Senza infanzia stiamo diventando meno umani

Premura, cura, tenerezza si coltivano a contatto con i piccoli. Abbiamo bisogno di riforme che supportino la genitorialità ma anche di una riforma dei sensi e del cuore
Nursery di ospedali che si svuotano, scuole che faticano ad attivare le classi prime, università che si interrogano su come contrastare il calo imminente delle iscrizioni. Oggi, 20 novembre, celebriamo la Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, un’età che si fa sempre più rara nel nostro paesaggio sociale. Non mi soffermo sulle cause della crisi demografica né sulle ricadute economiche e previdenziali, ma sull’impatto culturale di questo fenomeno epocale. Il Novecento è stato chiamato il secolo dell’infanzia. Ha saputo dare dignità, riconoscimento e diritti a un periodo della vita prima liquidato ad anticamera dell’età adulta. Bambine e bambini sono diventati persone a tutti gli effetti, cittadini che hanno il diritto di istruirsi, curarsi, giocare, immaginare, coltivare talenti. Con lo smantellamento del lavoro minorile e l’estensione del diritto all’istruzione, è sorta una nuova età della vita, libera da funzioni specifiche e responsabilità. Su questo terreno di nuove norme, istituzioni dedicate e pratiche educative, si è diffusa anche una cultura dell’infanzia, età vulnerabile che necessita di tutele particolari e al contempo ricca di risorse e specificità: un suo senso del tempo, un suo sguardo sul mondo, una sua capacità di gioco e immaginazione sorprendentemente trasversali a culture diverse. Sono le costanti culturali dello sviluppo che vediamo all’opera nei bambini che disegnano sotto le bombe a Gaza come a Kiev, o nei minori sbarcati a Lampedusa che dietro a un pallone ritrovano giocosità e leggerezza. Oggi l’infanzia è in buona parte invisibile ai nostri occhi e non solo a causa del drastico calo delle nascite o delle dinamiche migratorie. I bambini mancano nelle nostre famiglie allargate, nei condomini, nei cortili. Strade e piazze sono precluse al gioco libero, talvolta con espliciti cartelli di divieto. Crescono hotel e ristoranti “children free”, luoghi dove devono regnare rigorosamente quiete e silenzio. Persino le chiese si attrezzano talvolta con salette separate per evitare che i più piccoli disturbino le funzioni…..continua a leggere su avvenire.it











