La trappola dei social è reale: l’Australia interviene, e l’Italia?

Il divieto ai minori di 16 anni non è una limitazione della libertà ma un meccanismo di coordinamento che aiuta i giovani a fare ciò che già vorrebbero fare ma da soli non riescono

L’Australia ha appena deciso di vietare l’uso dei social media ai minori di sedici anni. Una misura drastica, certo, ma che nasce da una attenta analisi dei dati. Come dimostra Jonathan Haidt in The Anxious Generation, la crescita della diffusione dei social è direttamente collegata all’esplosione dei disturbi ansiosi e depressivi tra gli adolescenti. Dal 2010 in poi – spiega Haidt – con la diffusione degli smartphone, i tassi di depressione e autolesionismo nelle ragazze sono letteralmente raddoppiati in molti Paesi occidentali. Meno sonno, movimento, interazione faccia a faccia e un ambiente che consegna i più giovani a un ambiente di confronto sociale permanente, dominato da standard irrealistici di bellezza, successo e popolarità. Le ricerche di Haidt mostrano che un uso elevato di Instagram aumenta il senso di inadeguatezza, mentre TikTok amplifica la vulnerabilità impulsiva tipica dell’età. La vita online diventa una vetrina ansiogena in cui si è sempre osservati e sempre giudicati. E tuttavia quasi nessuno riesce a tirarsene fuori.

La ragione per cui è così difficile uscire da questa “trappola del mercato” viene ora spiegata chiaramente da uno studio Leodardo Bursztyn e colleghi pubblicato qualche giorno fa sull’American Economic Review. L’economista di Chicago e i suoi colleghi mostrano chiaramente come molti giovani continuino a usare i social non perché ne traggano un reale beneficio, ma per paura di essere tagliati fuori. Ma se potessero smettere tutti insieme, gran parte di loro lo farebbe. Al tempo stesso, però, temono che se fossero i soli a smettere di usare i social, allora perderebbero relazioni, informazioni, visibilità, visto che questi sono i canali principali. È una condizione indotta da mega-company che ne traggono enormi profitti, incuranti dei danni che producono sulla salute dei nostri figli. È ciò che gli autori dello studio chiamano una social media trap. È qui che la proposta australiana acquista un senso. Una soglia legale non deve essere letta, in questo caso, come un divieto moralistico, ma come un meccanismo di coordinamento. Un segnale che permette a tutti i ragazzi e le ragazze della stessa fascia d’età di uscire contemporaneamente da un ambiente che vivono come tossico, senza dover temere l’esclusione. Il risultato, secondo i dati di Bursztyn e soci, è quello di un incremento del benessere psicologico di tutti i soggetti coinvolti. Spiace per i profitti delle piattaforme. La norma, insomma, corregge quella trappola collettiva che nessun ragazzo o ragazza, potrebbe spezzare individualmente………..continua a leggere su https://www.avvenire.it/