Vivere senza tv si può e fa pure bene, perché stimola la creatività e il pensiero critico, e consente a ciascun individuo di farsi artefice e padrone di se stesso, dei propri atteggiamenti e delle scelte, dei “beni”, materiali e immateriali, da conseguire e dei percorsi per raggiungere i propri obiettivi. Consente di misurarsi con modelli di riferimento reali, forse senza troppi lustrini ma di certo non illusori, perché ancorati ad un corpus di valori che affonda le sue radici in una tradizione culturale antica – quella propria anche del nostro Paese – passe-partout – udite udite! – verso la piena realizzazione di se stessi. Quella tradizione che, lungi dal farsi impedimento allo sviluppo e all’elaborazione creativa di un futuro diverso, catena al piede di chi si cimenta nella corsa e ambisce a nuovi e arditi traguardi, si rivela invece solida base da cui si spiccare il volo, per toccare le vette e raggiungere il sole, ma senza vedersi sciogliere le ali, come accadde allo sventurato Icaro.
Ad aver sposato questa tesi sono i 12mila abitanti di Noceto, comune in provincia di Parma, in Emilia Romagna, che da 13 anni hanno posto un freno alla dilagante invasione della tv. I più ne hanno ridotto drasticamente il consumo e la vedono solo un’oretta al giorno circa, ma sono in tanti anche quelli che hanno deciso da tempo di rinunciarvi. Una scelta di vita che nasce dalla volontà di sottrarsi all’influenza sottile ma potente della tv, che non di rado – fatte salve le proposte intelligenti e lungimiranti di una piccola ma importante porzione del panorama televisivo italiano - detta i ritmi della giornata e propone – o più spesso impone, vista la carenza di alternative valide - gerarchie di valori, modelli di comportamento e percorsi di autorealizzazione assai discutibili. La conquista di una felicità illusoria che a toccarla si dissolve come fumo nel vento.
Una scelta che muove tuttavia da un tragico episodio, che nel 1986 scosse profondamente l’intera comunità cittadina. Davide aveva solo 12 anni quando morì appeso ad un cappio, nella cantina di casa sua, nel tentativo di emulare un’impiccagione vista in tv. Un dramma assurdo che spinse l’intera popolazione a riflettere sul potere subdolo della televisione e ad individuare percorsi capaci di contenerlo. Un’alleanza educativa, quella fra parrocchia, scuola, istituzioni e società civile, che negli anni ha portato a promuovere una serie di iniziative, non occasionali ma inserite in percorso formativo consolidato, volte a promuovere un consumo attivo della tv, nella consapevolezza che lo strumento, per quanto non vada demonizzato, può esporre soprattutto i minori a veri e propri rischi. Ricostruiamo questa storia con Don Corrado Mazza, parroco di Noceto:
“Il fatto destò grande scalpore nel paese, tutta la comunità si interrogò sull’accaduto nella convinzione che simili episodi non solo non devono ripetersi ma nemmeno possono passare senza lasciare traccia. Questa comune riflessione ci ha spinto a volere lanciare un messaggio forte, da tradursi magari in iniziative concrete.
Quali percorsi avete dunque avviato?
Da questa consapevolezza è nata la campagna “spegni la tv, accendi la fantasia”, che ha trovato presto concretizzazione in una “settimana della creatività” articolata in dibattiti e laboratori, durante la quale la comune riflessione sulle potenzialità e i rischi della tv si è accompagnata ad attività concrete. Il nostro intento è infatti quello di porre un freno all’uso indiscriminato della tv per proporre attività alternative capaci di stimolare la creatività dei giovani e non solo. E allora spazio allo sport, al cinema e all’arte, dal teatro alla pittura, e poi momenti dedicati alle letture e al gioco, e incontri con le famiglie e con gli esperti della comunicazione e della psiche infantile.
Qual è stata la reazione della popolazione a queste iniziative?
Le famiglie e la cittadinanza intera hanno sempre appoggiato questo progetto, al punto che quella settimana è diventata poi un mese, il mese di maggio appunto, in cui portiamo a compimento tutto il lavoro dell’anno. Il tema di quest’anno è stato “La sfida educativa fra vecchie e nuove povertà”: ne abbiamo parlato con esperti, un filosofo, psicologi, pedagoghi e docenti universitari, in occasione degli incontri settimanali dedicati alle famiglie, il mercoledì. E’ stata un’occasione preziosa per sostenere i genitori nel loro compito di primi educatori, per insegnare loro come evitare errori coi propri figli, per aiutarli anche nei problemi familiari e lavorativi. Un corso realizzato col contributo congiunto di parrocchia, comune, famiglie, scuola, associazioni scout e Azione Cattolica, perché i bambini sono di tutti, e che ha incontrato la sensibilità di tante famiglie: partecipano ai nostri incontri sempre circa 70 – 100 persone.
Fra poco le scuole chiudono e si avvicina l’estate, quali iniziative per i ragazzi?
Riaprirà a breve il “Villaggio dell’allegria”, un progetto che si ispira a quello della nota “Città dei ragazzi” e che si concretizza in una serie di attività proposte nell’oratorio ma anche all’aperto, giochi organizzati, gite nei parchi, in montagna, campi estivi per ragazzi dalla prima elementare in su”.
Alla diffusione della notizia, c’è stata una qualche reazione da parte dei cittadini e degli amministratori dei comuni limitrofi?
“Abbiamo avuto contatti da altri comuni limitrofi, alcuni sindaci di altri paesi hanno chiamato il nostro per uno scambio di iniziative”.
In che modo intendete portare avanti questo progetto?
Siamo decisi a non mollare e a vedere come gestire e disciplinare anche l’universo digitale, i new media, non sappiamo ancora come influenzano la personalità, di certo oggi c’è una assoluta instabilità alimentata anche dai questi continui cambiamenti nel modo di comunicare e di relazionarsi, attraverso strumenti e non direttamente attraverso le persone. E’ una grossa scommessa educativa ed il fatto che la gente si interroga è già qualcosa di buono. Tra l’altro su questo si incentra anche il messaggio del Papa per la 43.ma giornata mondiale delle comunicazioni sociali, il 24 maggio. Il Santo Padre chiama i giovani a diventare protagonisti nell’uso dei mezzi di comunicazione, perché bisogna farne buon uso e non farsi travolgere. Questo continente digitale deve essere evangelizzato, deve diventare esso stesso una buona notizia, mettendo al centro la persona e il suo valore, il rispetto il dialogo e l’amicizia”.
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