|
|
| «Altro che finanza in tivù vi svelerò cosa vale davvero» |
Philippe Daverio torna su Raitre con «Il Capitale» alle 13.25 per 25 puntate in quella finestra che era stata Passepartout: «Parleremo di cultura come risorsa, sociale prima che economica». Di Alessandro Beltrami da Avvenire del 7/1/12
|
 |
A leggere il titolo della nuova trasmissione di Philippe Daverio, Il Capitale , al via domani alle 13.25 su Raitre per 25 puntate in quella finestra che era stata Passepartout, ci si chiede se il popolare critico d’arte si sia fatto prendere dall’ossessione finanziaria che ci sovrasta o se sia tentato da derive neo-marxiste. «Nessuno dei due – rassicura Daverio – Il ’capitale’ di cui ci occuperemo è quello umano e culturale. L’unico vero antidoto al fantasma che oggi si aggira per l’Europa: quello dello spread».
«Passepartout» era stato inghiottito dalla burocrazia di Viale Mazzini solo pochi mesi fa. Daverio, come ha fatto a tornare in tv tanto presto?
Con un bizantinismo in piena regola. Passpartout è un format della Rai, la quale, in seguito a una sentenza della Cassazione, può produrre format propri solo con forze interne. E per questo fu cancellato. Ma Il Capitale è un format mio. E un format esterno la Rai lo può comprare chiavi in mano. In realtà l’evento è stato propizio. Passepartout aveva 10 anni. Le tv, si sa, tendono all’eterno, gli uomini ogni tanto devono cambiare… E così abbiamo trovato una formula più adatta al segno dei tempi.
Non teme (ma potrebbe essere anche un auspicio...) che sul mediolungo periodo parlare di «capitale» possa perdere di attualità?
Se fra 5 anni l’epoca cambierà cambieremo anche noi. Ma per un tempo abbastanza lungo parlare dei beni culturali come di un valore oggettivo sarà centrale. Oggi l’investimento in cultura è inteso come se potesse generare denaro. Siamo lontani dalla realtà: l’arte è una risorsa di carattere sociale.
Di cosa si occuperà nello specifico il nuovo programma?
Di cosa sono i valori: specie di quelli che non sono trasferibili in termini monetari. Ma tratteremo in modo ironico anche l’aspetto finanziario delle cose. La prima puntata è sulla creatività e su dove possiamo trovarla: alla Biennale di Venezia, ma sono dubbioso, o nel design? Ci saranno tre puntate sulla Cina di oggi e quattro, più storiche, sulle cattedrali di Francia e su come costituiscano l’identità di un paese. Tre critiche sulla catastrofe cubana, su quanto lì si sia demonizzato il capitale, anche in-teso in senso letterale, a partire dal patrimonio, con le case che crollano.
La sua è una delle poche presenze di una tv culturale che non sia in una fascia oraria per insonni.
La nostra è una nicchia su cui nessuno 10 anni fa avrebbe scommesso. Si è conquistata uno spazio e una sua platea: un pubblico ’pensante’, capace di generare opinione pubblica.
Qual è il segreto?
Il linguaggio, diverso da tutte le altre trasmissioni culturali. Quello che abbiamo dimostrato, in modo pratico senza teorie pregresse, è che in tv si può sostituire alla divulgazione la saggistica. Ogni nostro programma è il risultato di ricerche. Nel contenuto io ho sempre seguito una lezione americana: high and low. Alto e basso. Si deve andare dalla comprensione semplice fino alla competenza quasi esoterica degli specialisti.
Su Rai 5 aveva proposto «Emporio Daverio». Il digitale terrestre cambierà davvero la tv?
Vede, l’anno scorso abbiamo fatto la trasmissione in perdita. Il budget annuo di Rai 5 è pari a un’importante serata di Raiuno. Il cambiamento della tv in tempi brevi non avverrà. Perlomeno non per scelta politica, che è sempre amministrativa ed economica. Potrebbe accadere in modo anarchico: ma a partire dalla televisione sul web con la diffusione della banda larga. Anche per questo stiamo pensando a un portale con il materiale nel nostro vastissimo archivio.
|
 |
 |
|
|
|