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“Spioni elettronici”, addio alla privacy?
Ma la protezione dei dati sensibili passa anche dalla nostra coscienza critica. Di Lorenzo Lattanzi dal settimanale diocesano EMMAUS n. 27 del 9/7/2011.
Il garante per la protezione dei dati personali Francesco Pizzetti, nel rapporto dell’authority per il 2010, delinea un quadro piuttosto allarmante. Dal 31 dicembre 1996, quando venne approvata la legge 675 sulla Privacy, è divenuta abitudine compilare e firmare moduli per dare o meno il consenso al trattamento dei nostri dati personali e, sebbene qualcuno inizialmente provasse a chiedere se tale procedura fosse davvero necessaria, ci siamo rassegnati all’idea che per beneficiare di un determinato servizio bisogna sempre consentirne l’uso. Oggi con l’avvento dei social network, degli smartphone e la consultazione crescente di motori di ricerca tipo google «siamo diventati tutti come Pollicino, lasciamo tracce ovunque», è la denuncia dello stesso Pizzetti.
La geolocalizzazione, ovvero la possibilità per i telefonini e per i tablet di ultima generazione di registrare e utilizzare i dati dei nostri spostamenti, così come gli esiti delle nostre navigazioni sul web vengono tutti conservati nei database degli operatori della rete non solo per migliorare le prestazioni e la velocità di connessione ma anche, e soprattutto, per propinarci una pubblicità “su misura”, dunque più efficace. Le nostre amicizie, le abitudini, gli interessi, i viaggi, persino il nostro umore o la situazione sentimentale costituiscono il nostro profiling, che si delinea progressivamente con i dati o i messaggi che inseriamo nei vari social network e specialmente attraverso l’uso disinvolto del tasto “mi piace”, ormai presente nella maggior parte dei siti.
Come ogni questione inerente le nuove tecnologie gli esperti si dividono: da un lato gli apocalittici che profetizzano un futuro in cui tutti saranno schedati dalle potenti major della rete che già guadagnano alle nostre spalle con l’acquisto e la vendita dei “profili” alle agenzie pubblicitarie e - qualcuno insinua - addirittura ai servizi segreti; dall’altro lato i tecno-ottimisti che considerano il profiling il prezzo da pagare per il miglioramento delle performances tecnologiche, cui conseguono maggiori opportunità di lavoro e l’ampliamento del mercato grazie allo sviluppo di una pubblicità più mirata.
Per proteggere i cittadini da potenziali discriminazioni e per la tutela dall’utilizzo spregiudicato da parte di terzi dei dati personali, specialmente di quelli “sensibili” (salute, abitudini sessuali, orientamento religioso e politico ecc.), nel 2010 e nei primi mesi del 2011 le sanzioni comminate dall’Authority hanno superato i quattro milioni di euro.
Ma la lotta tra il diritto alla privacy e gli escamotage tecnologici per infrangerlo è impari. Quanti utenti leggono attentamente le condizioni d’uso e di rispetto della privacy delle varie applicazioni proposte dal web, dai social network o dalla telefonia mobile di ultima generazione? Abbiamo mai considerato che l’eccessiva curiosità suscitata da particolari piccanti o scabrosi pubblicati e trasmessi nei talk show televisivi di seconda serata, riferiti a delitti irrisolti o a intercettazioni telefoniche senza alcun rilievo penale, di fatto incoraggia comportamenti che non rispettano la privacy?
Sarà sempre più difficile difendersi dall’assedio degli “spioni elettronici” ed è urgente educare a un uso consapevole dei media, orientando i giovani ad un approccio meno ingenuo coi mezzi di comunicazione. Ma resterà comunque a carico degli adulti, anche quando viene calpestata la loro privacy, la responsabilità nel dare il buon esempio.
 
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