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«Tv di qualità? Alla politica non interessa»
Il presidente dell’Agcom Calabrò accusa i partiti che «albergano nella Rai». Allarme sulla diffusione della banda larga: «Siamo sull’orlo della serie B». Di Gianni Santamaria dal sito di Avvenire del 15/6/11

Un’italia che sulla rete viaggia due velocità. Se, infatti, l’uso di in­ternet è in costante crescita e nelle ore passate su Facebook siamo se­condi nel mondo solo al Brasile (e van­tiamo il maggior numero di apparecchi idonei a ricevere in mobilità), se si guar­da la diffusione della banda larga siamo «sull’orlo della retrocessione in serie B». Poi, per quanto riguarda la televisione, ancora il mezzo preferito per informar­si (per il 90%), non riesce a uscire di sce­na il modello generalista dei soliti player. Per questo urge aprire a nuovi attori con l’assegnazione di frequenze.

È quanto emerge dalla relazione annua­le al Parlamento che il presidente del­l’Autorità Garante per la comunicazioni Corrado Calabrò ha presentato ieri a Montecitorio. In un momento assai de­licato per le sorti di tutto il comparto. Ma soprattutto per la Rai, attraversata da tur­bolenze politiche e di gestione e i cui ver­tici, dal nuovo direttore generale Loren­za Lei al presidente Paolo Garimberti, e­ra in prima fila ad ascoltare le conside­razioni del giurista. Intanto il primo allarme, quello sulla banda larga. La percentuale di abitazio­ni connesse, fa sapere il garante, è del 50% rispetto a una media europea del 61% (spesso privati e aziende non ap­profittano di offerte sempre più vantag­giose). E questo a fronte di 12 milioni di italiani che ormai navigano in rete dal telefonino e scaricano applicazioni che permettono di prenotare cinema, aerei e treni.

Ma senza la maggior disponibilità di fre­quenze «l’intasamento del traffico» nel­la telefonia mobile sarà «inevitabile», av­verte Calabrò. È dunque più che mai ne­cessaria e indifferibile la gara per l’asse­gnazione di ulteriori frequenze alle tele­comunicazioni mobili prevista dalla leg­ge di stabilità 2011». A tale proposito il presidente dell’authority auspica incen­tivi alle tv locali affinché liberino le fre­quenze non utili. Queste emittenti, in­fatti, sono «utili» e «necessarie», ma «so­lo se svolgono il loro compito» e «non si può consentire la manomorta delle fre­quenze ». Calabrò scatta poi una fotografia del set­tore televisivo. Anche qui dal punto di vi­sta delle frequenze. E visto che impera ancora il modello generalista con «più o meno» in campo gli stessi attori, assume importanza centrale «la messa in gara (beauty contest) di cinque nuovi multi­plex di frequenze televisive per il digita­le terrestre». Senza di essa Bruxelles non chiuderà la procedura d’infrazione con­tro l’Italia. Nel 2010, certifica l’Agcom, il sistema tv italiano «cresce del 4,5%» e si consolida il modello a tre: Mediaset, i cui ricavi fan­no un balzo in avanti dell’8,1%, rappre­senta il 30,9% delle risorse complessive, Sky il 29,3%, Rai il 28,5%. Oltre all’eva­sione del canone (vedi box) sulla tv pub­blica pesa la mancata riforma, che il nu­mero uno dell’Agcom invoca da tempo: Calabrò consiglia «un sistema di gover­nance duale, separando la funzione di servizio pubblico da quella più a voca­zione commerciale». Ma, accusa, è una riforma «scomoda» invisa «ai partiti che albergano nell’azienda» e «ai concorrenti che mal vedono una Rai più competiti­va ». Da Calabrò arriva, però, anche una stoccata a viale Mazzini, che «dovrebbe avere maggiore considerazione per la qualità del servizio. Purtroppo arrestare il declino della tv pubblica è una priorità non percepita come tale».

La relazione fa anche il punto sull’edito­ria. «Valorizzare i contenuti on line» è la ricetta anti-crisi suggerita, alla luce del boom della raccolta pubblicitaria sul web (che sfiora il miliardo di euro) nella qua­le però è Google a fare la parte del leone, con il 30-35% dei ricavi. In chiusura, do­po le polemiche legate alle sanzioni in materia di par condicio per le ammini­­strative, Calabrò rivendica terzietà: «Ab­biamo dimostrato in modo palmare la nostra indipendenza», garantendo «an­che chi con supponenza afferma che l’Agcom è lottizzata dai partiti».

 
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