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| Una sfida entusiasmante vivere il web da cristiani |
Pieno successo del convegno CEI di Macerata “Abitanti digitali”. Di Vincenzo Franceschi
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“E’ un abbaglio pensare che ci sia un’incompatibilità strutturale tra i nuovi linguaggi digitali e il messaggio senza tempo, e per tutti i tempi, della Chiesa”. Monsignor Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, con queste parole, ha aperto a Macerata il convegno nazionale «Abitanti digitali» che si è tenuto dal 19 al 21 maggio.
“Da Testimoni digitali, il cammino fin qui non è stato così scontato - ha tenuto a precisare Monsignor Pompili - il grande appuntamento dello scorso anno è servito ad offrire un’interpretazione della rete non più vista in contrapposizione alla realtà. Adesso è arrivato il momento di condividere riflessioni ed esperienze ecclesiali rispetto ai modi di abitare questo nuovo spazio. Il web è governato dai rapporti alla pari, per questo conta l’autorevolezza di chi parla con credibilità, che si traduce nel partire dall’esperienza per costruire anche online spazi a misura d’uomo ispirati al bene comune”.
La prima giornata dei lavori, con oltre 250 partecipanti, fra direttori degli uffici diocesani, operatori dei media e webmaster si è tenuta nell’ex chiesa di San Paolo, auditorium della facoltà di giurisprudenza di Macerata.
“La comunità cristiana non intende battere in ritirata, anzi punta a comprendere lo specifico di questo ambiente” ha evidenziato don Ivan Maffeis, vicedirettore dell’Ufficio Cei per le comunicazioni sociali, nella sua introduzione. Un “verbo programmatico”, lo definisce Pompili. Nel senso che “significa dare forma al mondo con uno stile responsabile”. In pratica, il modo di abitare la rete - che poi rimanda al vivere - ha a che fare “con la questione del senso, dell’identità, della relazione”.
Il Convegno di Macerata (che rientra negli eventi che preparano al Congresso eucaristico nazionale in programma ad Ancona del 3 all’11 settembre prossimi) si inserisce nel cammino della Chiesa italiana “per rilanciare e sviluppare una nuova intelligenza della fede”, ha affermato Mons. Claudio Giuliodori, vescovo di Macerata, nella veste di padrone di casa e di presidente della Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, che ha tenuto a precisare: “I convegni promossi ed organizzati dalla Chiesa nel corso degli ultimi anni potrebbero farci immaginare come proiettati a inseguire linguaggi e mode dei media. Invece - ha concluso il vescovo - il percorso è quello di educare da cristiani alla piena cittadinanza in questo nuovo mondo digitale, conservando le prerogative della dignità umana e sviluppando una più intensa esperienza spirituale”.
“La comunità cristiana ha bisogno di testimoni per dialogare con quella generazione fra i 18 e i 24 anni che è sempre connessa. Ciò che i ragazzi cercano è la relazione: nelle palestre o nei pub, dove si spende il tempo libero lontano dal computer, oppure sui social network, ogni volta che si è in Rete. E questo dimostra come prevalga l’uso sociale della tecnologia”, ha sottolineato invece Chiara Giaccardi, docente di sociologia e antropologia dei media alla Cattolica di Milano.
Cio’ che emerso durante la seconda giornata dei lavori, incentrata soprattutto sul rapporto fra giovani e media, è che in fondo i ragazzi sono affascinati dall’ “ebbrezza della velocità” che la connessione permanente riesce a offrire. Ma i giovani non sono chiusi al mistero. Anzi, secondo un’indagine dell’Università Cattolica, più della metà dei ragazzi in Rete si definisce credente e nove su dieci sono persuasi che esista l’aldilà. Una disponibilità al religioso che può essere un aggancio nell’incontro con il Cristianesimo. Comunque serve fare un passo ulteriore: di fronte a “identità a mosaico” in cui i volti della stessa persona cambiano in base al mezzo che usa, lasciando dentro di sé un senso di ansia, occorre valorizzare il “silenzio digitale”, ossia staccare la spina di Internet. Lo chiedono in prima battuta i cybernauti credenti. “Quando si è continuamente bombardati dalla Rete – afferma Chiara Giaccardi – non abbiamo la possibilità di meditare e andare oltre l’immediato che è proprio dello spazio digitale”. Soltanto interrompendo la connessione scaturirà la riflessione che, è la vera e propria condizione della libertà. I “nativi digitali” cioè coloro che sono nati avendo già a disposizione la “rete”, sono affamati di relazioni e tutt’altro che chiusi nei confronti della dimensione religiosa o trascendente.
Vivere il web da cristiani significa “offrire un filo di Arianna nei labirinti digitali”, con questo richiamo mitologico il vescovo di Macerata Claudio Giuliodori, ha dunque indicato il compito che attende i direttori degli Uffici diocesani per le comunicazioni sociali, gli operatori dei media e i webmaster che coordinano i siti cattolici.
Mons. Domenico Pompili ha indicato inoltre che il fitto dialogo con i direttori degli Uffici diocesani, incontri sul territorio, collaborazioni con le associazioni, valorizzazione degli animatori della comunicazione e della cultura, saranno i prossimi passi che la Chiesa dovrà compiere per continuare il cammino fin qui intrapreso. Un cammino che si basa sulla parola-chiave della tregiorni: “abitare”, che può essere declinato anche come “risposta da cui emerge l’’aver cura”, afferma don Ivan Maffeis, introducendo i lavori dell’ultima giornata. È l’impegno che anima i media ecclesiali italiani alle prese con la convergenza digitale. “Serve che sia riconoscibile la nostra identità profonda che poi è uno sguardo sull’uomo educato alla luce del Vangelo”, ha affermato Francesco Ognibene, ca-poredattore di Avvenire.
Della sfida di educare le persone a “riscoprire il volto dell’altro” ha parlato Saverio Simonelli, re-sponsabile dei programmi culturali di Tv2000, quando invita ad arginare la “deriva verso il tribalismo che oggi numerosi media propongono”. Essenziale resta il ruolo dell’informazione e del giornalismo che, come ha chiarito Paolo Bustaffa, direttore dell’agenzia Sir, “può uscire dall’autoreferenzialità grazie al confronto con le nuove tecnologie”. Certo, ha aggiunto Bustaffa rivolgendosi ai partecipanti, c’è bisogno anche di “un laicato preparato” in quanto “la comunicazione è l’altro nome della missione”. Internet può essere un’ulteriore opportunità per “essere prossimi al territorio anche sulle autostrade telematiche”.
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