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La lenta agonia del TG1
A leggere l’inarrestabile ed irreversibile declino del TG1 sembra che questa elementare e basilare preoccupazione non lambisce e non impensierisce più di tanto la direzione di questa gloriosa testata, la direzione di rete e tantomeno i piani alti dell’azienda RAI. Di Giuseppe Antonelli dall’editoriale de Il Telespettatore di Marzo 2011.
Un accorto e diligente Amministratore Delegato di una qualsiasi azienda quotata o non quotata inizia la sua giornata con un unico assillo. Tenere sotto osservazione la produzione dei suoi impianti, la penetrazione dei suoi prodotti sul mercato, il clima e la conflittualità interna alla propria azienda, la qualità percepita dalla clientela circa il prodotto o il servizio reso. In pratica fa il proprio mestiere e solo dei risultati conseguiti ne risponde ai suoi azionisti e dipende il suo futuro.
A leggere, invece, l’inarrestabile ed irreversibile declino del TG1 sembra che questa elementare e basilare preoccupazione non lambisce e non impensierisce più di tanto la direzione di questa gloriosa testata, la direzione di rete e tantomeno i piani alti dell’azienda RAI. La deriva è impietosa. Dall’insediamento alla direzione del TG1 di Augusto Minzolini, maggio 2009, lo share di quello che era il “telegiornale degli italiani” è passato dal 28,1% al tonfo del 22,5% della sera del 13 febbraio scorso, con 5 milioni 899 mila spettatori. I 9 milioni di telespettatori del gennaio 1999 sono un lontano ricordo. Una lenta agonia, una continua emorragia che non vede inversione di tendenza.
Di fronte a questi deludenti e persistenti risultati d’ascolto in un’azienda “normale” è naturale conseguenza introdurre qualche “innovazione organizzativa”; invece, nella RAI, azienda di Stato, non si interviene, anzi si tollera -meglio dire si incoraggia- il lento declino.
Il copione è ben consolidato e più volte scritto nella recente storia economica italiana. Quando la regia non dichiarata decide di affossare un Ente, un’azienda, un’istituzione pubblica, estroversa e poco in sintonia con l’esecutivo, la si lascia decomporre organizzativamente ed economicamente, così da dar fiato alle trombe dell’inutilità, della soppressione e della tanta invocata, ma non disinteressata, privatizzazione.
Ma perché il telespettatore italiano, attento osservatore e non tifoso, consumatore critico e non addomesticato, ha abbandonato il TG1, per antonomasia “il telegiornale”, e si sposta su altri lidi? Perché il TG di Mentana o l’informazione di SKY affascina e attrae un pubblico sempre più numeroso? La spiegazione è molto semplice e solo gli strateghi del TG1 non riescono a cogliere forse prigionieri di inspiegabili comportamenti autolesionistici.
Insomma gli italiani cambiano canale perché finalmente spira aria nuova nel “bilocale” equamente spartito tra RAI e Mediaset e la ventata di freschezza e di autorevolezza portata dai nuovi soggetti turba gli equilibri consolidati negli ultimi due decenni. Una ventata che fa dell’estroversità verso il potere uno dei suoi punti di forza e di attrazione, dell’obiettività la sua ragione sociale, della descrizione veritiera del paese reale la sua missione.
La nostra non è una valutazione mossa da partigianeria, collocazione che non ci appartiene e non ci accalora; ma da “tecnici” dei fenomeni e delle tecnologie mediatiche ci permettiamo avanzare osservazioni grammaticali sull’informazione offerta dal TG1 della RAI. La comparazione dei vari TG ci porta ad emettere alcune perplessità circa l’impaginazione del TG1, la gerarchia e la selezione delle notizie in relazione a quello che avviene in una determinata giornata, il tempo dedicato ad una notizia rispetto ad un’altra, il “registro” adottato nell’accompagnare la notizia, la docilità e il riguardo verso il potere costituito, l’infarcimento di cronaca meteorologica, rosa e nera. Un TG che racconta subdolamente un paese edulcorato e mieloso anziché fare una radiografia reale e a tinte fosche. Le parole d’ordine che aleggiano nelle stanze del TG1 RAI, invece, sono: filtrare, sminuire, attenuare, sostenere, tipico dei regimi spazzati via dal vento secco del nord africa. Unico intento: non disturbare il manovratore. In sostanza una rinuncia deliberata a fare il proprio mestiere, quello tipico del giornalista, per definizione essere pungolo e stimolo del “principe” di turno, chiunque esso sia.
 
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