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Tra il dire e il parlare c定 di mezzo il digitale
Come la “lingua tecnologica” può modificare la nostra vita. Attraverso la modifica del linguaggio, indotto dalle tecnologie digitali, si può incidere profondamente anche sul nostro modo di pensare, di relazionarci e di agire. Di Lorenzo Lattanzi, presidente provinciale Aiart di Macerata
Tra il dire e il parlare c定 di mezzo il digitale Tra il dire e il parlare c定 di mezzo il digitale
«Vlvodrtik6xfettoxmeTVTTTB» questo sms - tratto da “Pollicino nel bosco dei media” di Vincenzo Varagona (con prefazione di Claudio Giuliodori) - illustra chiaramente il cambiamento che la lingua sta subendo a causa dell’uso dei nuovi mezzi di comunicazione. Ne costituiscono il naturale sviluppo i messaggi-cinguettii postati sul social network TWITTER che costringono - per fortuna e purtroppo - alla sintesi estrema (al massimo 160 caratteri proprio come gli sms). “Postati”, appunto, è un altro vocabolo figlio della rivoluzione digitale: il “post” è un messaggio che chiunque può scrivere su internet, per esempio su un Blog, ovvero la bacheca virtuale personale di cui ogni utente può dotarsi, che rischia di essere soppiantata da FACEBOOK, il social network attualmente più diffuso, strumento quasi indispensabile per restare connessi al costante flusso d’informazioni condivise nel web, per alcuni emblema del narcisismo contemporaneo indotto proprio dai media: una vetrina di se stessi, dei propri interessi, delle proprie foto, dei propri amici (si fa per dire)…
Sono tante le voci generate e diffuse dai mezzi di comunicazione che ogni anno i vari dizionari si trovano ad aggiungere nelle edizioni aggiornate: si parla sempre meno di osservazioni sistematiche ma si fa un “monitoraggio”; non ci sono più lunghi elenchi ma “lenzuolate”; non si telefona appena si arriva a destinazione, ma si “fa uno squillo”. Attraverso la modifica del linguaggio si può incidere profondamente anche sul nostro modo di pensare, di relazionarci e di agire. Infatti nella lingua moderna la definizione di certe emozioni (benché alcuni giovani si identifichino nella categoria degli “EMO”) tende ad essere sostituita dalle “scariche di adrenalina”; non si fa l’amore con qualcuno ma ci si limita a “fare sesso” (che tra l’altro è una delle espressioni più frequenti, usata ingenuamente dai bambini della scuola primaria!). Risulta evidente che questo modo di esprimersi, di derivazione tecnica, biochimica o meccanica, conduce al rischio concreto di farci precipitare in un mondo più povero anche di toni, di sfumature, di sentimenti… D’altro canto, sebbene l’utilizzo di altri termini per così dire più eleganti - quali ad esempio “escort” - possa superficialmente apparire una conquista di bon ton, viene spontaneo chiedersi se certe parole e nuove espressioni non stiano progressivamente conducendo a una sorta di edulcorazione o mistificazione della realtà e allo sbiadimento del senso e del significato. È un fenomeno che non deriva soltanto dall’uso/abuso di neologismi di tipo tecnico o strumentale: interessa la comunicazione a un livello ancora più profondo, semantico. Quando il “successo” viene confuso con la “popolarità”, la “fiducia” si può persino vendere o comprare, la “responsabilità” viene considerata “colpa”, non si riflette più di tanto perché “veloce” equivale a “funzionale” e ci si illude di “sapere” senza “conoscere”… si dovrà iniziare a vigilare affinché l’efficienza comunicativa non faccia perdere di vista l’efficacia del confronto dialettico, che può essere avviato e moltiplicato grazie al “contatto virtuale”, ma si perfeziona soltanto attraverso la conoscenza dell’altro “con tatto”.
Avvertiva Sacha Guitry «Ci sono persone che parlano, parlano… sinché finalmente trovano qualcosa da dire». Allora bisogna evitare il paradossale rischio di annegare sommersi dal costante flusso d’informazioni restando, nel contempo, assetati di verità e di silenzio.
 
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