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La “lingua” batte dove la comunicazione duole
Mass media e linguaggio: grande opportunità o involuzione? Sherry Turkle: se non torniamo al dialogo significativo con l’altro, riusciremo sempre meno a riflettere, a conoscere noi stessi e a metterci in discussione mediante la relazione. Di Lorenzo Lattanzi dall’editoriale di EMMAUS n.18 del 5/5/2012
Non si possono dare per scontate le conquiste che hanno portato l’umanità al progresso, né tantomeno possono essere considerate superflue riflessioni su questa nostra epoca post-moderna, ricchissima di opportunità e al tempo stesso priva di punti di riferimento. È importante coltivare la sana abitudine di riflettere in maniera critica sulla strada già percorsa come pure su quella che abbiamo davanti, nonostante la società contemporanea induca a vivere in un presente ipertrofico e “liquido” secondo l’azzeccata definizione del sociologo Zygmund Bauman.
Proviamo allora a ripercorrere le prodigiose tappe evolutive della comunicazione a partire dai primi gruppi di ominidi che iniziarono a utilizzare un linguaggio sempre più articolato che consentiva di scambiare informazioni, di conoscere e di conoscersi sempre meglio. Stupefacente l’invenzione dell’alfabeto che, con una manciata di simboli, dà la possibilità di scrivere qualsiasi parola superando definitivamente la complessità di ideogrammi e pittogrammi. Successivamente l’attività degli amanuensi ha permesso alla cultura di essere tramandata di generazione in generazione, ponendo le premesse per l’invenzione della stampa a caratteri mobili: così le idee potevano oltrepassare i confini geografici e temporali. Infine il secolo scorso, con l’invenzione del cinema, del telefono, della radio e della tv, siamo approdati alla comunicazione di massa nel villaggio globale.
Tutti gli studiosi concordano sulla funzione pedagogica svolta dalla televisione degli inizi che in Italia, ad esempio, ha contribuito al superamento del dialetto e dell’analfabetismo verso l’unità culturale del Paese. E oggi? Si ha l’impressione sempre più netta di trovarsi di fronte ad un’involuzione del linguaggio: quello televisivo sempre più populista e semplicistico; quello della rete estremamente sintetico, tendente a privilegiare l’immagine e il video (meglio se breve). Ne sono convinte anche le linguiste Gabriella Alfieri e Ilaria Bonomi che nel loro recente saggio “Lingua Italiana e televisione” (Carocci) affermano «Ogni intenzione pedagogica viene contraddetta da un invadente populismo verbale, fino a segnare una decisa “degradazione a teatrino” e a “chiacchiera”. […] Ascoltando le parole “a braccio” cui indulgono tanti anchormen sembra di viaggiare su un autobus che dal centro della capitale conduca a un quartiere del contado». Il vocabolario dei presentatori attualmente si articola su una cinquantina di vocaboli, così tutto è “straordinario”, le morti cruente avvengono sempre in un “bagno di sangue” come pure al “vaglio degli inquirenti”…servono altri esempi? “Assolutamente no!” (altro stucchevole modo di rispondere all’intervistatore di turno). Dal canto suo la rete con le sue molteplici opportunità di connessione illude i “navigatori” del web 2.0 di essere protagonisti della comunicazione, mentre in realtà siamo costantemente indotti a saltare da un brandello d’informazione all’altro. Per la prima volta nella storia della comunicazione umana si corre il rischio di un passo indietro? La psicologa statunitense Sherry Turkle nel recente convegno del TED (Technology Entertainment Design) avverte che, se non torniamo al dialogo significativo con l’altro, riusciremo sempre meno a riflettere, a conoscere noi stessi e a metterci in discussione mediante la relazione. I piccoli sorsi di messaggi da cui siamo continuamente tempestati attraverso i social network non sostituiscono la conversazione approfondita, perché possono comunicare molto a livello affettivo, ma davvero troppo poco a livello… effettivo.
* Presidente provinciale
AIART Macerata
 
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