Un’italia che sulla rete viaggia due velocità. Se, infatti, l’uso di internet è in costante crescita e nelle ore passate su Facebook siamo secondi nel mondo solo al Brasile (e vantiamo il maggior numero di apparecchi idonei a ricevere in mobilità), se si guarda la diffusione della banda larga siamo «sull’orlo della retrocessione in serie B». Poi, per quanto riguarda la televisione, ancora il mezzo preferito per informarsi (per il 90%), non riesce a uscire di scena il modello generalista dei soliti player. Per questo urge aprire a nuovi attori con l’assegnazione di frequenze.
È quanto emerge dalla relazione annuale al Parlamento che il presidente dell’Autorità Garante per la comunicazioni Corrado Calabrò ha presentato ieri a Montecitorio. In un momento assai delicato per le sorti di tutto il comparto. Ma soprattutto per la Rai, attraversata da turbolenze politiche e di gestione e i cui vertici, dal nuovo direttore generale Lorenza Lei al presidente Paolo Garimberti, era in prima fila ad ascoltare le considerazioni del giurista. Intanto il primo allarme, quello sulla banda larga. La percentuale di abitazioni connesse, fa sapere il garante, è del 50% rispetto a una media europea del 61% (spesso privati e aziende non approfittano di offerte sempre più vantaggiose). E questo a fronte di 12 milioni di italiani che ormai navigano in rete dal telefonino e scaricano applicazioni che permettono di prenotare cinema, aerei e treni.
Ma senza la maggior disponibilità di frequenze «l’intasamento del traffico» nella telefonia mobile sarà «inevitabile», avverte Calabrò. È dunque più che mai necessaria e indifferibile la gara per l’assegnazione di ulteriori frequenze alle telecomunicazioni mobili prevista dalla legge di stabilità 2011». A tale proposito il presidente dell’authority auspica incentivi alle tv locali affinché liberino le frequenze non utili. Queste emittenti, infatti, sono «utili» e «necessarie», ma «solo se svolgono il loro compito» e «non si può consentire la manomorta delle frequenze ». Calabrò scatta poi una fotografia del settore televisivo. Anche qui dal punto di vista delle frequenze. E visto che impera ancora il modello generalista con «più o meno» in campo gli stessi attori, assume importanza centrale «la messa in gara (beauty contest) di cinque nuovi multiplex di frequenze televisive per il digitale terrestre». Senza di essa Bruxelles non chiuderà la procedura d’infrazione contro l’Italia. Nel 2010, certifica l’Agcom, il sistema tv italiano «cresce del 4,5%» e si consolida il modello a tre: Mediaset, i cui ricavi fanno un balzo in avanti dell’8,1%, rappresenta il 30,9% delle risorse complessive, Sky il 29,3%, Rai il 28,5%. Oltre all’evasione del canone (vedi box) sulla tv pubblica pesa la mancata riforma, che il numero uno dell’Agcom invoca da tempo: Calabrò consiglia «un sistema di governance duale, separando la funzione di servizio pubblico da quella più a vocazione commerciale». Ma, accusa, è una riforma «scomoda» invisa «ai partiti che albergano nell’azienda» e «ai concorrenti che mal vedono una Rai più competitiva ». Da Calabrò arriva, però, anche una stoccata a viale Mazzini, che «dovrebbe avere maggiore considerazione per la qualità del servizio. Purtroppo arrestare il declino della tv pubblica è una priorità non percepita come tale».
La relazione fa anche il punto sull’editoria. «Valorizzare i contenuti on line» è la ricetta anti-crisi suggerita, alla luce del boom della raccolta pubblicitaria sul web (che sfiora il miliardo di euro) nella quale però è Google a fare la parte del leone, con il 30-35% dei ricavi. In chiusura, dopo le polemiche legate alle sanzioni in materia di par condicio per le amministrative, Calabrò rivendica terzietà: «Abbiamo dimostrato in modo palmare la nostra indipendenza», garantendo «anche chi con supponenza afferma che l’Agcom è lottizzata dai partiti». |