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ATTIVITA’ VENETO
I media promotori di identità nazionale. Due convegni a Padova e a San Donà di Piave sul tema: “Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani” - I media promotori di identità Nazionale. Gli incontri, organizzati dall’Aiart, il MED, l’Unicef, l’Università degli Studi di Padova, il Centro Alberto Manzi di Bologna e Regione Veneto, sono stati promossi per riflettere sul ruolo positivo dei media nel cammino di costruzione dell’Unità d’Italia. Di Daniela Zorzenoni
I media promotori di identitą nazionale. Convegni a Padova e San Doną di Piave I media promotori di identitą nazionale. Convegni a Padova e San Doną di Piave
I media promotori di identità nazionale
di Daniela Zorzenoni

A Padova, venerdì 21 Ottobre, presso la Sala delle Edicole e sabato 22 Ottobre a San Donà di Piave, presso il centro culturale Leonardo Da Vinci, si sono tenuti i due convegni dal titolo: “Fatta l’Italia bisogna fare gli Italiani...non è mai troppo tardi” - I media promotori di identità Nazionale.
Gli appuntamenti, organizzati in collaborazione con l’Aiart, il MED, l’Unicef, l’Università degli Studi di Padova, il Centro Alberto Manzi di Bologna e Regione Veneto, sono stati promossi per riflettere sul ruolo positivo dei media nel cammino di costruzione dell’Unità d’Italia. I mezzi di comunicazione di massa hanno fornito e forniscono, ancora oggi, un grande contributo alla formazione. Tutti gli strumenti di comunicazione, che racchiudono un alto potenziale, giocano un ruolo fondamentale nella formazione delle nuove generazioni, e sempre di più entrano a far parte del “vissuto” quotidiano dei giovani. Riportiamo, di seguito, le interessanti relazioni di Roberto Giannatelli dell’Università Salesiana Roma e presidente onorario del MED; di Paula De Waal dell’ Università degli Studi di Padova e di Giuseppe Milan, Direttore del Dipartimento di Scienze dell’Educazione all’Università degli Studi di Padova.

Roberto Giannatelli: “I testi mediali costruttori di senso”
Il professore introduce l’argomento percorrendo assieme al pubblico la storia della TV. Illustra che il servizio televisivo della RAI iniziò nel1954 trasmettendo, oltre al telegiornale, commedie,opere liriche,varietà,registrati nei teatri di Roma e di Milano.Negli anni ’60 la RAI adeguò i programmi ad un pubblico molto più vasto, più eterogeneo , per questo furono realizzati sceneggiati tratti dalla grande narrativa, spettacoli di varietà,inchieste giornalistiche sulle condizioni di vita in Italia. Nel 1960 fu istituita la Tribuna politica, fatto rilevante per la crescita della democrazia in Italia. Fa notare che nelle trasmissioni gli annunci pubblicitari non interrompevano i programmi e la pubblicità del Carosello intratteneva piacevolmente, si inseriva discretamente nella vita domestica, raccogliendo simpatia e condivisione.
Nel 1970 nacquero le televisioni private. Il modello commerciale veniva dagli USA, dove si era sviluppato un sistema privatistico di televisione, nel quale le spese di produzione erano coperte dai proventi della pubblicità. Ben presto gli interessi economici dei produttori e dei distributori prevalsero sugli interessi sociali e culturali dell’intera popolazione..
Negli anni ’80 la diffusione, in Italia e in Europa, della televisione commerciale cambiò la filosofia e la natura del messaggio televisivo. L’aumento degli spazi pubblicitari provocò un incremento dei consumi e della produzione. Il relatore riporta un’affermazione di Bernabei “oggi i programmi di intrattenimento si riducono a intermezzi, finalizzati a intrattenere il pubblico nelle condizioni psicologiche più favorevoli all’acquisto dei beni e dei servizi propagandati dalla pubblicità”.
Il pubblico viene attratto da: violenza e sesso; e i valori di riferimento sono: il successo personale ad ogni costo, l’amore passionale come un bene assoluto, il denaro come potere. Negli anni ’80 e ’90 i mezzi di comunicazione e la televisione presentarono come bene universale, la deregulation, cioè l’abbandono di ogni regola, prevalse una concezione egoistica della vita. La pubblicità diventa la padrona della televisione e la grande ubriacatura della TV senza regole,ha impedito di avvertire le cause delle incipienti difficoltà delle famiglie e la crisi incombente sull’intera società. Il dott. Giannatelli cita nuovamente il pensiero di Bernabei “ La televisione, che in questi ultimi 50 anni, ha provocato il disorientamento culturale di tante persone, è ancora il mezzo più idoneo per riportare miliardi di uomini e di donne sulla via del vero e del giusto” . E’ necessario, però, che cambino i contenuti dei programmi di intrattenimento televisivo. Al posto di programmi violenti, nichilisti,immanentisti e permissivi,occorre che, con il rispetto di tutti, siano proposti modelli di comportamento altruisti e solidaristici. Questa rimarrà un’emergenza, fino a quando non se ne occuperanno seriamente genitori,educatori,imprenditori insieme ai partiti, ai sindacati e al volontariato. Sostiene il professore che il mondo di domani dipenderà, in grande misura, dai modelli di comportamento proposti oggi e domani dai programmi televisivi, soprattutto da sceneggiati e documentari che, coinvolgono l’intelligenza, la volontà e la fantasia degli spettatori. Bisogna, quindi formare i futuri operatori della comunicazione, una formazione umana,professionale,tecnica e artistica. Pertanto è urgente che le scuole di alta formazione professionale e le Università immettano nella società laureati capaci di guarire il malato e tutti impegnati a sviluppare una società più equilibrata, più a misura d’uomo,promotrice del bene comune, non la società dell’egoismo ma quella dell’altruismo.
La preparazione di bravi professionisti della comunicazione è il punto strategico per ottenere un cambiamento della nostra società in profonda crisi antropologica. Il relatore sottolinea con enfasi che il ruolo innovativo e umanizzante spetta alla media education,
che promuove l’ alfabetizzazione mediale, come educazione di base necessaria in una cultura saturata di media. Gli studenti possono imparare a leggere i media e a diventarne consumatori critici. I contenuti della alfabetizzazione mediale sono così esplicitati:
  • Tutti i media sono delle costruzioni
  • I media costruiscono il senso della realtà
  • L’ascoltatore negozia con i media i significati in base alla propria esperienza e cultura
  • I media hanno implicanze commerciali
  • I media contengono messaggi ideologici e valoriali
  • Nei media forma e contenuto sono intimamente connessi
  • Ogni medium ha una sua peculiare forma estetica e linguaggio.
L’intervento educativo della media education si articolerà:
  • sollevare problemi
  • sviluppare analisi
  • fornire informazioni e strumenti
  • aiutare a riflettere
  • sviluppare l’operatività e piani di azione .
Si concentrerà su due punti:
  1. di tipo critico: svelare agli studenti i miti creati dai media;
  2. di tipo formativo e mirato a sviluppare tutte le dimensioni ( consumatore, carattere, cittadino, multiculturalità).
Nel nostro affascinante impegno di “ fare gli italiani” e ricostruire nel nostro Paese un nuovo tessuto di spessore culturale, etico, rivolto al bene comune dobbiamo sviluppare tre settori fondamentali:
  • campo dell’informazione
  • campo della formazione
  • cittadinanza colta, difficile da piegare al consumismo e all’ideologismo.
Il professore chiude l’intervento con questa domanda “ ..si tratterà di battere il sentiero della “nuova materia da insegnare” o di preparare docenti ed educatori in grado di testimoniare l’effettiva possibilità di progettare percorsi interdisciplinari di media education?

Paula De Waal: “Il contributo della Rete alla formazione a distanza”
La dott. De Waal apre l’intervento spiegando che l’era della formazione a distanza, individuale, svolta in un ambiente chiuso, dai contenuti fortemente strutturati e rigidi è definitivamente tramontata. La diffusione del web 2.0, l’uso di webcam,wiki, blog, software multimediali e tecnologie partecipative ha permesso un salto di qualità nei programmi di formazione a distanza.
L’e-learning è oggi un ambiente di apprendimento aperto, flessibile e informale che viaggia in rete,abbatte le frontiere di spazio e tempo e contribuisce alla diffusione delle conoscenze e delle competenze.
Le metodologie e gli strumenti dell’e-learning di ultima generazione puntano infatti sempre più a forme di apprendimento collaborativo, le quali pongono il fruitore al centro di una molteplicità di relazioni e lo rendono partecipante attivo, nonché costruttore di conoscenza. Il singolo diventa il centro della rete,contribuisce alla creazione dei contenuti e li condivide in modo interattivo con gli altri. Apprendimento formale, non formale e informale si intrecciano, generando una fluidificazione dei saperi. Grazie alla rete si apprende informalmente, quasi per caso, e l’esperienza quotidiana diventa complementare a quella
istituzionale. Siamo all’interno di quello che viene definito, a livello europeo, il processo di
apprendimento lungo tutto l’arco della vita (lifelong learning). Il ricorso alle tecnologie digitali per l’apprendimento in rete ribalta il paradigma delle esperienze di
istruzione a distanza di vecchia generazione: al centro delle iniziative vi è infatti il soggetto che impara, non l’offerta formativa erogata.
L’avvento dell’e-learning e la diffusione del web 2.0, termine coniato per la prima volta nel 2004 da Tim O’Reilly per indicare la nuova rete, più interattiva e dinamica che sostituisce i modelli di prima generazione caratterizzati da una navigazione di tipo lineare, hanno rivoluzionato interamente i modelli,le metodologie e gli strumenti della didattica tradizionale.
Le parole chiave sono: partecipazione e condivisione, frammentazione e ricomposizione, degli spazi, dei tempi e dei modi. All’utente vengono offerte soluzioni di apprendimento flessibili: è lui che sceglie il percorso didattico,senza vincoli di spazio e tempo. Ma soprattutto è lui che produce nuova conoscenza, diventa creatore di contenuti da condividere in rete. Il modello di apprendimento collaborativo, proprio della formazione in rete di ultima generazione,consente la crescita del singolo all’interno di obiettivi condivisi da un gruppo: si impara insieme.L’apprendimento individuale è il risultato di un processo collettivo. Il flusso della conoscenza si dipana attraverso la comunicazione molti a molti. Si sviluppano le comunità virtuali di apprendimento, nelle quali i singoli partecipanti danno continuità all’evento formativo, condividendo settori di interesse sui quali comunicano interattivamente.Da semplici fruitori si diventa produttori di informazioni, le quali a loro volta diventano sapere condiviso,slegato dalla fonte, indipendente dalla persona che lo produce. Il flusso comunicativo travolge l’oggetto di apprendimento (learning object), sgretolandolo e ricomponendolo in un nuovo insieme, frutto dell’elaborazione collettiva, resa possibile dalle nuove tecnologie partecipative.
Il mondo del web 2.0 è infatti popolato da nuove applicazioni tecnologiche, quali i wiki, i blog, i podcast, i vodcast, gli instant messaging. Si tratta di strumenti relativamente semplici da utilizzare, anche da utenti non particolarmente esperti, in grado di facilitare la comunicazione del gruppo. Docenti e tutor comunicano con i discenti in tempo reale all’interno di aule virtuali attraverso sistemi di riproduzione video e audio; si incontrano poi nelle chat e discutono nei forum.
È il modello del social network (rete sociale), nel quale la collaborazione assume un ruolo chiave per la crescita e lo sviluppo.
I modelli formativi di ultima generazione, sono il risultato di una fusione fra sapere e componente umana e sociale che segna il passaggio da una società dell’informazione a una società della conoscenza. Se da un lato un adeguato uso delle tecnologie digitali consente di accelerare e ottimizzare la diffusione delle informazioni e della conoscenza, dall’altro non si può ignorare la questione del digital divide (divario digitale).
Il processo di alfabetizzazione tecnologica non si può dire certo concluso: vi sono ancora diverse fasce di popolazione che non hanno accesso alle tecnologie - per lo più anziani, immigrati, disabili e disoccupati -e altre che le utilizzano senza aver sviluppato un’adeguata coscienza critica; si pensi ai giovanissimi che prediligono la rete quale strumento di comunicazione.
A livello educativo, poi, non tutti i docenti sono formati sull’utilizzo delle tecnologie e pedagogicamente informati sulle loro potenzialità in ambito didattico. L’e-learning rischia di ampliare il divario, generando nuove e vecchie forme di esclusione sociale.
La diffusione del web 2.0 e dei nuovi strumenti di interazione a esso legati (blog, forum, wiki…) ha rivoluzionato le metodologie di formazione e apprendimento a distanza (da uno a molti a molti a molti). L’Europa negli ultimi dieci anni ha incentivato l’utilizzo delle nuove tecnologie negli Stati membri promuovendo l’alfabetizzazione informatica e la penetrazione delle tecnologie digitali finalizzate allo sviluppo di contenuti pedagogici web based.Tutto ciò comporta però dei rischi: se la formazione è infatti la base della conoscenza, e la formazione si sposta sulla rete, c’è il pericolo che molti rimangano tagliati fuori dal processo di apprendimento lungo tutto l’arco della vita, a causa della loro scarsa dimestichezza con le nuove tecnologie. È necessario pertanto intervenire soprattutto in tre direttrici:
o coinvolgimento della popolazione matura e delle fasce deboli
o supporto alle aziende di dimensioni limitate e agli enti locali
o aggiornamento dei docenti
Nella “società conoscitiva”, come viene delineata nel Libro bianco delle Comunità Europee, la formazione continua va oltre le specificità dell’educazione degli adulti e della formazione professionale, integrando i due concetti di lifelong learning (apprendimento per tutto l’arco della vita) e di lifewide learning (apprendimento in ogni luogo di vita).
L’innovazione è sostanziale sia nel lifelong, che non separa più il tempo dell’infanzia e della giovinezza dedicato all’educazione e all’istruzione dal tempo dell’adultità, dedicato al lavoro e alle responsabilità famigliare e sociale, sia nel lifewide, che non confina più l’apprendimento nei luoghi formali dell’istruzione (scuola, università, ecc.), ma considera anche quelli non formali (organizzazioni del lavoro, ecc.) e informali (mass-media, Internet, fruizione nel tempo libero di beni culturali e artistici, ecc.).
La relatrice ragionando del senso della formazione come “far apprendere” individua, sulla scorta della letteratura psico-pedagogica, tre tipologie di apprendimento:
  • il self-directed learning,
  • il reflective learning e
  • il transformative learning.
E’ possibile intravedere, anche per la formazione continua degli insegnanti, una via di uscita dalla ambiguità pedagogica dei termini “sapere, saper fare e saper essere” non meno che dalla vulgata funzionalista delle tre derivate dimensioni delle competenze:
  • disciplinari (i contenuti dell’insegnamento);
  • didattiche (metodologie e tecnologiedell’insegnamento);
  • relazionali (pedagogia e etica professionale e sociale).
Conclude affermando che l’apprendimento dell’adulto ha una specificità,che non è di natura psicologica ma ha piuttosto a che fare con l’esperienza e con le responsabilità sociali come referenze costanti, e quindi con un’idea di formazione legata sia all’etimo greco morphé (realizzazione biogenetica della identità individuale, sempre incompiuta) che a quello latino forma (modellamento di sé e perfettibilità rispetto ad un ideale auto/eterodefinito) e se ne deve tener conto.

Giuseppe Milan: “L’unità nazionale e le nuove sfide educative”
Il prof.G.Milan affronta, nel suo intervento ,i temi connessi all’educazione interculturale, come la dialogicità-ospitalità, l’unità dinamica dell’educazione, l’ insegnamento capace di far dialogare i diversi saperi per formare quella “testa ben fatta” che oggi non può che essere “ interculturale”. Sostiene, infatti, che l’educazione, quando è intesa come l’itinerario del soggetto verso un dover essere, un traguardo, un fine, è per così dire, naturalmente orientata all’approccio interculturale. L’idea che l’essere umano sia tale, perché animato da una spinta ineliminabile ad andare verso il meglio, a superare se stesso in un continuo auto- trascendimento costituisce il filo conduttore dell’intervento.
Descrive la convivenza sempre più multietnica, che caratterizza le nostre città e le nostre scuole, mettendo in luce rischi e potenzialità delle diverse posizioni. Partire dall’analisi della nostra società ,arricchita della presenza di persone provenienti da culture e situazioni tanto lontane le une dalle altre, alle quali si propone l’integrazione sulla base di modelli che, però,risultano in molti casi insufficienti. Non può essere accettato infatti il criterio assimilazioni sta che,pur con diverse sfumature, non riconosce una specificità culturale alle minoranze etniche, né il criterio del multiculturalismo, che pretende di salvaguardare le differenze specifiche, ma enfatizzandole o banalizzandole non permette che esse entrino in dialogo e producono miglioramento dei rapporti fra le persone. Dal canto loro gli immigrati rispondono con atteggiamenti diversi alle proposte dei Paesi accoglienti, di “marginalità” tutte posizioni queste che invece di aprire all’altro,chiudono ed erigono barriere difficilmente superabili. In situazioni così bloccate e irrigidite non può realizzarsi alcuna convivenza positiva e cordiale fra le persone. Occorre, per questo,rifarsi alla strategia del inter=tra, basata sulla creativa convivialità delle differenze,sulla dinamica del con-essere tra soggetti all’interno di una prospettiva etica che vede l’altro secondo una dimensione amicale-fraterna. Il compito di formare un essere umano planetario vale a dire un soggetto cosciente dei dinamismi dialogici e di interdipendenza ,che muovano l’umanità, è affidato all’educazione interculturale. Esso è costituito da una sorte di pars destruens nella quale il relatore evidenzia i pericoli di una educazione che separa invece di unire, frammenta e parcellizza l’essere umano invece di aiutarlo a trovare un punto di consistenza che dia unità a tutte le esperienze della vita, e una pars costruens che suggerisca gli elementi strutturali autentici dell’educazione. Essi sono l’intenzionalità,la responsabilità,la reciprocità, la possibilità, la temporalità,la socialità, la sistematicità e, infine, la testimonianza. Si tratta di aspetti accomunati da un’antropologia del dialogo, della partecipazione e della solidarietà. In essi assume particolare rilievo l’adesione libera e convinta di ogni persona, che accetta la relazione con l’altro come propria ricchezza. Il dott. Milan si rifà all’idea di educazione come superamento,orientata verso traguardi assiologici ed esistenziali corrispondenti agli orizzonti di umanità a cui i soggetti in formazione sono chiamati. Tutto ciò viene esplicitato seguendo le suggestioni di un apologo orientale, che recita “ Un saggio guardando lontano grida “ Vedo una belva avvicinarsi”.Poco dopo, osservando la medesima figura esclama”Vedo un uomo venirmi incontro”.Infine quando l’altro gli è ormai accanto afferma”C’è un fratello con me alla mia mensa”.Nella prima immagine l’altro appare come una belva,il relatore sviluppa la metafora della notte. Egli ne individua le cause in una modernità sempre più fondata su un nichilismo teorico-pratico diffuso, i cui elementi costitutivi sono il primato della tecnica e la negazione di qualunque fondazione antologica e trascendente dell’uomo. Nella notte l’altro
fa paura. La seconda immagine costituisce il superamento della situazione di angoscia, il punto di arrivo è il riconoscimento dell’altro come fratello. Il professore propone un’etica viva, fondata sulla concretezza dell’uomo vivente, in carne ed ossa, perciò sul rapporto essenza-esistenza ,che si esplica come radicale relazione di apertura-a ( essenza)esperita nell’hic et nunc , attraverso le singolari modalità esistenziali e culturali di questo essere umano (esistenza) per mezzo dell’incontro dialogico al quale egli è chiamato a partecipare sempre da protagonista. L’ ultima immagine costituisce il metodo con il quale si può passare dalla condizione di smarrimento e di precarietà dell’umano a quella dimensione, per certi versi utopica cui tendiamo e che abbiamo sintetizzato con l’affermazione”c’è un fratello con me alla mia mensa”. Il metodo è rappresentato dal con-tatto,dall’incontro dell’accettazione,dall’empatia verso l’altro,attraverso la quale ci si mette da un punto di vista diverso dal nostro, pur mantenendo l’identità che ci costituisce. Si tratta di un confronto che può assumere talora i caratteri della lotta drammatica, ma che costituisce la via per la piena e autentica realizzazione della propria umanità. Le difficoltà dell’incontro ma anche le potenzialità in esso presenti, sono sintetizzate , sostiene il relatore, in quella bellissima immagine biblica di Giacobbe, che lotta con l’Angelo per strappare a Dio la benedizione. Il legame interpersonale autentico,infatti,lascia dei segni, delle ferite: ciascuno incide profondamente nell’altro, lo chiama per nome, scrive nell’altro una storia che si può sviluppare..qui sta il senso di un’educazione interculturale che accetta la sfida del mettersi in gioco, non per modo di dire, non per cortesia, ma perché ne va del senso più profondo dell’essere uomini.
 
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