“Tecnodemia”, ovvero quando la tecnologia ci contagia

Intervista a Giacomo Buoncompagni
Viviamo immersi in un flusso continuo di notifiche, dati, algoritmi, informazioni. La tecnologia ci connette, ci supporta, ci semplifica la vita. Ma che succede quando questa presenza diventa così pervasiva da condizionare il modo in cui pensiamo, decidiamo, perfino sogniamo? Giacomo Buoncompagni (ricercatore in Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Macerata, dove insegna Sociologia dei consumi, Sociologia della comunicazione e dei media e Teoria e tecniche del giornalismo digitale. E’ anche vice-presidente Aiart per la regione Marche. Recentemente ha pubblicato interessanti saggi: “Tecnodemia, Uscire dalla società infetta” e “Sociografia del giornalismo”) ci aiuta a leggere questo tempo iperconnesso con uno sguardo competente, lucido, critico e profondamente umano. Lo fa con una parola nuova, provocatoria: “Tecnodemia”, cioè una vera e propria pandemia tecnologica, che circola come un virus e ci trasforma da dentro.
In questa intervista, Buoncompagni ci accompagna a esplorare il significato nascosto dietro i nostri scroll infiniti, le fake news, la propaganda digitale, ma anche la possibilità di una nuova consapevolezza. Perché forse, per non esserne travolti, dobbiamo imparare a guardare la tecnologia… da umani, più umani.
Partiamo da qui: “Tecnodemia”. È un termine che colpisce, suona quasi inquietante. Come nasce questa parola? E cosa racconta del nostro tempo?
La sociologia si muove sempre per categorizzazioni: serve ad analizzare, interpretare e dare ordine a ciò che accade attorno a noi. Nel nuovo panorama dei media, molte cose sono cambiate. Oggi assistiamo al prevalere della tecnica e delle infrastrutture tecnologiche in ogni ambito della vita quotidiana. La tecnodemia indica proprio questa presenza massiccia di dati e tecnologie, ormai indispensabili per diffondere informazioni e restare connessi a livello globale. Ma non è solo questo: la tecnodemia rappresenta anche il bisogno — ormai primario — di ogni individuo e sistema sociale di riconoscere e contrastare falle democratiche, propaganda, relazioni tossiche, pseudoscienza e pretese personali mascherate da una visione distorta dei diritti umani.
Molti direbbero: la tecnologia ci aiuta, ci connette, ci informa. Perché dovremmo considerarla anche un potenziale pericolo, qualcosa che può “infettare”?
Il sociologo americano Neil Postman distingueva tra “tecnologia” e “media”. Oggi la distinzione è meno netta, ma potremmo dire che la tecnologia sta ai media come il cervello sta alla mente: la prima è l’apparato fisico (la macchina), il secondo è il suo utilizzo culturale (il medium). La mia impressione è che oggi, con l’arrivo di apparati ipertecnologici come l’intelligenza artificiale o i droni, ci si limiti ad applicare la tecnica, senza una vera riflessione critica su di essa. Nel libro faccio un esempio concreto: quello delle armi di ultima generazione. Siamo in tempi, ahimè, di guerra. L’arma viene usata secondo la sua funzione primaria — distruggere. Questo mostra come non esista un’elaborazione culturale più ampia del mezzo tecnico. Non si prevede socialmente l’impatto di un attacco cyber. Ci si limita al riarmo, al dominio, alla distruzione dell’Altro. Non a caso, ogni forma di negoziazione sta fallendo. Ecco perché la tecnologia può “infettare”: quando non evolve in medium, cioè non si trasforma in cultura.
Usi una metafora potente: la tecnologia come “virus tecno-endemico”. Ci stai dicendo che la tecnologia è fuori controllo? O che siamo noi a non saperla usare bene……..continua a leggere su https://realmente.info











