin doctor”
La prima parte illustra i meccanismi fondamentali della persuasione, con riferimento ai principali studi scientifici che hanno contribuito a comprendere i suoi presupposti e le sue tecniche: Il libro descrive poi l’influenza esercitata dalla pubblicità commerciale, dalle sue strategie, dalle sue malefatte, con numerosi esempi tratti anche dalla realtà italiana e dai “personaggi” in grado di sfruttare il potere del mezzo televisivo, in vari ambiti, ma soprattutto in quello politico. Si va, così, dai successi commerciali di David Beckham e di Harry Potter, a quelli dei protagonisti della lotta politica e dei loro “suggeritori”, i cosiddetti spin doctor, vale a dire i professionisti della comunicazione: “consiglieri” che hanno «il compito molto speciale di formattare o di creare, in tutto o in parte, l’informazione destinata ai media e poi distillarla a tempo ed ora. Si impegnano a rimodellare l’immagine degli uomini politici per cui lavorano. Svolgono la loro azione nell’ombra. Utilizzano il condizionamento, le tecniche di gestione sociale (sondaggi di opinione, focus group) e gli strumenti di comunicazione più sofisticati per indirizzare l’opinione pubblica» (p. 104).
Scorrono, in questa parte, numerosi casi del passato e del presente, tra cui l’inganno perpetrato dal primo ministro britannico Tony Blair che «riuscì, grazie al lavoro dei suoi addetti stampa e consiglieri di relazioni pubbliche, a surriscaldare l’opinione pubblica del suo paese contro Saddam Hussein, accusato di possedere armi di distruzione di massa. Si venne poi a sapere, dopo qualche tempo, che quelle armi non esistevano, ma ormai la Gran Bretagna era entrata in guerra contro l’Irak a fianco degli USA» (p. 106).
Quanto alla situazione italiana, il libro non poteva ignorare Silvio Berlusconi e la sua capacità di usare la televisione per conseguire non solo il profitto economico, ma anche il potere politico: «E’ lui che, per primo in Europa, ha costruito la sua popolarità sulla televisione e le strategie del marketing» (p. 120). Ed è lui che ha fatto ricorso in modo massiccio, per le sue campagne elettorali, agli specialisti della pubblicità commerciale: «Come i pubblicitari, anche il cavaliere usa sempre parole semplici, frasi brevi, slogan facili, immagini e narrazioni elementari ma di buon effetto scenico: ripete l’espressione “scende in campo”, assimila gli elettori ai tifosi degli stadi, si appropria del colore della nazionale, battezza il suo movimento Forza Italia e Partito della libertà. La disponibilità continuativa di svariate reti televisive gli ha consentito di realizzare un populismo mediatico che aggira il Parlamento» (p. 121). Nel 2001, si ricorda, Berlusconi aveva spettacolarmente firmato a “Porta a Porta”, «sotto l’occhio assecondante di Vespa», il “contratto con gli italiani”: «L’impegno non fu rispettato, ma negli spazi mediatici ciò non ha alcuna importanza: gli eventi incalzano e non c’è tempo per le riflessioni a posteriori». Come ha scritto “El Mundo” (23 giugno 2009), Berlusconi «ha imposto il suo modello di televisione alla società italiana, creando un talk show permanente, senza interruzioni» (id.).
La manipolazione nei talk show
E a proposito dei talk show, il libro della Oliverio Ferraris offre una vivida descrizione delle loro tecniche manipolatorie, che non lasciano nulla al caso, garantendo sempre elementi di novità, fino a suggerire ai protagonisti (scelti attraverso accuratissime selezioni) i comportamenti da tenere: se piangi, fallo in primo piano; quando sei sotto la doccia, massaggiati le parti intime; quando ti spogli per andare a letto, lascia intravedere qualcosa; non avere paura di dire le parolacce, e così via. Il riferimento esemplare proposto nel libro riguarda “Il Grande Fratello”, ma si estende a tutti i “reality”: «Si sa che ci saranno delle crisi, delle lacrime, dei litigi, delle inimicizie, dei giochi, dei tradimenti e del sesso. La tanto sbandierata trasparenza è una favola» (p. 126).
Si può aggiungere che non c’è da meravigliarsi se qualcuno dei protagonisti arriva a bestemmiare, come è accaduto anche recentemente, innescando polemiche che aumentano la curiosità per le trasmissioni: magari con commentatori in buona fede che si limitano a condannare le singole frasi offensive, dimenticando che è l’intera impalcatura di questi (e di altri) programmi a promuovere le trasgressioni, utili se si vuole un’audience favorevole agli investimenti pubblicitari. E che è l’intera impalcatura della televisione commerciale (che coinvolge anche la Rai) ad alimentare una cultura del disimpegno, della spettacolarizzazione fine a se stessa, del continuo tentativo di favorire interessi di bottega, di casta, di potere.
Sotto il titolo “una voragine di imbecillità”, sul numero del 14 gennaio 2011 de “l’Unità” è stata pubblicata la protesta-proposta di un lettore che ha invocato l’intervento pubblico contro “Il Grande Fratello”: «Lo Stato, e me ne infischio se l’emittente è di proprietà del premier, dovrebbe proibire un simile vuoto di moralità, di civiltà, di educazione». Il guaio è che le norme sulla correttezza delle trasmissioni televisive esistono, ma non servono a nulla e che l’unico giudizio che vale è quello dell’audience, non importa come ottenuta.
Chi paga il tributo maggiore alla manipolazione televisiva, afferma con chiarezza la Oliverio Ferraris, sono gli spettatori. Soprattutto gli adolescenti, ai quali «viene proposto un modello di successo basato sulla visibilità pura e semplice, su comportamenti inutili, sulla totale assenza di impegno, di intelligenza e di creatività, sul pettegolezzo e la volgarità» (p. 128).
Appare evidente che questa denuncia deve essere estesa a gran parte del cosiddetto intrattenimento, in cui i modelli di comportamento ondeggiano tra esibizionismo sfrontato, banalità a ripetizione, atteggiamenti e parole volgari, falsità costruite o provocate, col ricorso a un ingrediente tipico che mette in luce la malafede degli autori: gli inviti a personaggi ambigui, maleducati, provocatori, persino violenti, con la sottintesa speranza che si esprimano e si comportino nel modo peggiore. Ma la manipolazione riguarda anche i settori più “seri” della programmazione televisiva, a partire dai Telegiornali, in primis quel TG1 diretto da Augusto Minzolini che ha ignorato notizie importanti o ha “confuso” prescrizioni con assoluzioni.
Pericoli e prospettive d’impegno
L’ultimo capitolo del libro pone in rilievo l’ambivalenza delle emozioni e della narrazione. Descrive, anzitutto, l’importanza delle emozioni, la loro capacità di favorire la selezione di opzioni vantaggiose, la modulazione dell’apprendimento e della memorizzazione, la nostra sintonia con gli altri. Ma mette in guardia contro l’eccesso emozionale, che «può portarci ad agire in maniera inconsulta o precipitosa» (p. 132). Se è vero che l’iperemozione è sempre esistita nei media, con la televisione il fenomeno si è accentuato, col rischio, per i telespettatori, di non vederne più i limiti e i pericoli, «di sopravvalutare il ruolo delle emozioni a scapito della razionalità e quindi di non dare il giusto peso alla loro strumentalizzazione, quando invece si tratta di un fenomeno in espansione» (p. 133).
Anche la narrazione, che pure possiede grandi potenzialità formative, può veicolare forme diverse di manipolazione: «Un format collaudato e coerente nel suo svolgimento può imbrigliare il pensiero del destinatario che, catturato dallo schema del racconto, non è indotto a considerare o immaginare altre possibili e diverse narrazioni. Ciò è tanto più vero quanto più giovane è lo spettatore» (p. 136). E vengono ricordati, in proposito, i pericoli di una troppo precoce fruizione delle trasmissioni televisive e i risultati niente affatto rassicuranti delle ricerche scientifiche sulla “Baby Tv”, destinata ai piccolissimi tra zero e tre anni come “supporto alle famiglie”.
Ma anche i sondaggi televisivi in diretta nascondono pericoli seri, che si aggiungono a quelli tipici di tutti i sondaggi, a partire dalla formulazione delle domande. Risultati fasulli, si può dire semplificando, influenzano indebitamente le opinioni dei telespettatori.
Il discorso si sposta, infine, sull’uso disonesto della retorica, con riferimenti acuti sui sofismi dei politici specie nei dibattiti televisivi (nei quali, spesso, la disinformazione regna sovrana) e, in definitiva, sull’esigenza etica della comunicazione. Fino alla domanda «Che fare, allora? Smascherare i manipolatori oppure liberarsi di ogni remora morale e usare le loro stesse armi?» (p. 149).
Di fronte al generale problema della manipolazione e al potere manipolatorio concentrato nelle mani di chi possiede i mezzi di comunicazione la conclusione dell’autrice ammette la difficoltà di chi intende resistere, ma afferma che sarebbe un errore gettare la spugna: «grazie a Internet, per esempio, ci sono oggi altre vie di comunicazione e di informazione» ed è fuori discussione che «con l’aumentare del numero delle persone non manipolabili si contrae anche il numero dei manipolatori. Senza qualcuno da manipolare il manipolatore è come un bullo senza vittima, si ritrova solo e con le armi spuntate». La conclusione è in perfetta sintonia con i compiti che l’Aiart si propone: «le strategie di manipolazione devono diventare sapere comune». Un compito certamente arduo, ma non impossibile, dal quale discendono anche le iniziative civili, politiche e legislative volte a bonificare il sistema televisivo nelle strutture e nei contenuti diffusi.
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