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Testimoni digitali voce di Dio nel web
Si è avviato a Macerata, con il saluto e il ringraziamento ai 280 partecipanti di Don Ivan Maffeis - vice direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali - il convegno nazionale "Abitanti digitali". Sintesi delle relazioni della prof.ssa Chiara Giaccardi, che ha presentato la ricerca "Identità digitali", del prof. Ruggero Eugeni e del prof. Massimo Scaglioni. Di Giacomo Gambassi e di Paolo Viana dal sito di Avvenire del 20/5/201.
Aperto a Macerata il convegno nazionale
di Giacomo Gambassi

Torniamo ai campanili. Sì, torniamo a far suonare quella «voce di Dio» che è stato il crocevia di paesi o quartieri e che oggi può essere il riferimento del «villaggio globale». Nella Rete, spazio per antonomasia senza campanili e senza gerarchie, dove si tende a fuggire dalle vette per paura di perdere la propria libertà, c’è bisogno di «voci che tocchino». Ecco la sfida che attende la Chiesa italiana nell’era della connessione permanente. Ed ecco il compito dei «testimoni digitali» chiamati a essere la «campana » del web che aiuti anche «i lontani ad alzare lo sguardo verso il campanile e magari a entrare in chiesa».

E lo sguardo si alza davvero dalla platea ascoltando l’intervento di monsignor Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, che ieri pomeriggio ha aperto il convegno nazionale «Abitanti digitali» a Macerata. Gli occhi degli oltre 250 partecipanti - fra direttori degli uffici diocesani, operatori dei media e webmaster diocesani puntano verso l’alto anche perché l’incontro di tre giorni, promosso dall’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e dal servizio informatico della Cei, si tiene in una ex chiesa, quella di San Paolo, oggi auditorium della facoltà di giurisprudenza, dove il campanile ha smesso di suonare. Quasi una metafora dei rischi che «la cultura attuale, modellata dai media», disabitui le nuove generazioni «alla memoria e alla custodia di un patrimonio condiviso», sottolinea nel saluto il vescovo di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia, Claudio Giuliodori, nella doppia veste di pa-drone di casa e di presidente della Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali.

Però la comunità cristiana non intende «battere in ritirata», anzi punta a «comprendere lo specifico di questo ambiente», evidenzia don Ivan Maffeis, vicedirettore dell’Ufficio Cei per le comunicazioni sociali, nell’introduzione. O, come dice il titolo dell’appuntamento, la Chiesa vuole «abitare» il mondo digitale. Un «verbo programmatico», lo definisce Pompili. Nel senso che «significa dare forma al mondo» e «indica uno stile responsabile». In pratica, l’abitare - che poi rimanda al vivere - ha a che fare «con la questione del senso, dell’identità, della relazione ». Del resto, precisa il sottosegretario Cei, è un abbaglio pensare che ci sia «un’incompatibilità strutturale tra i nuovi linguaggi e il messaggio senza tempo, e per tutti i tempi, della Chiesa». Certo, la verticalità non fa parte del web che è governato dai rapporti alla pari. Per questo conta «l’autorevolezza di chi parla con credibilità ». Che si traduce nel partire dall’esperienza per costruire anche online «spazi a misura d’uomo» ispirati al «bene comune», afferma Pompili.

Il Convegno di Macerata - che rientra negli eventi che preparano al Congresso eucaristico nazionale in programma ad Ancona del 3 all’11 settembre prossimi - si inserisce nel cammino della Chiesa italiana «per rilanciare e sviluppare una nuova intelligenza della fede», evidenzia Giuliodori.

Grazie al decennio appena concluso sul tema «Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia» durante il quale è stato pubblicato anche il direttorio «Comunicazione e missione» (che il vescovo di Macerata chiama «una bussola per l’evangelizzazione del mondo contemporaneo») si è arrivati ai grandi incontri di «Parabole mediatiche » del 2002, di «Testimoni digitali» dello scorso anno e adesso di «Abitanti digitali».

«Titoli – nota Giuliodori – che potrebbero far immaginare una Chiesa tutta proiettata a inseguire linguaggi e mode dei media». Invece, conclude il vescovo, il percorso è quello di «educare da cristiani alla piena cittadinanza in questo nuovo mondo digitale, conservando le prerogative della dignità umana e sviluppando una più intensa esperienza spirituale».

Giuliodori: educare alla cittadinanza «on line» Pompili: aiutiamo i lontani ad alzare lo sguardo verso l’alto Maffeis: i cristiani non temono questo mondo


La prof.ssa Chiara Giaccardi presenta la ricerca: "Identità digitali"


La ricerca "Identità digitali: la costruzione del sé e delle relazioni tra online e offline", si inserisce in un nuovo filone di analisi, ancora in fase sperimentale, che utilizza il web non solo come oggetto di analisi, ma anche come canale di accesso e come strumento di rilevazione.

E’ una modalità potenzialmente molto preziosa perché i questionari auto-compilati consentono di caricare direttamente una quantità elevatissima di dati; come svantaggio c’è la non rappresentatività del campione (campione non probabilistico poiché auto-selezionato). I numeri elevati ne garantiscono comunque la significatività. Il limite qui è dato dalla femminilizzazione del campione, che comunque rivela una maggiore propensione delle femmine a impegnarsi in un’operazione esigente, oltre che il successo del canale femminile di attivazione (anche una serie di mondi maschili sono stati convocati, ma la risposta è stata bassa).

Il questionario online, suscitando un doppio interesse metodologico e conoscitivo, si è rivelato (sulla base dei commenti scambiati sui social network) anche un “attivatore di riflessività”, molto apprezzato da chi l’ha compilato, rivelando una potenziale valenza educativa, in quanto “disimmersiva”, di strumenti di questo tipo.
Il questionario dettagliato ha consentito di raccogliere un ampio ventaglio di informazioni. In particolare:

- una parte del questionario mirava a verificare i risultati della ricerca precedente qualitativa, e/o evidenziare mutamenti (che già nell’arco di un anno si sono verificati), secondo la prospettiva della triangolazione, allo scopo di ridurre le distorsioni. I risultati sono stati confermati: in particolare la continuità online-offline, il significato dei diversi strumenti in rapporto al sé (prossemica delle tecnologie), con un’enfasi ancora maggiore sul cellulare come estensione del sé; l’uso prevalentemente relazionale degli spazi, sia online che offline. Come elemento nuovo è emerso un ruolo maggiore della connessione in mobilità, che aumenta i tempi di connessione (con un aumento quindi di usi ambientali e funzione fatica).

- Una parte, nuova rispetto alla ricerca dello scorso anno, mirava a una prima esplorazione della dimensione del credere e delle pratiche religiose, nella loro connessione con gli usi e le pratiche relazionali. E’ emerso che la maggior parte dei giovani si dichiara credente, circa il 53% (abbiamo distinto tra “convinto”, 38,5% e “tiepido”29% del nostro campione). E’ interessante notare che anche in coloro che si dichiarano atei o agnostici, emerge comunque la convinzione di una “vita dopo la morte” (potenza degli immaginari alla Dan Brown, ma anche potenziale spazio di “aggancio” per un’apertura alla trascendenza).

- La dimensione della credenza si correla, anche se debolmente, alle pratiche offline (frequenza a chiesa e oratori; attività di volontariato, che è comunque ridottissima anche tra i credenti) e più significativamente ai consumi mediali (che sono più “tradizionali”, nel senso che c’è un po’ più TV e un po’ meno Internet, soprattutto per le attività al di fuori dei social network) e alla disponibilità a quello che abbiamo chiamato “silenzio digitale”, ovvero a staccare da Internet ogni tanto.

- Una parte sul canale dell’ingaggio (come si è venuti a conoscenza del questionario) che è stata i realtà molto interessante, perché ha consentito di evidenziare soprattutto due modi efficaci di convocazione: la presenza di mondi già consolidati in rete, specie quando riferiti a un “leader” carismatico ma percepito come vicino , e il passaparola. I mondi cattolici hanno invece rivelato una bassa capacità di ingaggio, e su questo forse occorre fare una riflessione.


Un aspetto altro interessante emerso riguarda l’aspetto della “prossimità percepita”: risulta chiaramente che la condivisione degli stessi spazi (es: in chiesa durante la messa) non produce un senso di vicinanza tra i partecipanti; è la relazione, anche quella attraverso la connessione, che produce vicinanza, non la prossimità spaziale. Le “pratiche aggreganti” come il volontariato producono più vicinanza che la semplice condivisione degli spazi, confermando l’importanza della dimensione esperienziale, della concretezza dell’incontro personale, al di là delle mediazioni istituzionali. Quindi, anche da un punto di vista pastorale, non è tanto importante attirare le persone verso le chiese, ma incontrarle ed entrare in relazione, per costruire una vicinanza sulla cui base comunicare.

Sulla base dei risultati della ricerca sono stati indicati alcune possibili piste di approfondimento ulteriore (per esempio sul rapporto tra credenze, non necessariamente religiose, e usi/pratiche). In particolare è risultata particolarmente efficace la modalità di ingaggio attraverso la figura di “influenti” (come opinion leaders nel senso di Lazarsfeld, ovvero soggetti affini al gruppo – entro una logica alla pari e orizzontale - ma ai quali viene riconosciuta una particolare competenza che li rende autorevoli, degni di fiducia e di fatto capaci di orientare scelte e comportamenti). Questo aspetto emerso dalla ricerca spinge a un approfondimento della trasformazione del carisma in un mondo orizzontale come quello della rete e ai meccanismi di costruzione della fiducia. Temi importanti anche dal punto di vista pastorale, oltre che di etica della comunicazione.

Infine, a livello di conclusioni, sia in relazione ai risultati della ricerca che alla letteratura più recente su identità e web, si tracciano alcune opportunità e limiti delle “identità multiple” dei giovani nell’ambiente audio tattile, sottolineando la necessità di mantenere in tensione le due dimensioni (dell’ascolto, oltre che del contatto), per non essere totalmente risucchiati dalla logica dei dispositivi, ma “disporre” invece di un punto di riferimento esterno al web che consente l’apertura di uno spazio di libertà (cfr. relazione Pompili).



Prof. Ruggero Eugeni: nella Rete c’è la necessità di educare alla consapevolezza del tempo e dello spazio
di Giacomo Gambassi

I l 2 marzo di quest’anno, all’aeroporto di Francoforte, Arid Uka, un ragazzo musulmano d’origine albanese che vive in Germania compie una strage terroristica contro un bus dell’aviazione americana. Il ragazzo confessa di aver agito dopo aver visto su Youtube un video che testimonia lo stupro di alcuni soldati statunitensi su una ragazza in Iraq. Dopo quattro giorni il magazine

Spiegel tv scopre che il filmato è una sequenza del film «Redacted» di Brian de Palma. Ma la sequenza choc è stata inserita sul web senza alcun riferimento al resto, dando vita a «segmenti di racconto decontestualizzati », spiega Ruggero Eugeni, docente di semiotica dei media all’Università Cattolica di Milano, nella prima giornata del convegno «Abitanti digitali».

Ed è proprio questa una delle trasformazioni che le dimensioni dello spazio e del tempo hanno avuto su Internet: essere accompagnate da «forme narrative deboli», magari estrapolate dal contesto. Poi ci sono gli altri due «caratteri salienti» dell’esperienza web: l’immediatezza che concentra tutto su una «finestra del presente», sottolinea Eugeni; e la «messa in scena del sé attraverso l’intimità esposta e pubblica, seppur variamente graduata». Ecco perché c’è bisogno di «educare alla consapevolezza del tempo e dello spazio in Rete», come ben evidenzia il titolo della relazione.

Se davanti al computer le due dimensioni sono vissute come ambiti «della relazione» e «le con-trapposizioni tra virtuale e reale oppure locale e globale tendono a eclissarsi», allora serve «un ri-pensamento e una riformulazione riflessiva dell’esperienza relazionale immediata» perché l’incontro via web sia «funzionale a un progetto di umanesimo integrale», afferma il docente. Il che implica «un superamento del ’qui’ e ’ora’», «l’acquisizione di architetture narrative complesse e di un senso della lunga durata», «la selezione e il montaggio di esperienze relazionali qualitativamente superiori» e «un ritorno all’intimità».

Del resto la Rete è ormai sempre più pervasiva. Come mostrano i dati che Eugeni presenta. Nel 2010 otto famiglie italiane su dieci con un minore in casa hanno un computer; oltre sette su dieci l’accesso a Internet; e sei su dieci la banda larga. Ma proprio le tecnologie rischiano di diventare una barriera fra le generazioni se è vero - secondo le cifre Istat - che neppure un anziano su dieci (con più di 65 anni) ha pc e Internet. Anche perché la fascia d’età che si tuffa maggiormente in Rete è quella che va dai sei ai trentaquattro anni e lo fa soprattutto per le email (79% degli utenti) o apprendere (69%). Comunque sempre di più usano i social network (il 45% dei cybernauti) oppure partecipano a chat, forum o newsgroup. E di questo «desiderio di essere presenti » online la comunità cristiana è chiamata a tenere conto.


Prof. massimo Scaglioni: nuovi media capaci di fare comunità. La Chiesa impegnata nella sfida del dialogo
di Paolo Viana

Chiamatelo paradigma di Sohaib. Oppure di Abbotabad, perché la sostanza non cambia. È l’esempio da cui parte Massimo Scaglioni, docente di storia dei media all’Università Cattolica, per spiegare quali siano le opportunità e i rischi della convergenza dei media, ossia di quell’unione sempre più stringente fra mezzi di comunicazione tradizionali e nuovi media. Sohaib Athar è il consulente informatico che, abitando a pochi chilometri dalla casa di Osama Benladen ad Abbotabad, ha acquisito una notorietà planetaria dando la notizia del raid americano. Sohaib ha battuto i grandi media ma non è questo a farne un paradigma della superiorità dei new media. Al contrario, per Scaglioni, intervenuto ieri all’auditorium San Paolo, il caso di Sohaib dimostra che la «visibilità» della comunicazione diffusa, quella dei social network, dipende ancora dall’attenzione che gli riserva la comunicazione istituzionale. Del resto, oggi, l’ambiente massmediale è attraversato da flussi che si intersecano: quello verticale è proprio dei «mezzi istituzionali», come possono essere le grandi tv o i maggiori quotidiani; quello «diffuso» ha come perno lo scambio di informazioni dal basso, sull’esempio di Sohaib. E allora ecco la domanda: come cambia la comunicazione in un ambiente convergente dove tutto è connesso e le notizie rimbalzano come palline? Per comprenderlo Scaglioni fa ricorso ai paradigmi questi, veri paradigmi scientifici - di James Carey. Il primo è quello della «trasmissione». Il messaggio è come un pacco postale che va da un punto all’altro. Solo che fra i flussi della cultura digitale «si fa più fatica» perché non sappiamo come arriverà a destinazione e quali percorsi di senso farà. Il secondo paradigma richiama la «comunità».

«E oggi i media – afferma il docente – diventano strumenti di condivisione in modalità inedite: un programma televisivo viene frammentato, caricato su YouTube e condiviso attraverso Twitter e Facebook…».

Inoltre i mezzi di comunicazione offrono occasioni di commento come fossimo in piazza. «Una notizia diffusa dai media tradizionali diventa oggetto di discussione sui siti o sui social network». Di fronte a questo scenario, quali porte si aprono per la comunità cristiana?

Secondo Scaglioni, la Chiesa deve «accettare la sfida del dialogo» con una cultura «densa e diffusa».

Inoltre, se il sistema mediale permette di convergere, i mezzi di comunicazione cattolici in Italia «sono senz’altro un esempio importante di come si possa contribuire a fare comunità». E poi c’è la sfida educativa che si lega strettamente alla cultura digitale. Però l’approccio dovrà essere sereno «senza lasciarci soggiogare – conclude il docente – da ingenui entusiasmi o da ingiustificati allarmismi».


 
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