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In tv il valore del matrimonio
«Troppe fiction propongono con leggerezza il modello delle famiglie aperte, che hanno effetti devastanti sui figli». L’ultimo film di Pupi Avati, "Il cuore grande delle ragazze", sarà nelle sale l’11 novembre. Per il 2012, Avati sarà sul set a ottobre per le riprese della serie tv "Un matrimonio". Saranno sei puntate targate Rai Fiction in onda su Raiuno. Di Angela Calvini da Avvenire del 12/8/11

« Nelle fiction si vedono sempre famiglie allar­gate, io vado contro­corrente e porto in tv un matrimonio indissolubile, come quello dei miei genitori e il mio». Pupi Avati si sta go­dendo finalmente qualche giorno di vacanza, dopo aver terminato il mon­taggio del suo ultimo film, Il cuore grande delle ragazze nelle sale l’11 no­vembre, e prima del ritorno sul set a ottobre per le riprese della serie tv Un matrimonio . Saranno sei puntate tar­gate Rai Fiction in onda su Raiuno nel 2012. Nel cast Micaela Ramazzotti, Flavio Parenti e Cristian De Sica. 

Avati, per il suo ritorno in tv, lei pro­pone una famiglia che è il contrario dei «Cesaroni» o di «Tutti pazzi per a­more ».
 
Racconto 50 anni di storia italiana at­traverso la vita di una coppia, e lo fac­cio dall’alto della mia esperienza do­po 48 anni di matrimonio. Mi sembra che parlare di matrimonio sia im­proprio, in certi casi addirittura scor­retto, da parte di chi lo ha vissuto con la frettolosità di accedervi presto e di liberarsene altrettanto in fretta. Oggi si guarda al matrimonio con una sor­ta di diffidenza, come a qualche co­sa di anacronistico. Anche i modelli proposti dalla cosiddetta ’tv evolu­ta’ mostrano contesti familiari mol­to molto aperti, in cui le opportunità di trovare delle soluzioni sono infini­te, senza considerare invece che nel­la realtà i figli poi ne subiscono con­seguenze devastanti. 

Quali sono gli ingredienti che han­no fatto durare il suo di matrimo­nio?

Bisogna essere consapevoli che il ma­trimonio è il mestiere più difficile del mondo, farlo durare tanti anni è fati­cosissimo. Il mio ha vissuto tutte le turbolenze del matrimonio lungo, tutte le seduttività proposte dall’e­sterno, passando tutta una serie di verifiche per poi uscirne sempre più irrobustito nella convinzione che ho accanto a me una persona insosti­tuibile. Mia moglie è una donna com­plicata, difficile, io sono un marito in­sopportabile, litighiamo spesso, ma la conoscenza reciproca è così profon­da che lei è lo scrigno all’interno del quale si racchiude tutta la mia me­moria. Nessuno al mondo sa di me quanto sa lei, e viceversa. La riuscita del matrimonio è nella complemen­tarietà.

Non sarà stato semplice vivere ac­canto a un artista come lei. 
Mia moglie non si è mai piegata to­talmente al marito in carriera. Anzi, lei mi ha sempre preso in giro. Ogni volta che tornavo a casa dal set, mi ha riportato con i piedi per terra, mi ha aiutato a mantenere un rapporto con la normalità. E avere figli e nipoti, mi fa vivere nella responsabilità. Anche i figli sono stati una delle ragioni for­ti del preservare il nostro matrimonio. Penso che oggi uno, prima di butta­re all’aria egoisticamente una situa­zione familiare con i figli, privandoli di una figura genitoriale, debba farsi un esame di coscienza e risponder­si: non ne ho il diritto. 

Genitori e figli: nella fiction si me­scolano i matrimoni di suo padre e sua madre e il suo.
 
La fiction inizia dalla chiesa di San Giuseppe dove due coniugi settantenni deci­dono di risposar­si dopo 50 anni di matrimonio. Poi inizia il flash­back. Si parte dalla storia dei miei genitori, l’ostinata vicenda di due ragazzi che si conoscono nel 1948: papà rampollo della medio-al­ta borghesia bolognese, mamma dat­tilografa figlia di operai. E io do gran­dissimo valore al fatto di essere figlio di due contesti sociali così difformi.

Nel 1955 si sposano, nel 2005, fe­steggiano le nozze d’oro. L’inizio spetta ai miei genitori, poi piano pia­no mi sostituisco io. Loro sono stati una lezione di vita: ancora oggi a 72 anni, quando devo affrontare delle decisioni in cui occorre molto buon senso, penso a come si comporte­rebbero miei genitori. 

Ma per lei quanto vale il matrimo­nio come sacramento?
 
Oggi il fatto che diminuiscano i ma­trimoni in chiesa è un segno di quel relativismo etico denunciato da Be­nedetto XVI. Ognuno di noi si fa la sua morale «prêt à porter» che gli per­metta di avere tutti i vantaggi, rispet­tando le leggi, ma non la coscienza.

Se noi rimettessimo in campo i Die­ci Comandamenti, invece, avremmo una società civile di altissimo profi­lo. Io sono uno di quei credenti che tutti i giorni deve rimettere in piedi la loro fede: ma io ho bisogno di es­sere credente, è una necessità confi­dare in una complicita in qualcuno che mi trascende, mi accompagna, mi da forza, mi aiuta a vivere. Mi da forza anche sapere che la nostra u­nione è stata benedetta. Nel matri­monio sono gli sposi stessi che cele­brano il sacramento nel promettersi davanti a Dio: io questa promessa l’ho fatta 48 anni fa, cerco di essere coerente. 

E che Italia vien fuori dalla sua fic­tion?

L’Italia vista dall’osservatorio specia­le della gente normale. Nei libri di sto­ria e anche in tv si raccontano sem­pre grandi eventi, grandi personaggi. Raramente quello che pensa la gen­te comune: è con i loro occhi che guarderò il dopoguerra, l’Italia in gi­nocchio, la ricostruzione, i moti de­gli anni 70, la strage della stazione di Bologna. 

Nel cast di nuovo Christian De Sica e Micaela Ramazzotti, ambedue già protagonisti dei suoi film

De Sica interpreta mio nonno, un personaggio della Bologna bene, molto pittoresco, affascinante, che assomigliava a certi personaggi di suo padre Vittorio. Splendido e pieno di debiti che lasciò sulle spalle di mio padre anche due sorelle, una madre e una zia da mantenere. Lui trovò aiu­to in mia madre, una donna forte e concreta a cui la Ramazzotti, una del­le migliori attrici che abbia incontra­to nella mia vita, da sensibilità e for­za straordinaria, interpretandola dai 20 ai 70 anni. 

Appare anche il tema dell’adozione.

Mi ispiro a un episodio vero di un’al­tra famiglia. La coppia nella fiction, dopo due figli maschi adotterà in or­fanotrofio una bambina poliomeliti­ca sulla sedia a rotelle. Un gesto eno­rome: oggi quella bimba è una psi­chiatra molto affermata a Bologna. Ed è lei che nella fiction racconta la storia.
 
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