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Educare: sui media è possibile
Educare significa anzitutto renderci consapevoli del mondo in cui viviamo. Con i suoi modelli di pensiero e stili di vita. I suoi riti e i suoi miti. Un’impresa che richiede un’alleanza tra famiglie L’importanza di suggerire letture, ascolti e visioni di qualità, vagliando prima cosa propone il mercato. Di Umberto Folena da Avvenire del 20/9/11
Alla «materia oscura», del cosmo e della cronaca, non si sfugge. Non ce la fanno vedere, ma esiste. E allora...

Anche all’educazione non si scappa. Se pure ti rifiuti di educare, in quel momento la tua assenza e il tuo silenzio diseducano. Per questo non ha senso, in parrocchia, domandarsi: dobbiamo essere educatori o no? Il cardinale Angelo Bagnasco, presentando il 4 ottobre dell’anno scorso gli Orientamenti pastorali del decennio («Educare alla vita buona del Vangelo»), avvertiva: «Non c’è nulla, nella nostra azione, che non abbia una significativa valenza educativa». Nulla. Ossia tutto finisce per avere un valore educativo, ci piaccia o no.

Ma educare significa anzitutto renderci, insieme, consapevoli del mondo in cui viviamo. Con i suoi modelli di pensiero e stili di vita. I suoi riti e i suoi miti.

Per poter essere fedeli laici consapevoli e liberi. E i mass media sono decisivi: impossibile ignorarli, se sono i primi veicoli di quei modelli e quegli stili. Gli Orientamenti parlano chiaro: «L’impresa educativa richiede un’alleanza fra i diversi soggetti. Perciò sarà importante aiutare le famiglie a interagire con i media in modo corretto e costruttivo». Sarà importante, aggiungiamo noi, suggerire letture, ascolti e visioni di qualità; offrire valutazioni schiette di quanto il mercato propone. «Inoltre – proseguono gli Orientamenti – si rivela indispensabile l’apporto dei mezzi della comunicazione promossi dalla comunità cristiana (tv, radio, giornali, siti Internet, sale della comunità) e l’impegno educativo negli itinerari di formazione proposti dalle realtà ecclesiali». Già, ma chi farà tutto questo? Chi, se ai parroci è folle pensare di affibbiare nuovi incarichi e molte, troppe comunità parrocchiali hanno una vita pianificata al secondo e al millimetro, e la proposta di un cambiamento sia pur minimo le getta nel panico? «Un ruolo importante potrà essere svolto dagli animatori della comunicazione e della cultura, che si stanno diffondendo nelle nostre comunità, secondo le indicazioni contenute nel Direttorio sulle comunicazioni sociali».

Saranno gli animatori a pensare e a fare, per primi, invitando la comunità parrocchiale a pensare e a fare a sua volta. Da dove cominciare? Ad esempio, illuminando la «materia oscura» dell’universo della comunicazione. I mass media non sono molto diversi dal cosmo. Quella che vediamo, e comunque stentiamo a riconoscere, è una porzione minima dei fatti e delle storie; crediamo di conoscere il mondo, ma dovremmo sapere che i media sanno illuminare (anche perché così a loro piace) solo una porzione della cronaca, quella più attraente e «vendibile». Il resto, tutto il resto, l’enormità del resto rimane immerso nel buio, invisibile. Eppure c’è e lo sappiamo, come sappiamo che la stragrande maggioranza della materia che compone l’universo sfugge ai nostri occhi e ai nostri strumenti.

Eppure i media d’ispirazione cattolica hanno per vocazione l’indagine sulla «materia oscura» della cronaca, sui fatti mai raccontati, soprattutto sul bene e sul virtuoso di cui gli uomini, nonostante le apparenze, sono capaci. Si tratta, questi nostri media, di conoscerli e farli conoscere.

Usarli, criticarli, se opportuno. Sostenerli, se pensiamo possano fare il bene non solo nostro personale, ma dell’intera società. Sapendo di poter contare su Avvenire e le sue energie. Gli animatori della comunicazione e della cultura non sono soli.
 
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