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| Il pubblico tv merita pił rispetto |
Di Mirella Poggialini dalla rubrica l’Indice da Avvenire del 28/9/11
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Ci sono le sentenze. E ci sono le parole, definizioni che toccano il nocciolo delle questioni. E ci sono gli spettatori, che seguono il programma – introdotto nel Pomeriggio 5 con ampie spiegazioni di Barbara D’Urso – cercando quei dettagli di ’diversità’ che dovrebbero spiegare come Baila di Canale 5 sia diverso, nel suo svolgersi, da Ballando con le stelle di Raiuno. Problemi di «plagio», di «copia». Di «contraffazione» – leggi ’tarocco’, che offende l’utente che si sente posto di fronte a un potenziale Vu’ cumprà – di «imitazione» o di «genere », come sostiene Cenci, il regista-autore bifronte che riesce comunque a piazzare i suoi prodotti sulle generaliste rivali? E, al di là della definizione, c’è una sentenza disattesa, non cosa da poco: e c’è, d’altra parte, finalmente una sentenza, «meglio tardi che mai», a metter ordine in un confuso ma radicato panorama televisivo in cui il copyright è un’utopia e il raddoppiare – triplicare, moltiplicare all’infinito…– è la regola. Senza che, finora, in questa duplicazione costante e assillante lo spettatore abbia manifestato ostilità o sdegno: anzi coinvolto, in quest’ansia di omologazione che punisce l’originalità come un peccato, in un costante confronto che ha il gusto del derby, il premio dell’auditel che fa da giudice inappellabile e il risultato di una strisciante noia che invade lo schermo come un fumo tossico. Le idee, se ci sono, sono tenute da parte, a favore della committenza esterna di specialisti dei format stranieri: e di idee invece lo spettacolo si nutre, se vuol davvero offrire qualcosa di buono, attrarre e coinvolgere, al di là del clima da rissa. Dietro, l’ombra degli sponsor e del loro potere: guardate gente, guardate e votate. Di quel che pensate non ci interessa: la carta igienica, si fa per dire, e le auto di lusso dagli spot strepitosi sono i veri registi di questa nostra tv.
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