13enne accoltella insegnante: dove difetta l’analisi del problema

di Marco Brusati
Ripubblicato con autorizzazione dell’autore
Fonte originale: link diretto all’articolo
«Una insegnante di 57 anni, Chiara Mocchi, è stata trasportata stamani in condizioni gravi in ospedale a Bergamo. (…) La donna sarebbe stata accoltellata da uno studente di 13 anni che frequenta la terza media, subito bloccato, fuori dall’istituto comprensivo di via Damiano Chiesa di Trescore Balneario.
(…) Il 13enne accusato dell’aggressione avrebbe colpito la professoressa al collo e all’addome» (Ansa).
Vicinanza e solidarietà vanno anzitutto alla vittima di questa aggressione che non sarebbe mai dovuta accadere sia per il luogo (davanti a una scuola) sia per l’età dell’autore presunto del gesto (13 anni).
Ma il pensiero va anche alla domanda della domande che in queste ore sta rimbalzando dai social alle trasmissioni mainstream al mondo delle istituzioni: dove sono i genitori che mandano a scuola i figli armati di coltello? Ecco, credo proprio sia giunto il tempo di fare un salto di qualità nell’analisi e non limitarsi a questo.
Partiamo dai genitori: sì, certo, i genitori hanno la responsabilità-prima delle azioni dei figli minori, e in questo caso probabilmente ne saranno chiamati a rispondere, stante la non punibilità del presunto aggressore che ha meno di 14 anni. Per inciso: prevedo non manchi molto alla nascita di un movimento che chiederà l’abbassamento dell’età della punibilità.
Detto questo, attribuire la colpa esclusiva ai genitori è quantomeno insufficiente e un goffo tentativo di lavarsi la coscienza sociale, con un sottinteso «è stato lui/lei, non è colpa mia». Invece di responsabilità condivise ce ne sono tante. In assenza di un mondo adulto e responsabile, a partire dalla prima infanzia la vita è scandita dalla frequentazione di un doppio ambiente, quello delle relazioni frontali e quello delle relazioni mediali, che sono reali come è reale il tempo della propria vita quando si sta per ore a scrollare video sullo smartphone. Per inciso: adulti e anziani compresi.
Questa doppia frequentazione è circolare: quello che avviene online, magari nello smartphone notturno in una cameretta chiusa, si collega circolarmente a quello che avviene offline, in una reciproca influenza che è difficile se non impossibile distinguere. In questo senso, reagire con un «è colpa dei genitori» ci fa dimenticare e, peggio ancora, autoassolve le gravi colpe sociali del mondo adulto. Un mondo adulto anestetizzato dalla visione mediale di condotte antisociali che, ripetute all’infinito, sono divenute normali, mentre costituiscono il brodo di coltura dentro cui maturano gravi episodi di violenza come l’accoltellamento di una insegnante.
Di fronte a casi come questo, oltre a chiederne ragione ai genitori che ci sta, la prima cosa da fare per capire le dinamiche di un grave atto di violenza, la prima cosa da fare per evitare che tali dinamiche possano riprodursi e moltiplicarsi è ricostruire dettagliatamente la storia mediale della persona che lo ha compiuto, in particolare se è minore di età.
Occorre capire per esempio: a quanti anni ha iniziato ad essere inserito nelle dinamiche mediali in solitudine? Se si entra precocemente nell’ecosistema mediale, si partecipa a un clima conflittuale perché il conflitto genera engagement, come ho cercato di descrivere nell’articolo Ragazzini troppo violenti o ancora troppo poco? Un conflitto premiato con like e visualizzazioni e in assenza di bilanciamenti sociali come adesso, può portare alla formazione di identità non cooperative e aggressive, dove chi alza la voce, o le mani, ce l’ha vinta. Un’altra domanda che può trovare facilmente risposta analizzando lo smartphone della persona che ha compiuto l’atto di violenza: quali sono i suoi idoli mediali in particolare quelli musicali? Ci potremmo trovare soggetti che rendono glamour il coltello e le armi e che con questo tipo di messaggi scalano le classifiche: consiglio di ascoltare quante volte nella musica trap, che interessa anche i bambini, si parla di coltello, lame, armi e ferro, che significa arma da fuoco: da restare impressionati. E ancora: ha seguito sport violenti come l’MMA in età infantile? Se e da quanto vede pornografia, magari pornografia violenta contro la donna, donna come l’insegnante?
Ricostruendo così la storia, si potrebbero trovare quegli elementi problematici che dovremmo evitare come la peste di far vivere a bambini e coetanei, mentre su questo aspetto tutto o quasi tace e si continua ad esporre l’infanzia a una medialità problematica. Anzi, chi tenta di parlarne è incorniciato come una persona fuori dal mondo. Perché oggi il mondo va così, dicono: infatti, va così. Resta purtroppo un alienante silenzio del mondo educante sulle cause profonde della violenza nella doppia vita di un giovanissimo, un silenzio che, dopo un episodio come questo, non possiamo più accettare, almeno come stile.











