I chatbot con intelligenza artificiale hanno effetti sugli adolescenti simili alle droghe

La ricerca della statunitense Drexel University: gli adolescenti si avvicinano ai chatbot AI per supporto emotivo o semplice intrattenimento, ma presto il rapporto diventa simile a una dipendenza da sostanze psicoattive

Il progresso tecnologico va, anche, di pari passo con le dipendenze. In origine ci furono gli smartphone, poi i social network (le recenti sentenze storiche contro di essi ne sanno qualcosa) e oggi i chatbot di intelligenza artificiale. Che si tratti di dispositivi, piattaforme social o modelli linguistici di grandi dimensioni con cui interfacciarsi per le più disparate richieste, il denominatore unico è sempre e solo uno: l’effetto risultante è simile a quello di una tossicodipendenza, fatta e finita, per sintomi e comportamenti. 

A metterlo nero su bianco è un recente studio della Drexel University (Philadelphia): secondo la ricerca, più del 50% degli adolescenti statunitensi fa regolarmente uso di chatbot nella loro vita quotidiana.

I dettagli dello studio

Se l’intento iniziale degli sviluppatori di Character.AI, Replika o Kindroid (alcuni dei chatbot più popolari sul mercato attuale) era quello di offrire compagnia, questo forte attaccamento si è progressivamente tradotto in qualcosa di poco sano e deleterio, con conseguenze negative che si riflettono sulla vita «vera». 

Lo testimoniano gli oltre 300 post sui forum di Reddit, analizzati dalla ricerca, pubblicati da utenti di età compresa (almeno secondo quanto dichiarato) tra i 13 e i 17 anni, che raccontano per filo e per segno il loro rapporto «simbiotico» con gli AI Companion (così si chiamano i chatbot specializzati nella compagnia) come Character.AI e simili. 

Da questi emergerebbe che, a pagare pegno, sono soprattutto gli individui più fragili. Niente processi di brainstorming o aiuto nello studio, che rappresentano una fetta inferiore al 5% dei prompt totali: nella maggior parte dei casi gli adolescenti si avvicinano ai chatbot AI per cercare supporto emotivo o semplice intrattenimento, ma presto simili richieste finiscono per tramutarsi in una vera e propria dipendenza, fisica e mentale, con tratti del tutto sovrapponibili agli effetti che provocherebbero le droghe, gli psicofarmaci, il fumo o altre sostanze tossiche. 

Ad attirare sarebbe proprio la personalità e l’interattività di questi chatbot, che ricalcano appieno quelle di un essere umano con cui interfacciarsi e, eventualmente, confidarsi. Più che uno strumento tecnologico, l’esperienza digitale qui si trasforma in una relazione tra le due parti. Un «rifugio psicologico», questo, che fa presto a diventare un pericolo per i più giovani…….continua a leggere su https://corriere.it