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| L’obbligo politico e morale di superare la crisi della RAI |
Si aggrava la situazione del servizio pubblico, e con grande urgenza si avverte la necessità di un intervento deciso da parte del governo. Sui problemi radiotelevisivi non ha ancora “battuto un colpo” salvo il positivo annullamento della decisione “spudorata” del precedente Governo di procedere all’assegnazione delle frequenze televisive con il beauty contest. Di Luca Borgomeo
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Hic sunt leones. Sulle mappe degli esploratori e dei pionieri questo “avviso” indicava un pericolo e sconsigliava di procedere oltre. Sulla “road map” del Governo Monti i “leones” sono la Rai e, più in generale, il dissestato e squilibrato sistema radiotelevisivo. Infatti mentre su terreni aspri e difficili, come il debito pubblico, lo spread, le pensioni, la pressione fiscale, gli incrementi delle tariffe, le liberalizzazioni e la riforma del lavoro, il Governo – tra mille difficoltà - si è mosso realizzando risultati positivi, se pur gravosi e forse insopportabili per la stragrande maggioranza dei cittadini italiani, sui problemi radiotelevisivi non ha ancora “battuto un colpo” salvo il positivo annullamento della decisione “spudorata” del precedente Governo di procedere all’assegnazione delle frequenze televisive con il beauty contest, cioè gratis a Rai e Mediaset.
E’ indubbio che ogni intervento riformatore del sistema radiotelevisivo incontra l’assoluta indisponibilità di quelle forze politiche che hanno sempre puntato al “controllo” e alla “gestione” del sistema televisivo, ritenuto fondamentale per la crescita del consenso politico e per l’esercizio del potere nelle istituzioni, nell’economia, nella società.
La legge 112 del 3 maggio 2004, (cd. Legge Gasparri) ha regolato il sistema radiotelevisivo italiano, dando nei fatti legittimità alla concentrazione del potere mediatico nel nostro Paese, sancendo un duopolio “formale” Rai - Mediaset, che nella sostanza era ed è, un vero e proprio monopolio nelle mani di un unico potere mediatico reso possibile e “puntellato” peraltro da un sistema di potere economico-finanziario e politico.
Gli effetti di questa gravissima situazione sono sotto gli occhi di tutti. La mancata concorrenza tra Rai e Mediaset, l’omologazione dei programmi, lo scadimento della loro qualità, il declino della Rai e del servizio pubblico.
Di fronte a questa gravissima situazione sono urgenti e indilazionabili interventi radicali del Governo che, pur avendo annunciato la volontà di affrontare il nodo Rai, mostra nei fatti di essere condizionato da una parte rilevante dell’atipico schieramento politico che lo sostiene in Parlamento e, che, in più occasioni, ha esplicitamente negato ogni disponibilità non solo a “riformare” il sistema radiotelevisivo, ma anche a farne oggetto di discussione. In più di un’occasione l’on. Alfano, il segretario del partito più “interessato” (absit iniura verbis) al sistema televisivo, ha sostenuto che la materia non rientra nei compiti del governo Monti. Non è oggetto di discussione, e ancor più di decisioni. Un vero e proprio veto che il governo Monti è “costretto” a subire fino a quando –con le elezioni politiche del 2013- non si ridisegnerà una nuova maggioranza in Parlamento.
E intanto, giorno dopo giorno, aggravandosi la situazione di crisi della Rai, si avverte con sempre maggiore urgenza la necessità di un intervento del governo sul servizio pubblico radiotelevisivo italiano, non tanto e non solo nel definire modalità nuove per l’imminente nomina del Consiglio di Amministrazione della Rai, quanto per riformare la Rai, in sintonia col rinnovamento della politica e delle istituzioni avviato dal governo dei tecnici, facendo spirare anche in Rai un po’ di quell’aria pulita che si respira nel Paese.
L’opinione pubblica si chiede perché l’invito a comportamenti virtuosi, sobri, corretti, con la richiesta di efficienza e economicità di gestione rivolta a tutte le istituzioni non “sfiora” il carrozzone di viale Mazzini?
I dati della crisi Rai sono evidenti, inequivocabili. La “più grande azienda culturale del Paese” ha perso prestigio ed autorevolezza. I suoi programmi, sia informativi, sia “culturali”, di spettacolo e di intrattenimento, sono in generale, sempre meno “degni” di una grande azienda al “servizio” del pubblico. Gli ascolti sono sempre calanti. Il contratto di servizio col Governo poco rispettato. Il gettito pubblicitario in continua riduzione. Il dissesto finanziario crescente, lo spreco di risorse scandaloso, la gestione sempre più clientelare e burocratica. L’utilizzazione del personale (sono circa 13.000 dipendenti) inadeguata. La dissipazione di un patrimonio di competenze e professionalità continua e irresponsabile. L’asservimento al sistema dei partiti sempre più evidente. Sconcertante la “sintonia” con la cosiddetta concorrenza Mediaset. E questo è solo un elenco incompleto. Per non soffermarci, inoltre, sulle grandi responsabilità della Rai, nell’aver favorito con moltissimi suoi programmi, il degrado culturale, morale e sociale dell’Italia.
Di fronte a questa gravissima situazione ogni “rinvio”, di una seria iniziativa riformatrice della Rai da parte del Governo e delle forze politiche che lo sostengono rischia di avere conseguenze pesantissime non solo sulla Rai, nell’intero sistema radiotelevisivo italiano, ma anche sul difficile e oneroso processo di cambiamento e rinnovamento della società italiana.
Una Rai, sottratta al condizionamento privato di poteri economici e mediatici, che recuperi appieno la sua funzione di “servizio pubblico”, può avere un ruolo determinante nel favorire il grande sforzo rinnovatore in atto nel Paese, all’insegna di una ritrovata responsabilità sociale, di un maggiore rigore morale, di una recuperata credibilità delle istituzioni democratiche.
Oggi la Rai, così com’è ridotta, è un vero e proprio “intralcio” al processo di rinnovamento al sistema Italia: opportunamente riformata e recuperata alla sua originaria funzione di servizio pubblico, potrà invece essere funzionale ad una nuova fase di crescita sociale e di sviluppo dell’intera comunità.
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