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| Strada firmata? No, grazie |
Sempre più comuni erigono cartelli (inutili) per rimarcare i propri interventi. Un’ansia di apparire che la politica ha preso a prestito dai linguaggi del mercato e della pubblicità e che non contribuisce a rafforzare la credibilità di chi amministra. Di Luciano Moia da Avvenire 30/7/11
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Sono annunci dal tono orgoglioso e dal sapore un po’ localista. Spuntano ovunque, qui nella provincia profonda del Nord, dove le amministrazioni del territorio – soprattutto in questa stagione di bilanci all’osso – ci tengono comunque a proclamare il loro efficientismo gagliardo, capace di dire, fare e, soprattutto, prendere le distanze dalle abitudini ’romane’, guardate in ogni caso con un pizzico di sospetto, chiunque sia l’inquilino pro tempore dei grandi palazzi. Affronti una rotatoria di fresca costruzione? Ti inoltri per un vialetto ingentilito da alberelli un po’ tremolanti? Ti soffermi a guardare un’aiuola pensata con stravaganti geometrie da qualche archistar di gusto nostrano? Ecco l’immancabile cartello tormentone: «Lavori eseguiti dalla Provincia di..., dal Comune di...». Non c’è scampo. Nessuno, neppure i responsabili della più modesta amministrazione padana, del Comune montano più piccolo e defilato rinunciano a far sapere al mondo che quell’asfaltatura, quel marciapiede con un vezzoso cordolo di mattoni rossi, quelle panchine in serizzo disposte a semicerchio intorno a un minuscolo parco giochi, ebbene sì, sono state proprio costruite grazie al solerte e illuminato intervento pubblico locale. Certo, viaggiando da un Comune all’altro, da una rotatoria all’altra, qualche dubbio può sorgere. L’ignaro automobilista potrebbe chiedersi, ad esempio, la ragione e l’utilità di quei ripetuti tazebao che vanno ad infoltire, e spesso a complicare, il già intricato cespuglio della segnaletica verticale. Se la piastrellatura in porfido naturale di quel vialetto all’imbocco del municipio è stato realizzato, poniamo, nel Comune di Pieve di Soligo, provincia di Treviso, mentre quella lunga fioriera in blocchi di marmo grezzo sorprende i visitatori all’ingresso di Saluzzo, provincia di Cuneo, chi mai potrà fare confusione? Siamo nel Trevigiano, siamo nel Cuneese? Ebbene, tutto quanto di positivo, gradevole, efficiente e utile offrono viabilità, sicurezza e arredo urbano va attribuito a quel Comune e a quell’amministrazione provinciale. Che bisogno c’è di annunciarlo a ogni incrocio?
Non è solo una questione di risparmio. Un paletto di ferro e un cartello non presentano costi tali da impensierire neppure il sindaco del Comune più squattrinato. Il problema è invece di altro tipo. Educativo, verrebbe quasi da dire.
Che effetto farebbe un cartello sulla porta di casa con l’annuncio: «Qui il pane lo acquistiamo noi. E paghiamo anche le bollette. Firmato, famiglia Brambilla».
Inutile no? Se non paradossale. Allo stesso modo il pubblico amministratore che sente il bisogno di inalberare all’ingresso del suo territorio le prove, vere o presunte, della propria operosità, mostra che qualcosa si è spezzato in quel delicato equilibrio che costruisce l’etica pubblica, cioè il rapporto fiduciario tra amministratori e amministrati. Quei cartelli, che vorrebbero essere una patente di efficienza, rischiano di diventare la prova dell’agire di un tarlo insidioso. Un’ansia di apparire che la politica ha preso a prestito dai linguaggi del mercato e della pubblicità e che non contribuisce a rafforzare la credibilità di chi amministra. Perché chi non perde l’occasione per ribadire ossessivamente i risultati del suo lavoro, quando gli effetti di quell’operato sono comunque, nel bene o nel male, sotto gli occhi di tutti, finisce con l’apparire pleonastico, se non ridicolo o in malafede. Insomma, via quei cartelli.
Anche i piccoli gesti di coerenza e di buon gusto possono contribuire a recuperare un po’ di quella fiducia verso la cosa pubblica che in questi anni alcuni amministratori sono riusciti a intaccare gravemente.
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