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La comprensione della storia alla luce della fede cattolica
Intervista a Dario Edoardo Viganò, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo, nel centenario della nascita di Diego Fabbri. “Lavorare nel mondo della cultura, partendo da una visione cristiana, significa non abbandonarsi all’estetica del bello, ma tendere alla ricerca della spiritualità”. Di Matteo Basel
Un’era iconica in massimo grado, la nostra, mentre ogni oggetto commerciale porta in sé sigilli visivi, che rimandano a idoli, modelli, controspecchi di friabile gesso. Resistono, tuttavia, nelle coscienze più avvertite, memorie di altre impronte, di altri maestri di vita, che con l’attuale Kulturmarkt nulla posseggono in comune, restando però vivi e presenti. Così è il caso d’un passaggio di testimone, quasi fatale, quello tra Diego Fabbri, autore drammatico fra i più significativi della generazione postpirandelliana, e Dario Edoardo Viganò, autore di numerosi studi sul rapporto tra mondo cattolico e media e Presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo. Entrambi attivi sulla scena culturale italiana, tra le difficoltà che sempre incontrano gli intellettuali cattolici, oggi, nella ricorrenza del centenario della nascita del forlivese Fabbri, percepiamo il primato dello stampo su ogni altra potenza. Di tale marchio etico, morale, intellettuale, e di cosa esso significhi nel contemporaneo magazzino di calchi, che hanno perduto i loro stampi, parliamo con il professor Viganò.

Da anni in prima linea sui temi della comunicazione, lei condivide con Diego Fabbri la volontà di affrontare le questioni più brucianti alla luce della fede cattolica. Qual è, oggi, il lascito dell’autore di “Processo a Gesù”?
“Il passaggio tra gli anni Cinquanta e Sessanta, e il momento storico che stiamo vivendo, hanno alcuni elementi che accomunano la riflessione degli intellettuali del mondo cattolico: in quegli anni il passaggio da una cultura ad alta densità cristiana ad una concezione della vita mutuata dai modelli d’oltreoceano (basti pensare alla seduzione degli stili di vita con la Hollywood sul Tevere o la rappresentazione delle donne sui settimanali femminili); oggi la fatica di comprendere come si debbano declinare le forme storiche della presenza della Chiesa nella società. Credo non sia un caso che proprio oggi assistiamo a una riscoperta dello scrittore cattolico forse più atipico e controverso che si conosca. Fabbri ha avuto la forza intellettuale di esprimere un giudizio della storia a partire dalla propria profonda esperienza di credente. E’ quanto attende anche noi e il nostro lavoro”.


Si riferisce a qualche ambito in particolare?
“Penso anzitutto alla società. Una presenza e un impegno che, come ricorda il Papa, non si esaurisca in un condiviso umanesimo ma si alimenti continuamente della vita di Cristo. Del resto, ai discepoli, Gesù non domanda di amare, ma di amare con la qualità dell’amore di Dio: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”.
Coltivare dunque un atteggiamento che sappia accogliere e insieme sappia indicare il cuore del mistero della forza che muove l’intero popolo di Dio. Si tratta di rinnovare la parola della profezia che è quella che abilita la comprensione della storia a partire dallo sguardo di Dio. E’ quanto Diego Fabbri, intellettuale a disagio nella sua epoca, ha cercato di compiere.

Da Presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo, carica ereditata da Fabbri, a capo del Centro Cattolico Cinematografico fino al 1950, quali innovazioni ha introdotto?
“Dagli anni Cinquanta all’inizio del terzo millennio è un tratto di storia che, sul piano delle tecnologie comunicative, rappresenta quasi un’eternità. Oggi la Fondazione è impegnata con una presenza molto importante sulla Rete. C’è il sito della Fondazione – che numerosi utenti trovano accattivante sul piano della grafica e dei contenuti – in cui la nostra community trova ogni giorno notizie e curiosità.
In tale spazio ci si confronta sulla cine-economia, settore al quale prestiamo un’attenzione particolare con il nostro portale “Cineconomy.com”, per offrire agli utenti una visione organica del Mercato e dell’Industria del Cinema in Italia, dove pubblichiamo ogni anno il Rapporto edito dalla Fondazione, scaricabile dal portale gratuitamente, e viene dato inoltre spazio agli eventi editoriali e culturali curati dall’Ente.
Sul web si trova, inoltre, “Cinematografo.it”, sito ideato per diffondere al meglio la cultura cattolica attraverso il grande schermo, con aggiornamenti quotidiani sul mondo del cinema, recensioni e approfondimenti, e il servizio giornaliero di rassegna stampa, che raccoglie – articolandole in varie sezioni – tutti gli articoli sul cinema pubblicati sulle principali testate internazionali, nazionali e locali.
Altro aspetto importante è l’attenzione che riponiamo al settore Educational: dalle scuole di critica cinematografica che attiviamo ogni anno alle mostre fotografiche (una delle quali, incentrata sulla figura del prete nella storia del cinema, inaugurata in Vaticano con il Card. Bagnasco e il regista Carlo Verdone).
Senza dimenticare, poi, tra le iniziative che la Fondazione porta avanti con orgoglio, il “Premio Robert Bresson”, conferito ogni anno durante la Mostra del Cinema di Venezia: nato come riconoscimento di nicchia, grazie al nuovo sistema di comunicazione ha acquisito un prestigio rimarchevole”.

Che cosa significa, per lei, lavorare nel mondo della cultura, partendo da una visione cristiana?
“Significa non abbandonarsi all’estetica del bello, ma tendere alla ricerca della spiritualità: anche una pièce teatrale può avere la valenza di una preghiera, come insegna il teatro di Fabbri. Ma, soprattutto, mantenere vive le radici cristiane che affondano nella storia stessa della cultura italiana. Se la società si fa “liquida”, per dirla con Zygmunt Bauman, occorre “farsi solidi”. E radicarsi, qui ed ora, alla continua narrazione dei valori cristiani”.
 
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